Il primo amore con un vino si ricorda con precisione tattile. A me successe con una boccia da cinque euro circa, trovata nello scaffale basso di un supermercato di Reggio Emilia. Lui, dentro, è rosa, esplode in bocca con prepotenza, e ha l’acido del lampone. Si chiama Chiaro del Pescatore, smorza la canicola estiva e si appiccica alle labbra più di un film di Sofia Coppola. Viene da poco lontano, giù da lungo la provincia che diventa Po: il Comune è Gualtieri, il vino, prodotto della Cantina Sociale del posto.
È un Lambrusco, anzi, un Lambrusco Reggiano, della razza che, lo scorso ottobre, ha fatto chiacchierare per un pettegolezzo sugoso e acido: è proprio vero che Berlusconi ha inviato una caterva di bottiglie di frizzante emiliano a Vladimir Putin? E se sì, perché proprio di Lambrusco e non di un Chianti pregiato, bello maschio, così tipicamente Italian Stallion? Alla prima domanda, probabilmente, non vale la pena trovare risposta. Ci penserà la Marietta con le amiche del bar. Per quanto riguarda la seconda, invece, qualche riflessione si può fare. Partendo, come
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