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Giani accoglie il rigassificatore a Piombino
Ieri notte il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani (PD), era l’unica “autorità” presente al Porto di Piombino ad accogliere il rigassificatore Golar Tundra. Intestandosi così. da Commissario straordinario, il “merito” politico di una scelta fortemente voluta dal governo Draghi (con dentro PD, M5S, renziani, centristi, Lega e Forza Italia) e ancora di più dal governo Meloni a guida Fratelli d’Italia, il Partito del Sindaco di Piombino Ferrari che continua a opporsi al rigassificatore, così come fanno in Regione Lega e Forza Italia che lo hanno fortemente voluto quando c’era Draghi e ora che c’è la Meloni.
A Giani, criticato per questo da sinistra e all’interno del suo stesso partito, va riconosciuta coerenza nel suo granitico sì al rigassificatore, nonostante sia stato utilizzato come specchietto per le allodole dalla destra per far scordare le politiche energetiche pro-gas a livello europeo e nazionale. Una coerenza che ora Giani rivendica accollandosi quelli che per qualcuno sono meriti e che a Piombino e dintorni sono soprattutto colpe. E lo fa ribadendo la necessità che, «In parallelo all'insediamento della nave, vada avanti spedito l'iter delle compensazioni».
Per Giani, «L'arrivo della Golar Tundra rappresenta, simbolicamente, un traguardo della Toscana del fare. Una Toscana che vuole essere guida e punto di riferimento sia sul piano energetico che su quello ambientale e che si mette a disposizione per consentire al Paese di affrontare i riflessi della crisi legata alla guerra in Ucraina. Per le compensazioni essenziali per lo sviluppo di Piombino, penso che prevarrà lo spirito di squadra. E la prima prova sarà l'emendamento presentato da alcuni esponenti Pd, in linea con la strategia della Regione, al decreto legge ora in parlamento sul Piano di ripresa e resilienza, che prevede 40 milioni in più in aggiunta ai 40 milioni già previsti dall'accordo di programma. Il ministro Fitto, con cui ho avuto un colloquio preventivo, si è detto d'accordo. Se il parlamento approverà l'emendamento, ci saranno 80 milioni disponibili, che Invitalia potrà utilizzare per le bonifiche, che sono il primo passo per le compensazioni».
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Ponte sullo stretto: tutti i no di Italia Nostra
La «grande opera delle opere italiane» – il ponte sullo Stretto di Messina – torna ancora una volta alla ribalta nazionale. Si tratta di uno dei progetti mai realizzati dalla storia più lunga, addirittura secolare, periodicamente richiamato come priorità dai governi delle più disparate coloriture politiche. Ma cosa intendiamo per “ponte sullo Stretto di Messina”? La speciale infrastruttura comprende una serie di progetti di ingegneria civile per la realizzazione di un ponte sospeso tra la Sicilia e la Calabria, con sede stradale e ferroviaria, a campata unica. Il progetto complessivo prevede: 3.300 metri lunghezza della campata centrale; 3.666 metri lunghezza complessiva con campate laterali; 60,4 metri larghezza dell’impalcato; 399 metri altezza delle torri; 2 coppie di cavi per il sistema di sospensione; 5.320 metri lunghezza complessiva dei cavi; 1,26 metri diametro dei cavi di sospensione; 44.323 fili d’acciaio per ogni cavo di sospensione; 70/65 metri di altezza di canale navigabile centrale per il transito di grandi navi; 533.000 metri cubi di volume dei blocchi d’ancoraggio. Questo quantomeno è ciò che ci risulta, ovvero quanto previsto dalla concessionaria Stretto di Messina S.p.A. per la realizzazione del ponte.
Di certo non esiste al mondo un ponte di tali dimensioni, per di più da collocare in un luogo di straordinaria bellezza e ricchezza naturalistica e paesaggistica, ma con notevolissime e ben note criticità ambientali e sismiche (il terremoto del 1908 rase al suolo Messina e Reggio Calabria). Il ponte più lungo al mondo, con analoghe caratteristiche strutturali e funzionali, è il ponte di Akashi Kaikyō in Giappone, in esercizio dal 5 aprile 1998, con 1.991 metri di campata centrale. Dunque, non ci vuole molto a comprendere che passare da 1.991 metri a 3.300 metri appare utopistico. È importante altresì evidenziare che il progetto iniziale del ponte di Akashi Kaikyō prevedeva anche il traffico ferroviario che, in una fase successiva, fu soppresso per criticità strutturali non risolte.
Italia, marzo 2023. L’attuale ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti esulta per l’approvazione «salvo intese», del Consiglio dei ministri, al decreto sul mitico ponte che collegherebbe Sicilia e Calabria. Il decreto è denominato “Disposizioni urgenti per la realizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e il Continente”. Da quanto emerso al tavolo di lavoro entro la fine di marzo 2023 sarà presentato un apposito decreto ad hoc per il Ponte sullo Stretto che disciplinerà il riavvio delle procedure di progettazione e di realizzazione dell’opera. In seguito, entro fine aprile verrà nominato il Consiglio di amministrazione della nuova società Stretto di Messina. Nel 2024 la posa della prima pietra.
Per noi di Italia Nostra si tratta di un’opera assolutamente velleitaria e dannosa che è già costata un miliardo di euro, tra studi, consulenze, ecc. Questo, quando invece sarebbe necessario e urgente ammodernare le scadenti infrastrutture di Sicilia e Calabria e mettere in sicurezza territori straordinariamente fragili dal punto di vista geologico e ad altissimo rischio sismico. Uno sperpero di danaro pubblico che ora rischia di essere ulteriormente incrementato. Di certo le risorse spese, sprecate si sarebbero potute investire a favore delle linee ferroviarie e per il potenziamento delle infrastrutture per la mobilità sostenibile e del trasporto via nave. Se oggi si prende il treno da Trapani a Ragusa o a Siracusa, si impiegano nove ore. Un viaggio avvilente determinato da frequenti interruzioni causate da frane e smottamenti, ma soprattutto da linee ferroviarie assolutamente inadeguate, quasi tutte a binario unico e molte tratte prive di elettrificazione. Per non parlare dell’autostrada Siracusa-Gela, iniziata oltre sessanta anni fa e la cui realizzazione è ancora ferma nei pressi di Modica, o dell'interruzione della dorsale ferroviaria Catania-Gela che, a causa del crollo del ponte ferroviario Vituso-Carbone nel 2011, alle porte di Caltagirone è ancora oggi da ripristinare.
Insomma, il Meridione non ha bisogno di ulteriori, illusori miti. Ha bisogno di più treni, elettrificazione e collegamenti più veloci e frequenti tra la Sicilia, la Calabria e il resto della Penisola. E magari, ha bisogno che vengano attivate le Frecce nei collegamenti tra Palermo, Catania e Roma e potenziato il trasporto via nave nello Stretto e rafforzati i collegamenti in treno da Reggio Calabria a Taranto e Bari. Ha bisogno di programmazione e pianificazione. Ha bisogno di buona politica, di sana gestione dei territori e di cura.
Ma, al di là degli annunci, al di là della propaganda politica di questi giorni, è utile fare un passo indietro. «In ordine al tema dell’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, per dar seguito all’impegno del Governo, si dovrebbe procedere con la redazione di un progetto di fattibilità tecnica ed economica per le due opzioni evidenziate». Queste le parole, lo scorso 4 agosto 2021, dell’allora Ministro delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibili Enrico Giovannini, in audizione presso le Commissioni riunite Ambiente e Trasporti della Camera. Insomma: il Governo Monti sembrava deciso a procedere verso un “progetto di fattibilità” del ponte. «E’ utile sviluppare la prima fase del progetto di fattibilità limitando il confronto ai due sistemi di attraversamento con ponte a campata unica e con ponte a più campate, ma la valutazione dell’utilità andrà però definita al termine di un processo decisionale che prevede inizialmente la redazione di un progetto di fattibilità tecnico-economica al fine di confrontare diverse soluzione alternative», affermava Giovannini.
Dunque, secondo le previsioni del ministro Giovannini, la prima fase avrebbe dovuto concludersi entro la primavera del 2022, quindi avviare un dibattito pubblico, pervenire a una scelta condivisa ed evidenziare nella legge di bilancio 2023 le risorse. Il ministro delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibili segnalava, infine, la disponibilità di un finanziamento di 50 milioni di euro, individuato con la legge di bilancio 2021. Da queste considerazioni emerge il fatto che, malgrado la pervasiva retorica sul “ponte”, malgrado le notevolissime risorse economico-finanziarie sprecate nel corso degli anni, non esiste un progetto esecutivo credibile e affidabile del ponte sullo Stretto. Noi lo abbiamo sempre saputo.
Italia Nostra ha contrastato e continuerà a contrastare l’idea del “ponte”, augurandosi comunque che da parte dell’attuale Governo ci sia una disponibilità al dialogo, a un ascolto autentico delle auspicabili, sostenibili alternative.
Antonella Caroli
Presidente nazionale Italia Nostra
Leandro Janni
Presidente Italia Nostra Sicilia
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Una triplice minaccia di crisi legate all’acqua mette in pericolo la vita di 190 milioni di bambini
L'acqua sicura è essenziale per la vita stessa. Sanità e igiene adeguate prevengono la diffusione di malattie e infezioni e garantiscono la dignità umana. Senza questi servizi essenziali, i bisogni più basilari della vita dei bambini non vengono soddisfatti. Ma per l’Unicef siamo ancora molto indietro: «A livello globale, 600 milioni di bambini non dispongono ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro, 1,1 miliardi non dispongono di servizi igienici gestiti in modo sicuro e 689 milioni non dispongono di servizi igienici di base, 149 milioni di bambini affrontano ancora l'umiliazione di praticare la defecazione all'aperto e l'acqua non sicura, i servizi igienico-sanitari (WASH) è ancora responsabile per la morte di circa 1.000 bambini sotto i 5 anni ogni giorno. La sfida di estendere i servizi WASH ai bambini bisognosi è ulteriormente aggravata dalla scarsità d'acqua, dalle inondazioni e dai cicloni, tutti aggravati dalla crisi climatica».
Mentre i leader mondiali si preparano a partecipare alla storica 2023 United Nations Water Conference che si terrà a New York dal 22 al 24 marzo, il nuovo rapporto “Triple Threat“ dell’Unicef denuncia che «190 milioni di bambini in 10 Paesi africani sono i più esposti al rischio di una convergenza di tre minacce legate all'acqua: acqua e servizi igienici inadeguati, malattie correlate e rischi climatici».
L’Unicef sottolinea che «La triplice minaccia è più grave in Benin, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d'Avorio, Guinea, Mali, Niger, Nigeria e Somalia, rendendo l'Africa occidentale e centrale una delle regioni con la maggiore insicurezza idrica e impatto climatico al mondo. Molti dei Paesi più colpiti, in particolare nel Sahel, sono anche alle prese con instabilità e conflitti armati, che aggravano ulteriormente l'accesso dei bambini all'acqua potabile e ai servizi igienici».
Il rapporto definisce la "tripla minaccia" o "triplo carico" come: »Un accesso inferiore al 50% almeno ai servizi idrici o igienici di base; Essere tra i primi 20 Paesi con il più alto carico di decessi attribuibili a servizi idrici e igienici non sicuri tra i bambini sotto i 5 anni; Essere nel primo 25% dei Paesi che affrontano il più alto rischio di pericoli climatici e ambientali».
Presentando il rapporto, il direttore dei programmi dell'Unicef, Sanjay Wijesekera, ha sottolineato che «L'Africa sta affrontando una catastrofe idrica. Mentre gli shock legati al clima e all'acqua si stanno intensificando a livello globale, in nessun'altra parte del mondo i rischi si aggravano così velocemente per i bambini. Tempeste devastanti, inondazioni e storiche siccità stanno già distruggendo strutture e abitazioni, contaminando le risorse idriche, creando crisi dovute alla fame e diffondendo malattie. Ma per quanto le condizioni attuali siano difficili, senza un'azione urgente il futuro potrebbe essere molto più cupo».
L'analisi globale dell’Unicef, che ha esaminato l'accesso delle famiglie ai servizi idrici e igienici, il carico di decessi dovuti ai servizi idrici e igienici tra i bambini al di sotto dei 5 anni e l'esposizione ai rischi climatici e ambientali, rivela dove i bambini sono maggiormente minacciati e dove è disperatamente necessario investire in soluzioni per evitare morti prevenibili: «Nei 10 Paesi più colpiti, quasi un terzo dei bambini non ha accesso almeno a servizi di base per l’acqua a casa e due terzi non dispongono di impianti igienici (bagni) di base. Un quarto dei bambini non ha altra scelta che praticare la defecazione all’ aperto. Anche l'igiene delle mani è limitata: tre quarti dei bambini non possono lavarsi le mani per mancanza di acqua e sapone a casa.
Di conseguenza, questi paesi sono anche quelli con il maggior carico di decessi tra i bambini a causa di malattie causate da servizi idrici e igienici inadeguati, come le malattie diarroiche. Ad esempio, 6 dei 10 paesi hanno dovuto affrontare epidemie di colera nell'ultimo anno. A livello globale, più di 1.000 bambini sotto i cinque anni muoiono ogni giorno a causa di malattie legate ai servizi idrici e igienici, e circa 2 su 5 vivono in questi 10 Paesi più a rischio».
Si tratta di Paesi che si trovano anche nel primo 25% dei 163 Paesi a livello globale con il più alto rischio di esposizione alle minacce climatiche e ambientali e l’Unicef ricorda che «Le temperature più elevate – che accelerano la riproduzione dei patogeni – stanno aumentando 1,5 volte più velocemente della media globale in alcune parti dell'Africa occidentale e centrale. Anche i livelli delle acque di falda si stanno abbassando, tanto da costringere alcune comunità a scavare pozzi profondi il doppio rispetto ad appena un decennio fa. Allo stesso tempo, le precipitazioni sono diventate più irregolari e intense, portando a inondazioni che contaminano le scarse riserve idriche».
L’OCSE classifica tutti questi 10 Paesi individuati dall’Unicef come fragili o estremamente fragili e il rapporto fa notare che «Le tensioni dei conflitti armati in alcuni Paesi minacciano di annullare i progressi verso la sicurezza idrica e dei servizi igienici. In Burkina Faso, ad esempio, si sono moltiplicati gli attacchi alle strutture idriche come tattica per sfollare le comunità. Nel 2022 sono stati attaccati 58 punti di approvvigionamento idrico, rispetto ai 21 del 2021 e ai 3 del 2020. Di conseguenza, più di 830.000 persone - di cui oltre la metà bambini - hanno perso l'accesso all'acqua potabile nell'ultimo anno».
La nuova analisi Unicef viene presentata alla vigilia della Conferenza Onu sull’acqua, dove leader mondiali, ONG interessate e stakeholders si riuniranno per la prima volta in 46 anni per esaminare i progressi compiuti nel garantire l'accesso all'acqua e ai servizi igienici per tutti. Alla conferenza, l'Unicef chiede: Un rapido aumento degli investimenti nel settore, anche attraverso i finanziamenti globali per il clima. Rafforzare la resilienza al clima del settore idrico e igienico e delle comunità. Dare priorità alle comunità più vulnerabili nei programmi e nelle politiche dei servizi idrici e igienici. Aumentare i sistemi, il coordinamento e le capacità efficaci e verificabili per fornire servizi idrici e igienici. Attuare il Quadro di accelerazione globale SDG6 di UN-Water e investire negli acceleratori chiave.
Wijesekera conclude: «La perdita della vita di un bambino è sconvolgente per le famiglie. Ma il dolore si acuisce quando la morte è evitabile e causata dalla mancanza di beni di prima necessità che molti danno per scontati, come l'acqua potabile, i bagni e il sapone. Investire in servizi idrici e igienici resilienti al clima non significa solo proteggere la salute dei bambini oggi, ma anche garantire un futuro sostenibile per le generazioni a venire».
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La Colombia salva il cuore del mondo (VIDEO)
Con l'aumento della sua superficie di 172.458,3 ettari, il Parque Nacional Natural Sierra Nevada de Santa Marta (PNN SNSM), considerato il “ Corazón del Mundo”, il cuore del mondo, dalle popolazioni indigene che ci vivono, raggiunge i 573.312,6 ettari e diventa la più grande area protetta continentale dei Caraibi colombiani, un messaggio di salvaguardia delle ricchezze naturali e culturali che il governo di sinistra della Colombia invia al Paese e al mondo.
L'espansione del Parco Naturale Nazionale nasce dalla necessità evidenziata da lungo tempo dai popoli indigeni Arhuaco (Iku) e Kogui (Kággaba) di proteggere il loro territorio ancestrale, un'esigenza fatta proprioa dal Consejo Territorial de Cabildos Indígenas de la Sierra Nevada de Santa Marta (CTC), la rappresentanza congiunta dei 4 popoli indigeni della Sierra Nevada (ci sono anche i Wiwa e i Kankuamos) che hanno delegato, nell'esercizio del loro governo, ai popoli Arhuaco e Kogui il processo di concertazione con Parques Nacionales. Comunque. Le 4 comunità indigene sono state convocate e hanno partecipato alla protocollazione degli accordi nell'ambito della consultazione preventiva.
Il governo ha concluso un percorso già avviato dal 2016: nell'attuazione del percorso di dichiarazione insieme a Kogui e Arhuaco sono stati compiuti progressi nella caratterizzazione biofisica, socioeconomica e culturale, identificando siti sacri, gestione ancestrale e aree prioritarie per la conservazione nei territori proposti per l'ampliamento. I risultati degli studi e della caratterizzazione dell'area proposta indicano che «Esistono elementi biofisici, sociali e culturali» supportati dall' Academia colombiana de Ciencias Exactas, Físicas y Naturales «Per espandere il PNN SNSM e quindi contribuire alla salvaguardia dei valori ambientali e culturali presenti .nella Sierra Nevada de Santa Marta».
Per quanto riguarda il rapporto Territorio Ancestral – Parque Nacional Natural, questa espansione aumenta l'area di sovrapposizione delle riserve Kogui-Malayo-Arhuaco (RKMA) e della riserva Arhuaco, che passano rispettivamente al 97,94% e all'85,27%. È necessario sottolineare che il popolo Wiwa è incluso all'interno dell'RKMA e la loro denominazione di "Malayo" è una delle tante che gli vengono date (Ministero della Cultura, 2018). Le aree interessate da questa espansione rientrano nella giurisdizione dei comuni di Santa Marta, Ciénaga e Aracataca, per il dipartimento di Magdalena; Dibulla, per il dipartimento di La Guajira; e Pueblo Bello e Valledupar, per il dipartimento di Cesar. Per quanto riguarda la fascia altitudinale, coprirà tra i 50 ei 3.850 metri sul livello del mare.
Gli studi e sono stati realizzati e controllati da un tavolo tecnico per l'ampliamento dell'area protetta composto da Alexander von Humboldt Biological Resources Research Institute, USAID Natural Wealth Program, WwfColombia, Wildlife Conservation Society Colombia, Fao Colombia, Unione Europea, Rainforest Trust e, precedentemente dall’Alianza para la Conservación de la Biodiversidad, el Territorio y la Cultura (PNN, WWF, WCS, Fundación Argos e Fundación Mario Santodomingo).
Si tratta di un’area di grande importanza ecologica e all’interno degli ampliamenti proposti sono stati individuati elementi di biodiversità, come gli ecosistemi di Foresta Umida Sub-Andina, Foresta Umida Alta Andina e Foresta Tropicale Secca in vari distretti biogeografici della regione, attualmente non rappresentati e fortemente carenti.
Secondo Parques Nacionales, «L'ampliamento dell'attuale Parco Naturale Nazionale contribuirà alla protezione di habitat ad alto valore di biodiversità, specie endemiche, aree temporanee di insediamento di specie migratorie, comprese quelle in qualche livello di minaccia. Inoltre, va notato che questo massiccio montuoso è strategico per i Caraibi colombiani, in quanto è la principale fonte d'acqua per tre dipartimenti: Magdalena, Cesar e La Guajira. L'espansione dell'area protetta è finalizzata a rafforzare la protezione della diversità culturale, nonché l'utilizzo e lo sfruttamento che le popolazioni indigene della Sierra hanno dato al loro territorio ancestrale per millenni, la conservazione delle loro pratiche culturali, la loro autonomia e il loro autogoverno , dove i valori ancestrali del territorio corrispondono a spazi sacri e lignaggi di autorità ancestrali chiave per la protezione degli ecosistemi e delle opere tradizionali necessarie per mantenerne la vitalità».
Il direttore di Parques Nacionales Naturales de Colombia, Luisz Olmedo Martínez Zamora, ha detto che «Con il processo annunciato dalla comunità Arhuaca di Umuruwun, con l'espansione del Parque Nacional Natural Sierra Nevada de Santa Marta, si consolida un processo di conservazione della natura a livello regionale per garantire la sostenibilità a medio e lungo termine». Per questo il governo colombiano e la ministra dell'ambiente Susana Muhammad hanno appoggiato 'impegno a «Tutelare l'ambiente per garantire la vita e la sua diversità, salvaguardare i bacini idrografici per garantire la regolazione idrica, atmosferica e climatica a beneficio del patrimonio ancestrale culturale, della regione e del Paese.
Padu Franco, direttore del Programma WCS Andes, Amazonia, Orinoquia, ha commentato: «Per WCS è un onore aver fatto parte dell'” dall’Alianza para la Conservación de la Biodiversidad, el Territorio y la Cultura, che tra il 2016 e il 2019 hanno promosso questo importante sforzo di espansione. L'espansione del Parque Nacional Natural Sierra Nevada è un atto di enorme importanza che, da un lato, contribuisce a salvaguardare tutta una serie di valori culturali legati alle popolazioni indigene. In questo senso è da segnalare, ad esempio, lo sfruttamento e l'uso sostenibile che queste comunità hanno fatto, per millenni, delle risorse naturali. Il tutto sotto la guida di governi autonomi in cui le decisioni hanno come principio gli spazi sacri e i lignaggi delle autorità ancestrali, aspetti fondamentali per la tutela del patrimonio ambientale. D'altra parte, questa espansione contribuisce anche ad aumentare nel Sistema Nacional de Áreas Protegidas (SINAP), la rappresentatività di ecosistemi come la foresta umida subandina e alto andina e la foresta secca tropicale. Con questo si avranno anche maggiori possibilità di sussistenza per diversi habitat che oggi sono rifugio di innumerevoli specie, molte delle quali endemiche, migratorie e, in alcuni casi, con un certo grado di minaccia».
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Freddy, il ciclone con il record di durata e il colera in Malawi e Mozambico
Il 10 marzo, la World Meteorological Organization (WMO) aveva annunciato l’istituzione di un comitato di esperti del WMO Weather and Climate Extremes per valutare se il ciclone tropicale Freddy abbia battuto il record come ciclone tropicale più duraturo mai registrato. Il record attuale è detenuto dall'uragano/tifone John, che nel 1994 durò 31 giorni. Ma una settimana dopo l’annuncio WMO il ciclone stava ancora colpendo il Mozambico e il Malawi e le sue conseguenze si fanno sentire ancora con piogge torrenziali.
Dal punto di vista meteorologico, Freddy è stata una tempesta notevole. L'Australian Bureau of Meteorology, che funge da centro regionale della Whao ha denominato Freddy il 6 febbraio a poche centinaia di chilometri dalla costa nord-occidentale dell'Australia. Poi il ciclone ha percorso l'intero Oceano Indiano da est a ovest, toccando Mauritius e La Réunion nel suo lungo viaggio in rotta verso il Madagascar. Si tratta di una rotta molto rara. I casi più recenti registrati sono stati i cicloni tropicali Leon-Eline e Hudah, entrambi nel 2000, che come il 2023 è stato un anno con presenza de La Niña. Secondo la NASA, Freddy ha stabilito il record di qualsiasi tempesta dell'emisfero meridionale per la più alta energia accumulata da un ciclone (AC) l’indice utilizzato per misurare la quantità totale di energia eolica associata a un ciclone tropicale nel corso della sua vita.
L’11 marzo, Freddy è approdato per la seconda volta in Mozambico, nella provincia settentrionale della Zambezia. Poi venti distruttivi, mareggiate e precipitazioni estreme hanno colpito vaste aree tra cui il nord-est dello Zimbabwe, il sud-est dello Zambia, il Malawi e lo stesso Mozambico, aggravando le inondazioni del primo passaggio di Freddy e gli effetti delle forti piogge stagionali, trovando quindi fiumi alla massima portata e il terreno fradicio e non più in grado di assorbire acqua. In un mese il Mozambico meridionale aveva già ricevuto più di un anno di precipitazioni e il Madagascar ha ricevuto tre volte la media mensile nell'arco di una settimana.
Freddy è atterrato per la prima volta in Madagascar il 21 febbraio e nel sud del Mozambico il 24 febbraio. Per diversi giorni ha devastato il Mozambico e lo Zimbabwe con forti piogge e inondazioni. Quindi è tornato indietro verso il Canale del Mozambico e ha raccolto energia dalle acque calde e si è spostato verso la costa sud-occidentale del Madagascar e poi di nuovo verso il Mozambico
Sebastien Langlade, responsabile delle operazioni di RSMC La Réunion, fa notare che «Record mondiale o meno, Freddy rimarrà comunque un fenomeno eccezionale per la storia dell'Oceano Indiano sud-occidentale sotto molti aspetti: longevità, distanza percorsa, intensità massima notevole, quantità di energia ciclonica accumulata (ACE), impatto sulle terre abitate».
Nei suoi rapporti, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva previsto per l'Africa meridionale orientale e il Madagascar «Aumenti delle precipitazioni intense e delle inondazioni pluviali. E’ previsto un aumento della velocità media del vento dei cicloni tropicali e delle precipitazioni intense associate e della percentuale di cicloni tropicali di categoria 4-5. A livello globale, l'innalzamento del livello medio del mare contribuirà a livelli estremi del mare più elevati associati ai cicloni tropicali. I pericoli costieri saranno esacerbati da un aumento dell'intensità media, dell'entità delle mareggiate e dei tassi di precipitazione dei cicloni tropicali».
Il 13 marzo si era è abbattuto sul piccolo Malawi e il presidente della Repubblica, Lazarus Chakwera, ha dichiarato lo stato di disastro. Il 15 marzo la coordinatrice residente dell’Onu in Malawi, Rebecca Adda-Dontoh, ha detto che ««Freddy ha lasciato una scia di distruzione e continua a causare ingenti danni e perdite di vite umane a causa di piogge torrenziali e forti venti in 10distretti, vale a dire Nsanje, Chikwawa, Mulanje, Thyolo, Phalombe, Chiradzulu, Mwanza, Blantyre, Zomba e Neno. Negli ultimi tre giorni, il ciclone Freddy ha causato la morte di oltre 190 persone e il ferimento di dozzine di altre, mettendo a dura prova il settore sanitario, già travolto dalla peggiore epidemia di colera degli ultimi due decenni. L'intera portata dell'impatto del ciclone sarà nota quando verrà condotta una valutazione multisettoriale».
L’Onu ha rapidamente mobilitato gli aiuti per far fronte ai bisogni immediati. Inclusa 'assistenza tecnica e finanziaria per istituire un Centro per le operazioni di emergenza (EOC) che è stato fondamentale per rafforzare il coordinamento umanitario tra le autorità, le organizzazioni umanitarie e i partner per lo sviluppo. Diverse agenzie Onu hanno dispiegato personale nelle aree colpite per supportare il coordinamento degli sforzi di risposta e valutazione, gestione delle informazioni e dando un supporto logistico fondamentale, compreso il trasporto per le squadre di ricerca e soccorso, e per trasportare operatori umanitari, attrezzature e rifornimenti alle comunità che sono rimaste isolate a ca usa di inondazioni e frane. Vengono fornite attrezzature per migliorare le infrastrutture idriche e igienico-sanitarie per far fronte ai bisogni sanitari immediati, inclusa la prevenzione dell'ulteriore diffusione del colera. Le agenzie Onu stanno anche distribuendo anche cibo, materiali per ripari, tende, kit per la dignità e altri oggetti agli sfollati.
Paul Turnbull, direttore del World Food Programme (WFP) in Malawi conferma che «Molte aree sono inaccessibili, limitando il movimento dei team umanitari e di valutazione e le forniture salvavita. Date le circostanze, stiamo accelerando il più rapidamente possibile, ma la reale entità del danno sarà rivelata solo una volta concluse le valutazioni. Ciò che è chiaro, però, è che il Paese avrà bisogno di un sostegno significativo.
Il Malawi, dove l'80% della popolazione dipende dalla piccola agricoltura ma l'inflazione dei prezzi dei prodotti alimentari ha portato a triplicare i prezzi del mais in un anno. E’ anche uno dei Paesi più colpiti dalla crisi climatica: negli ultimi 7 anni in Malawi si sono verificati 5 grandi eventi meteorologici estremi: siccità e inondazioni che si succedono.
Nella Zambézia, la provincia più colpita del Mozambico, da febbraio sono stati registrati 600 casi di colera e di diarrea acuta, al 19 marzo 8 persone avevano perso la vita a causa dell'epidemia e più di 250 pazienti erano ricoverati in ospedale.
Parlando con UN News a Maputo, la coordinatrice residente Onu in Mozambico, Myrta Kaulard, ha ribadito «Il sostegno ai piani delle autorità per minimizzare la situazione. Le autorità meteorologiche seguono il movimento del ciclone ancora attivo. Soprattutto la depurazione dell'acqua, l'idratazione delle persone e la dotazione di antibiotici. Lo stock che abbiamo è molto basso, il ministero della salute è stato straordinario nel realizzare una campagna di vaccinazione contro il colera durante le alluvioni. Durante le inondazioni sono stati somministrati circa 719.000 vaccini, il Paese ha 1,4 milioni di vaccini, ma bisogna fare di più».
In Mozambico, i finanziamenti per gli interventi post-Freddy andranno soprattutto all'agricoltura e l'alimentazione: «Questi 10 milioni di dollari che abbiamo ricevuto dal fondo di emergenza delle Nazioni Unite saranno utilizzati per mobilitare materiale per l'acqua, i servizi igienici, la sanità, teloni per i rifugi, oltre a sementi e cibo – ha detto la Kaulard - perché un altro enorme problema è che tutte queste inondazioni hanno distrutto un sacco di terra fertile che era pronta per il raccolto. Stiamo parlando di tante famiglie che hanno perso il raccolto. Non abbiamo ancora visto l'impatto completo del ciclone Freddy. Più di 200 mm di pioggia in un giorno, questa è la quantità di pioggia corrispondente a un mese. Stiamo assistendo i nostri partner, così come dei collaboratori per lo sviluppo, per sostenere la ripresa immediata in modo che il Paese possa continuare il suo percorso verso lo sviluppo sostenibile».
La Kaulard ha evidenziato che il numero ridotto di perdite umane causato direttamente da Freddy (circa 25 persone) «Si deve alla collaborazione tra l'Instituto Nacional de Meteorologia, Inam, e l’Instituto Nacional de Gestão e Redução do Risco de Desastres, Ingd. Finora non abbiamo visto molte perdite di vite umane. Il Paese ha le competenze e le capacità tecniche per lavorare con le immagini satellitari e anticipare l'impatto dei cicloni con altissima precisione, consentendo così all'Ingd di informare tutte le popolazioni di queste aree che possono essere evacuate nei rifugi e quindi attendere fino al ritorno del tempo alla normalità».
I dati dell'INGD, indicano che sono andati persi più di 38.000 ettari di terra coltivata, mentre altri 179.000 di terra coltivata sono stati allagati. L'Ingd conferma che la provincia di Zambezia è la più colpita con circa 211.000 persone sfollate, seguite dalla Sofala con 33.400 persone.
Già una settimana fa,Johan Stander, direttore dei servizi della WMO, aveva avvertito: «Freddy sta avendo un importante impatto socio-economico e umanitario sulle comunità colpite. Il bilancio delle vittime è stato limitato da previsioni accurate e preavvisi e azioni coordinate di riduzione del rischio di disastri sul campo, anche se anche una sola vittima è di troppo. Questo sottolinea ancora una volta l'importanza dell'UN Early Warnings for All initiative per garantire che tutti siano protetti nei prossimi cinque anni. L'OMM si impegna a collaborare con i nostri partner per raggiungere questo obiettivo e affrontare i rischi legati alle condizioni meteorologiche estreme e ai cambiamenti climatici, uno dei le più grandi sfide dei nostri tempi».
Sebastien Langlade, responsabile delle operazioni di RSMC La Réunion, fa notare che «Record mondiale o meno, Freddy rimarrà comunque un fenomeno eccezionale per la storia dell'Oceano Indiano sud-occidentale sotto molti aspetti: longevità, distanza percorsa, intensità massima notevole, quantità di energia ciclonica accumulata (ACE), impatto sulle terre abitate».
Nei suoi rapporti, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva previsto per l'Africa meridionale orientale e il Madagascar «Aumenti delle precipitazioni intense e delle inondazioni pluviali. E’ previsto un aumento della velocità media del vento dei cicloni tropicali e delle precipitazioni intense associate e della percentuale di cicloni tropicali di categoria 4-5. A livello globale, l'innalzamento del livello medio del mare contribuirà a livelli estremi del mare più elevati associati ai cicloni tropicali. I pericoli costieri saranno esacerbati da un aumento dell'intensità media, dell'entità delle mareggiate e dei tassi di precipitazione dei cicloni tropicali».
L'articolo Freddy, il ciclone con il record di durata e il colera in Malawi e Mozambico sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.
La storia di Amadou che voleva venire in Italia ed è tornato in Gambia
Amadou Jobe, come molti altri gambiani prima di lui, ha intrapreso un pericoloso viaggio attraverso il nord Africa, nel tentativo fallito di raggiungere l'Europa. Ora, con il sostegno delle Nazioni Unite, sta costruendo una vita per sé e per la sua famiglia a casa. Amadou ha raccontato a UN News perché era fuggito dal suo Paese, l’inferno del “porto sicuro” libico” e il ritorno in Gambia. Ecco il suo racconto:
Vengo da Jarra, una zona rurale nella regione del corso fluviale inferiore del Gambia, nel mezzo del Paese. Mi sono trasferito nella capitale, Banjul, quando avevo 15 anni, per vivere con mio fratello e andare al liceo. Però, non mi sono diplomato perché non potevamo permetterci le tasse scolastiche.
Circa cinque anni fa, quando avevo circa 20 anni, i miei amici mi hanno incoraggiato a lasciare il Gambia. Questo non è un Paese ricco e sentivamo che di persone se ne erano andate e che avevano avuto successo in Europa, che stavano inviando denaro alle loro famiglie.
Volevo andare in Italia, perché pensavo che questo fosse il Paese europeo più facile da raggiungere. Sapevo che molte persone erano morte cercando di raggiungere l'Europa, ma pensavo di potercela fare.
Il primo passo è stato il vicino Senegal, e da lì abbiamo preso un autobus per la Mauritania. Sono rimasta lì, con il marito di mia sorella, per cinque mesi, facendo lavori nell’edilizia e tutto quel che potevo, per guadagnare i soldi per la tappa successiva del viaggio.
Dalla Mauritania sono andato in Mali. Questo è stato un viaggio in autobus molto lungo e ci sono volute circa 12 ore per arrivare alla capitale, Bamako. C'erano molti altri gambiani sull'autobus. Poi siamo andati ad Agadez, nel centro del Niger, passando per il Burkina Faso. In ogni fase, abbiamo dovuto pagare per poter continuare. Ci sentivamo in pericolo ma, a quel punto, era troppo tardi per tornare indietro.
C'erano circa 25 di noi in un camioncino aperto, ci portavano attraverso il deserto, senza ombra. Faceva molto caldo ed era scomodo. Abbiamo viaggiato per tre giorni, dormendo nel deserto. Di notte faceva molto freddo e abbiamo dovuto comprare coperte e giacconi giacche per tenerci al caldo.
A volte gli autisti erano persone simpatiche, ma altri erano molto duri e ci picchiavano. Quando siamo entrati in Libia, siamo stati picchiati e tutti i nostri soldi ci sono stati portati via. Per fortuna avevo nascosto del cibo nell'autobus. Le persone che ci hanno picchiato avevano pistole e avevo molta paura che ci sparassero.
La tappa successiva del viaggio è stata Sabhā, nella Libia centrale. Poiché non avevo soldi, sono dovuto rimanere a Sabhā per quattro mesi, trovando lavoro per pagarmi il viaggio a Tripoli.
Quando viaggi da Sabhā a Tripoli, devi essere introdotto clandestinamente. Se vieni visto, la gente potrebbe ucciderti, quindi ho dovuto nascondermi in una stanza buia senza luci per tre giorni. Era durante la guerra civile e c'erano molti pericoli.
Ho dovuto aspettare più di un anno a Tripoli prima di poter raggiungere la costa e imbarcarmi per l'Italia. Uno dei miei fratelli ha trovato i soldi per farmi trovare un posto sulla barca. Prima di partire ci sono stati degli spari e presto ci siamo resi conto che la nostra barca stava imbarcando acqua. C'erano uomini armati che non volevano che partissimo per l'Europa, quindi hanno sparato alla barca, fregandosene se qualcuno di noi moriva in acqua. L'unica possibilità era quella di tornare indietro verso la costa libica e, quando la barca aveva imbarcato troppa acqua, abbiamo nuotato fino a riva.
Quando siamo arrivati a terra, siamo stati portati in un centro di detenzione. Siamo stati picchiati dai soldati, che ci hanno detto di dare loro dei soldi, ma non avevo più niente. Ho dovuto rimanere lì per due mesi in queste condizioni dure e sporche. I nostri telefoni ci sono stati portati via così non abbiamo potuto contattare le nostre famiglie; molte di loro pensavano che fossimo morti.
Alla fine, sono arrivate al centro delle persone delle Nazioni Unite. Ci hanno dato vestiti e del cibo e ci hanno offerto un volo volontario per tornare in Gambia.
Ero molto triste: avevo perso tutto e avrei dovuto ricominciare da zero. Non volevo tornare a casa, ma non avevo scelta.
Quando sono arrivato in Gambia, l'agenzia delle Nazioni Unite per la migrazione (IOM) si è offerta di aiutarmi ad avviare un'impresa. Mi hanno chiesto cosa volevo fare e, vista la mia esperienza di lavoro nell'edilizia, ho detto loro che potevo vendere cemento.
Mi hanno fornito un supporto in natura su misura sotto forma di un business nel cemento, ma, sfortunatamente, il posto che ho trovato per immagazzinare i sacchi di cemento non era protetto dalle intemperie: era la stagione delle piogge e l'acqua ha bagnato tutto il cemento. Era rovinato.
Sono tornato all’Onu per chiedere ulteriore aiuto e mi hanno offerto una formazione professionale. Questo è stato molto utile e ho potuto ottenere un certificato e tornare a lavorare con l'alluminio. Ho trovato lavoro nel negozio di un amico a Banjul, che vende infissi in alluminio.
In futuro, una volta che riuscirò a mettere insieme i soldi, ho intenzione di aprire il mio negozio. Ora sono sposato e ho due figli. Voglio avere successo qui ora, e non proverei a ritentare quel viaggio in Europa. È troppo rischioso. Se non ci riesci, perdi tutto.
Amadou Jobe
La formazione di Jobe è stata fornita nell'ambito del programma Jobs, Skills and Finance for Women and Youth (JSF) in Gambia, il programma faro dell’United Nations Capital Development Fund (UNCDF), in collaborazione con International Trade Center (ITC), Fondo di sviluppo del capitale delle Nazioni Unite (UNCDF), in collaborazione con l'International Trade Center (ITC) e finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo.
In Gambia il JSF affronta problemi persistenti che includono la mancanza di opportunità di lavoro per giovani e donne, bassi livelli di inclusione finanziaria e adattamento e mitigazione del cambiamento climatico. Il programma sostiene il Target 8.3 dell'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 8 che prevede la promozione di politiche orientate allo sviluppo che supportino le attività produttive, la creazione di posti di lavoro dignitosi, l'imprenditorialità, la creatività e l'innovazione e incoraggino la formalizzazione e la crescita di micro, piccole e medie imprese, anche attraverso l'accesso ai servizi finanziari.
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