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Pericolo estremo per i bambini del Sahel centrale

Il Sahel è da molto tempo una delle regioni più vulnerabili dell'Africa e il crocevia di una migrazione disperata, interna, nei Paesi confinanti e verso l’Europa. Ma le guerre e guerriglie in corso e gli scontri tra eserciti regolari, e milizie jihadiste e mercenari stranieri stanno mettendo a rischio vite e mezzi di sussistenza, interrompendo l'accesso ai servizi e mettendo in estremo pericolo il futuro dei bambini del Sahel centrale. Il nuovo rapporto “Extreme jeopardy” dell’Unicef denuncia nuovi e brutali sviluppi: «I bambini sono direttamente presi di mira da gruppi armati non statali che operano in vaste aree del Mali e del Burkina Faso, e sempre più in Niger. Centinaia di minori sono stati rapiti nei tre Paesi, molti dei quali ragazze. Dal 2021 gruppi armati non statali distruggono le riserve alimentari in una regione tra le più affamate e malnutrite del pianeta. Alcuni gruppi armati che si oppongono all'istruzione statale bruciano e saccheggiano le scuole e minacciano, rapiscono o uccidono gli insegnanti. Nel frattempo, le operazioni di sicurezza nazionale contro i gruppi armati, hanno portato a numerosi casi di bambini uccisi, feriti e arrestati. Nei tre Paesi molte scuole e ospedali vengono danneggiati o distrutti». Si tratta di Paesi dove ci sono stati interventi militari occidentali e dove l’Unione europea ha speso una montagna di soldi per armare ed addestrare eserciti che poi si sono impadroniti del potere con colpi di Stato (Mali e Burkina Faso) e che ora hanno strato un’alleanza con i mercenari russi della Wagner, mentre i migranti che avrebbero dovuto fermare con le nostre armi aumentano insieme alla povertà e sempre più giovani disperati vanno a ingrossare le fila jihadiste. Il 2022 è stato un anno particolarmente violento per i bambini nel Sahel centrale, quasi certamente il più mortale da quando più di dieci anni fa è scoppiata una guerra indipendentista dei tuareg nel nord del Mali che presto è stata sostituita da un califfato islamista e che ha portato a un intervento militare francese. L’Unicef ricorda che «Nei primi anni della crisi, i gruppi armati hanno concentrato i loro attacchi contro le infrastrutture e il personale di sicurezza, risparmiando in gran parte bambini e civili; ora le loro tattiche suggeriscono che molti mirano a infliggere il massimo di vittime e sofferenze alle comunità. Le parti in conflitto sfruttano le rivalità etniche che mettono le comunità l'una contro l'altra. L'insicurezza pervasiva ha dato origine a gruppi di autodifesa comunitari, compresi alcuni sostenuti dai governi, insieme ad altre milizie che considerano i ragazzi come adulti in grado di portare armi». Le milizie jihadiste vedono in questi gruppi di autodifesa un nemico che impedisce di espandere la loro egemonia e quindi attaccano indistintamente combattenti e civili, compresi i bambini. Il risultato è che nel Sahel centrale 10 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria. Nei tre Paesi, il conflitto armato ha costretto quasi 2,7 milioni di persone a lasciare la propria terra per trasferirsi in campi profughi o comunità di accoglienza vulnerabili. Secondo i dati Onu, in Burkina Faso nei primi 9 mesi del 2022 ci sono stati almeno tre volte più bambini uccisi rispetto allo stesso periodo del 2021. Gruppi armati jihadisti che si oppongono all'istruzione statale e delle ragazze bruciano e saccheggiano le scuole e minacciano, rapiscono o uccidono gli insegnanti. A fine 2022, nel Sahel centrale risultavano chiuse più di 8.300 scuole perché erano state prese di mira direttamente da gruppi armati e gli insegnanti erano fuggiti o perché i genitori erano sfollati o troppo spaventati per mandare i propri figli a scuola. In Burkina Faso ha chiuso più di una scuola su 5, mentre il 30% delle scuole nella regione nigerina di Tillaberi non aprono più a causa dell'insicurezza. L’unicef sottolinea che «Senza accesso all'istruzione, una generazione di bambini che vivono nel conflitto nell'Africa occidentale e centrale crescerà senza le competenze di cui ha bisogno per raggiungere il proprio potenziale, svolgere appieno il proprio ruolo nelle loro famiglie e comunità e dare un contributo ai loro Paesi e alle loro economie». E l’Unicef avverte che «L'insicurezza e lo sfollamento si stanno estendendo oltre i confini del Sahel centrale e si stanno diffondendo in comunità remote con scarse infrastrutture e risorse, dove i bambini hanno già un accesso molto limitato ai servizi da cui dipendono per la sopravvivenza e la protezione». In Burkina Faso, gli attacchi includono il sabotaggio delle reti idriche, tagliando linee elettriche e distruggendo generatori o quadri elettrici nelle stazioni di pompaggio che alimentano i sistemi di approvvigionamento idrico urbano, e danneggiando le pompe manuali dell'acqua e le strutture di stoccaggio. Uomini armati minacciano le donne sparando colpi di avvertimento mentre vanno a raccogliere l’acqua in pozzi e stagni. I punti di raccolta dell’acqua comunitari vengono anche avvelenati con carburante o contaminati con carcasse di animali. Tutto questo sta accadendo in una delle regioni più colpite dal cambiamento climatico e con una scarsità d'acqua più elevata al mondo». Le ricadute della crisi umanitaria, politica e climatica saheliana stanno mettendo a rischio anche quasi 4 milioni di bambini in quattro Paesi costieri dell'Africa occidentale: Benin, Costa d'Avorio, Ghana e Togo. Nel Sahel centrale le temperature stanno aumentando di 1,5 volte più velocemente della media globale. L’Unicef spiega che «Le falde acquifere si sono abbassate e i pozzi devono essere perforati fino al doppio della profondità rispetto a dieci anni fa. La crescente urbanizzazione, le superfici in asfalto e cemento e l'inquinamento da plastica impediscono all'acqua di penetrare nel suolo. Allo stesso tempo, le precipitazioni sono diventate più irregolari e intense, causando inondazioni che riducono i raccolti e contaminano le già scarse riserve idriche, condizioni che aggravano malattie come la polmonite. Il clima che cambia sta privando le famiglie dei loro mezzi di sussistenza e, in alcuni casi, della loro stessa vita». Per l’agenzia Onu per l’infanzia, «Questa crisi richiede urgentemente una risposta umanitaria più forte, ma ha anche bisogno di investimenti flessibili a lungo termine per uno sviluppo sostenibile che contribuisca alla costruzione della pace all'interno di queste comunità, specialmente per i bambini. Affrontare le cause sottostanti, rafforzare i servizi sociali e anticipare le crisi può aiutare i Paesi a costruire società resilienti con una forte coesione sociale che consentano ai bambini di godere dei propri diritti e realizzare il proprio potenziale». L'Unicef

Regione e Comune: sì al Palio della Costa Etrusca sulla spiaggia di Marina di Bibbona

Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e il sindaco di Bibbona Massimo Fedeli hanno presentato il programma del XIV Palio della Costa Etrusca, l’unica corsa a pelo in Italia che si corre in riva al mare, che si terrà il  23 aprile a Marina di Bibbona. Una scelta contestata dalle associazioni ambientaliste  ma Giani ha detto che è «Un evento a cui tengo  moltissimo, un evento della tradizione, giunto alla quattordicesima edizione ma che quest’anno si corre a Bibbona con un lavoro egregio fatto dall’amministrazione comunale, organizzatori d’eccezione che con il Palio della Costa Etrusca portano a confrontarsi nella Toscana dei palii, i migliori fantini e i migliori cavalli. Sappiamo quanto la Toscana abbia una serie di manifestazioni che creano un popolo dei palii, da Fucecchio, a Castel del Piano, da Bientina a Buti ma potrei citare molti altri di esempi. Una sorta di circuito che si viene a creare con tipologie diverse ma che celebra la storia la cultura, il territorio. Sono convinto che questa manifestazione a Bibbona avrà un grande successo e sarà un una festa non solo per Bibbona ma per tutta la Toscana». Il sindaco Fedeli ha ricordato che «Abbiamo aderito subito e affrontiamo con entusiasmo la sfida di organizzare una manifestazione di rilevanza nazionale nel nostro comune. Il Palio, siamo convinti, rappresenta un viatico per Bibbona ma anche per tutta la Costa degli Etruschi. E credo sia importante, dopo tre anni di stop, ridare vita ad una manifestazione che era ben consolidata nel nostro territorio e che aprirà nel modo migliore la nostra stagione turistica». Argomentazioni che non convincono per niente Legambiente Costa Etrusca, O.A. Wwf Livorno, Lipu Livorno e Comitato Rifiuti Zero di Cecina e Movimento Ambientalista Cecinese che in una nota congiunta sottolineano che «Apprendere dagli organi di stampa e dai canali social la conferma del Sindaco di Bibbona e del Presidente della Regione della loro ferma convinzione di organizzare il Palio della Costa Etrusca sulla spiaggia di Marina di Bibbona ritenendolo un evento di particolare valore ci dispiace veramente: ciò vuol dire che non hanno fatto uno sforzo per capire che noi " ambientalisti" non siamo contrari per principio alla corsa in sé, tant'è vero che avevamo più volte suggerito altre soluzioni. Noi "ambientalisti" siamo fortemente contrari nel considerare una spiaggia ancora naturale, seppur antropizzata (che nel caso specifico vuol dire frequentata da molti esseri umani che vanno a sdraiarsi al sole) venga sconvolta dalle ruspe per spianarla e modellarla come una pista ..... per qualche ora di cosiddetto sport». Le associazioni fanno anche notare come «Questa iniziativa si ponga in maniera decisamente opposta rispetto ad altri eventi improntati alla tutela della spiaggia, del Fratino (un limocolo gravemente minacciato che frequenta e nidifica lungo le spiagge di questo tratto litoraneo) e dell’intero ecosistema annesso, che abbiamo avuto il piacere di condividere e per i quali Vi ringraziamo nuovamente. Forse il Sindaco Fedeli non immagina che diversificare ed ampliare la stagione turistica non significa fare arrivare migliaia di persone per due tre giorni....a Marina di Bibbona ma dare una continuità di servizi, improntati anche alla valorizzazione e fruizione veramente sostenibile del patrimonio naturalistico, facendo crescere la capacità di accoglienza dei vari operatori». Le associazioni concludono: «Noi non sappiamo come reagirà la spiaggia "ricondizionata" alle mareggiate che seguiranno o quali possano essere gli effettivi danni arrecati all’ecosistema ma ci amareggia fortemente che gli Amministratori, a Partire dalla Regione, non abbiano completamente maturato o assimilato l’importanza di tutelare ambienti così delicati e rari anche alla luce del "Cambiamento Climatico" che ormai è una realtà indiscutibile; continueremo a spiegarlo». L'articolo Regione e Comune: sì al Palio della Costa Etrusca sulla spiaggia di Marina di Bibbona sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Le nuove norme Ue per l’industria a emissioni net zero e le materie prime non piacciono agli ambientalisti

La Commissione europea ha adottato i regolamenti a sostegno dell’industria a emissioni net zero (NZIA - Net Zero Industry Act) e per l’accesso sicuro e sostenibile alle materie prime critiche (CRMA - Critical Raw Materials Act) che, insieme alla revisione della normativa sull’assetto del mercato dell’energia elettrica, costituiscono il pilastro legislativo del Piano industriale del Green Deal adottato dalla Commissione Ue a febbraio per rafforzare la competitività dell’industria europea a emissioni net zero e sostenere la rapida transizione verso la neutralità climatica. Secondo il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani, «I due regolamenti a sostegno dell’industria a zero emissioni nette vanno nella giusta direzione, ma con alcune preoccupanti contraddizioni da superare nel corso del loro iter legislativo in Consiglio e Parlamento per poter centrare gli ambiziosi obiettivi climatici che l’Europa ha di fronte ed evitare rischi di deregulation ambientale nell’accelerazione delle procedure autorizzative. Purtroppo, tra le tecnologie strategiche da sostenere con progetti prioritari si include anche la cattura e lo stoccaggio di CO2 (CCS) con l’improbabile obiettivo di poter stoccare sul territorio europeo 50 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030. Per di più, tra le altre tecnologie a zero emissioni nette, si prevede la possibilità di sostenere lo sviluppo di mini-reattori nucleari (Small Modular Reactors - SMR), una tecnologia che non potrà certamente rimpiazzare gli impianti nucleari obsoleti costretti a chiudere nei prossimi anni, visto che non riesce a risolvere il problema della gestione delle scorie producendo rifiuti radioattivi addirittura fino a 30 volte in più rispetto agli impianti convenzionali. Si tratta di scelte pericolose che rischiano di rallentare anziché accelerare la transizione energetica verso la neutralità climatica. Non è saggio destinare limitate e preziose risorse finanziarie pubbliche anche a costose tecnologie (CCS e SMR) ancora non disponibili su larga scala. Si sottraggono solo importanti risorse finanziarie a rinnovabili ed efficienza energetica allungando così pericolosamente il periodo di utilizzo dei combustibili fossili. Tempo prezioso che non abbiamo a disposizione». Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente, aggiunge: «Per fronteggiare l’emergenza climatica e contribuire equamente al raggiungimento dell'obiettivo di 1.5° C, l'Europa deve andare oltre l’obiettivo del 57% annunciato alla COP27 e ridurre le sue emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e poter così raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Una sfida che l’Europa può e deve vincere anche con il contributo cruciale del suo comparto industriale». Il NZIA - Net Zero Industry Act punta a raggiungere entro il 2030 del 40% della capacità industriale necessaria per centrare gli obiettivi climatici Ue attraverso un quadro normativo che garantisca autorizzazioni semplificate e rapide, promuova finanziariamente progetti strategici europei e sostenga l’espansione di queste tecnologie in tutto il mercato unico. Un quadro normativo integrato dal Regolamento sulle materie prime critiche per garantire un accesso sufficiente a materiali, come le terre rare, che sono essenziali per la produzione di tecnologie chiave per la transizione green e digitale. La Commissione Ue prevede di raggiungere entro il 2030 il 10% di materiali estratti nel territorio Ue, il 40% di materiali processati e raffinati ed il 15% di materiali riciclati. Ma Friends of the Earth Europe si è detta molto preoccupata per il fatto che «La principale priorità del regolamento di "garantire l'accesso dell'Unione a un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime essenziali", trascuri il fatto che la nostra attuale domanda di queste materie prime deve diminuire in modo significativo affinché la transizione green dell'Ue abbia successo in modo equo. In caso contrario, questa immensa domanda significherà solo più danni alle comunità che affrontano l'attività mineraria, al clima e all'ambiente». Meadhbh Bolger, resource justice campaigner di Friends of the Earth Europe sottolinea che: «Le nostre speranze per queste nuove leggi rivoluzionarie sono infrante: l'Ue sta perdendo l'opportunità di liberarci dalla nostra enorme fame di materie prime. Le leggi finali si concentrano in modo miope sulla sicurezza dell'approvvigionamento, sul finanziamento di nuovi progetti e sul potenziamento dell'esplorazione nell'Ue e nei Paesi terzi, trascurando in gran parte le leggi sulla due diligence e i diritti umani, in particolare delle popolazioni indigene. Non possiamo continuare con il modello economico business-as-usual che richiede sempre di più. L'Ue deve sostenere la riduzione dell'uso delle risorse e i diritti umani nella transizione verde». Friends of the Earth Europe  evidenzia che «Il regolamento promette di accelerare l'esplorazione in Europa, con gli Stati membri che devono elaborare programmi nazionali per l'esplorazione e dare la priorità a queste aree nelle leggi sulla pianificazione. Prevede inoltre un elenco di progetti strategici sia nell'Ue che nei Paesi terzi. Questi progetti beneficeranno di autorizzazioni rapide e alcuni saranno considerati di "interesse pubblico prevalente", il che potrebbe dare loro priorità, ad esempio, rispetto alle leggi sulla natura dell'Ue e alle leggi locali/regionali. Non vi è alcun obbligo per tutti i progetti di conformarsi alla legge Ue sulla due diligence, di effettuare valutazioni di impatto ambientale o di ottenere il consenso della comunità. Una certa quantità di materie prime sarà inevitabilmente necessaria nelle tecnologie della transizione verde, tuttavia il regolamento deve delineare chiaramente i modi per limitare la domanda di materie prime in tutta l'economia attraverso misure di riduzione e di sufficienza, come la ristrutturazione degli edifici per risparmiare energia, dando priorità al trasporto pubblico ripetto alle auto private e riducendo gli utilizzi non necessari come l'esplorazione dello spazio e gli armamenti. Ci sono alcune misure positive delineate sul riciclaggio, il riutilizzo e il re-mining dei rifiuti che aiuteranno in questo, ma non è sufficiente». Il Wwf European Policy OfficeIl sostiene gli sforzi per promuovere la produzione europea di tecnologie pulite al fine di accelerare la transizione verso la neutralità climatica, ma denuncia che «La Commissione europea si sta perdendo grandi pezzi del puzzle: una transizione verde non avverrà senza un solido quadro di governance, un approccio integrato attraverso la decarbonizzazione e l'innovazione, né senza misure dal lato della domanda sulla sufficienza e la circolarità per ridurre la domanda di materie prime». Anche il Wwf EU  evidenzia che «Sebbene sia auspicabile un'autorizzazione rapida ed efficiente, dovrebbe comunque essere ottenuta attraverso un'adeguata pianificazione e adeguate valutazioni dell'impatto ambientale. Entrambe le proposte minano le disposizioni chiave sulla protezione della natura e la partecipazione pubblica, ad esempio presumendo che i progetti a priorità netta zero e le operazioni minerarie siano di "interesse pubblico prevalente". Presentato per la prima volta nell'ambito delle proposte di RePowerEU per l'autorizzazione delle energie rinnovabili, questo approccio di deregolamentazione è la strada sbagliata da percorrere e potrebbe generare opposizione pubblica. Il Wwf ha avvertito di questo effetto valanga  e ritiene che la crisi climatica debba essere risolta in armonia con la natura, attraverso investimenti in migliori processi di pianificazione». Anche il Wf denuncia che «La Commissione europea propone un elenco di settori che potrebbero richiedere lo status di progetti di industria net-zero al fine di ottenere procedure di autorizzazione più rapide. Eppure la Commissione Europea non fa distinzioni tra attività che sono dannose per l'ambiente e/o non dimostrate su larga scala (ad esempio la Carbon Capture and Storage - CCS, l'energia nucleare e l'idrogeno non rinnovabile) e quelle che sono pulite e necessitano di un rapido scaling up, come il solare fotovoltaico, l'energia eolica e le pompe di calore.  Inoltre, la Commissione europea non riconosce l'efficienza dei materiali e dell'energia come una parte importante dell'equazione». Per Camille Maury, senior policy officer decarbonisation of industry del Wwf Europe, «Nella sua NZIA, la Commissione europea sta mescolando le mele con le arance. Le vere tecnologie verdi come la produzione di pannelli solari, turbine eoliche e idrogeno rinnovabile per settori mirati non possono essere messe sullo stesso piano della CCS. Questo rischia di danneggiare il successo complessivo della NZIA dell'Ue bloccandoci nella dipendenza dai combustibili fossili ancora più a lungo. E ancora una volta vediamo la Commissione prendere il martello della deregolamentazione quando dovrebbe usare strumenti di precisione. L'abolizione delle norme sulla protezione della natura e la partecipazione della società civile e delle comunità locali al processo di pianificazione è fuorviante e potrebbe facilmente ritorcersi contro la Commissione Ue. Dobbiamo affrontare insieme le crisi del clima e della biodiversità, non scambiare l'una con l'altra». Il Wwf riconosce la necessità dell'Ue di avere materie prime critiche per garantire il massiccio dispiegamento di energie rinnovabili per fermare il cambiamento climatico fuori controllo ed evitare la dipendenza dell'Ue da paesi terzi, come per il petrolio e il gas. «Tuttavia, la proposta della Commissione manca di diversi elementi critici come l'incertezza sui potenziali impatti delle leggi sulla protezione della natura e dei progetti minerari». Secondo Tobias Kind-Rieper, global lead mining & metals del Wwf, «La proposta della Commissione contiene alcuni sviluppi positivi, come nuove regole sull'impronta ambientale per i progetti minerari e l'importanza della circolarità per le materie prime critiche. Ma la disposizione prevalente di interesse pubblico e altre esenzioni dalle leggi ambientali potrebbero causare danni gravi e inutili alla nostra biodiversità e alla natura, in particolare alle aree protette all'interno dell'Ue. Inoltre, avere un obiettivo di almeno il 40% delle materie prime lavorate e raffinate all'interno dell'Ue non è realistico e costituirebbe anche un ostacolo ai negoziati sulle materie prime con i Paesi partner». L'articolo Le nuove norme Ue per l’industria a emissioni net zero e le materie prime non piacciono agli ambientalisti sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Pianta un amico. Edizione speciale della Festa dell’Albero 2023

Arriva la primavera e la Festa dell’Albero raddoppia, Legambiente lancia un’edizione speciale della storica campagna per il prossimo weekend in cui si celebrano la Giornata Internazionale delle Foreste e la Giornata in memoria delle vittime della mafia. 65 eventi organizzati dai circoli locali e regionali del Cigno Verde in 16 regioni dove verranno messi a dimora 5mila alberi e arbusti insieme a migliaia di volontari, studenti, cittadini e 200 associazioni, Comuni ed enti territoriali. L’appuntamento clou è fissato per i giorni dal 18 al 21 marzo quando i volontari dell’associazione metteranno a dimora piante ed alberi in piazze e quartieri delle città italiane.  Gli ambientalisti spiegano che «“Pianta un amico” è  il claim della Festa dell’Albero, perché oltre a combattere gli effetti della crisi climatica, in questa occasione diventano simboli della legalità e della lotta contro le mafie». Roverelle, ginestre, aceri e ulivi sono alcune delle essenze che verranno messe a dimora nel dai volontari e volontarie dei circoli di Legambiente che daranno vita anche a momenti di commemorazione per le vittime della mafia insieme a studenti e cittadini che verranno coinvolti anche in laboratori sul fenomeno delle eco-mafie. Diverse le iniziative da segnalare: nelle Marche ad Ancona il 18 marzo saranno piantati sei alberi di farnia per la valorizzazione del sentiero cittadino “Direzione Parco” con annesso laboratorio su reati ambientali e eco-mafie; in Sicilia a Ragusa, in collaborazione con il Comune e Libera contro le mafie, il 21 marzo saranno piantati 13 ulivi dedicati ad altrettante vittime innocenti della mafia dopo un corteo tra le strade cittadine; anche in Campania a Nola un leccio sarà messo a dimora in un parco pubblico per commemorare una vittima della mafia; infine decine i parchi e le aree urbane che riceveranno un tocco di verde in tutta Italia, grazie alla Festa dell’Albero, come il Parco Punta Pizzo a Gallipoli, la Pineta di San Francesco a Bari e il Parco Vivi Gioi a Roma Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, sottolinea che «L’edizione speciale della Festa dell’Albero è il nostro modo di vivere la giornata internazionale delle foreste testimoniando in maniera concreta l’importanza e il ruolo di alberi e foreste ancora oggi troppo spesso sottovalutati Sono un elemento strategico nelle politiche di adattamento sia nelle aree urbane che in quelle naturali, purificano l'acqua e l'aria, sono fonti di cibo e di materia prima rinnovabile estremamente preziosa ed efficiente in tanti utilizzi, grazie all’attuazione di una gestione forestale sostenibile. Gli alberi piantati dai circoli e dai volontari di Legambiente nei giorni in cui si celebra anche la giornata in memoria delle vittime della mafia diventano anche un gesto concreto per la lotta contro l’illegalità e la criminalità organizzata, ancora oggi troppo spesso presente dietro gli incendi boschivi. Un ringraziamento speciale va a tutti i volontari e volontarie dei circoli impegnati nelle tante iniziative di questi giorni».  E legalità e azione per la crisi climatica  sarà questo il file rouge che unirà gli eventi organizzati da Legambiente che, così come nell’edizione autunnale, beneficeranno del sostegno della raccolta fondi Music for the Planet, lanciata da Elisa durante il Back to the future tour e promossa da Music Innovation Hub, e AWorld in collaborazione con ASviS e l’Unione Buddhista Italiana. Gli eventi di piantumazione – che inizieranno nel weekend per poi proseguire anche nella prossima stagione autunnale - contribuiranno al raggiungimento degli obiettivi del progetto europeo Life Terra, cofinanziato dal programma LIFE della Commissione Europea e di cui Legambiente è l’unica referente in Italia. Intorno a Life Terra si è creato, da circa due anni, un vero e proprio movimento di attivisti con l’obiettivo di mettere freno all’emergenza climatica attraverso la messa a dimora di alberi in tutta Europa con il coinvolgimento soprattutto di giovani, studenti e imprese a cui sta a cuore il futuro del Pianeta. L'articolo Pianta un amico. Edizione speciale della Festa dell’Albero 2023 sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Acqua e cambiamenti climatici: servono 1,3 miliardi l’anno di risorse aggiuntive fino al 2026

Secondo i dati presentati oggi da Utilitalia (la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche) nel corso del webinar “Siccità, abbiamo un piano?”, «Di fronte alle nuove sfide poste dagli effetti dei cambiamenti climatici, per coprire il fabbisogno annuo di investimenti del settore idrico - stimato in circa 6 miliardi di euro - servono risorse aggiuntive per 1,3 miliardi di euro l’anno fino al 2026. Attualmente, infatti, le risorse si attestano sui 4,7 miliardi di euro annui, 4 dei quali derivanti dagli investimenti da tariffa e 0,7 dal Pnrr, che ha un orizzonte temporale al 2026: dopo quell’anno, se non venissero nel frattempo incrementati gli investimenti da tariffa o altra fonte, le risorse aggiuntive necessarie passerebbero da 1,3 a 2 miliardi di euro l’anno». Utilitalia ha presentato 8 proposte per favorire l’adattamento infrastrutturale delle reti idriche, un documento suddiviso in azioni di breve (attuabili entro 3 mesi), medio (entro 6 mesi) e lungo periodo (oltre 6 mesi), che segnala una serie di possibili interventi normativi in risposta alla crisi idrica. Tra le azioni di breve periodo, si prevede di favorire il riuso efficiente: «Il riuso delle acque reflue depurate rappresenta una soluzione che dovrebbe diventare strutturale, laddove economicamente sostenibile anche a fronte di un’analisi costi-benefici rispetto ad altre soluzioni praticabili nel contesto di riferimento: si tratta di un potenziale enorme che in Italia viene sfruttato solo per il 4% a fronte di una potenzialità del 23%. Tra le misure abilitanti, Utilitalia chiede di aggiornare il DM 185/2003 (una nuova proposta di decreto è attualmente in consultazione pubblica) alle disposizioni del Regolamento europeo 2020/741 e di individuare la corretta copertura dei costi inerenti l’implementazione degli impianti ed infrastrutture necessarie per il riuso, anche di stoccaggio». La seconda misura di breve periodo punta a contrastare il cuneo salino: «Uno degli effetti più gravi della siccità è infatti la progressiva salinizzazione della falda e delle acque di transizione, che rende le acque emunte inutilizzabili a fini potabili e agricoli. In quest’ottica, sarà necessario sostenere i livelli idrici necessari al contrasto del cuneo salino anche praticando l’aumento dei volumi di falda». La terza proposta si concentra sull’opportunità di diversificare la strategia di approvvigionamento: «La pratica della dissalazione può essere considerata come un’azione di produzione complementare di acqua potabile: in Italia le acque marine o salmastre rappresentano solo lo 0,1% delle fonti di approvvigionamento idrico (pari a 11,1 milioni di metri cubi) contro il 3% della Grecia e il 7% della Spagna. Utilitalia chiede di modificare o abrogare l’art.12 della legge 60/2022 (Salvamare) che aumenta i tempi e la complessità degli iter autorizzativi per gli impianti di dissalazione». La quarta proposta di breve periodo mira a sostenere la presenza di gestioni industriali: «In totale, in Italia, ci sono ancora 1.519 comuni gestiti in economia (il 20% del totale nazionale), pari a 8,2 milioni di abitanti (circa il 14% della popolazione). Tra le misure abilitanti, viene indicato il completamento dell’affidamento del Servizio Idrico Integrato a gestori industriali in tutto il Paese, come previsto dal Dl “Aiuti bis”». Tra le azioni di medio periodo, Utilitalia revede innanzitutto di rafforzare il ruolo di pianificazione e governance dei distretti idrografici: «Il ruolo dei sette distretti idrografici è fondamentale nella governance interregionale della risorsa idrica, soprattutto nella gestione delle fasi particolarmente siccitose». Visto che in Italia le procedure autorizzative occupano quasi il 54% del tempo necessario per la realizzazione di un’opera infrastrutturale Per Utilitalia «Si dovrà puntare inoltre a semplificare la realizzazione degli investimenti» de per questo suggerisce di «Inserire gli impianti connessi allo svolgimento dei servizi di interesse generale a rete tra quelli sottoposti alle “speciali” procedure accelerate per la VIA Statale e regionale (PAUAR), consentendo al contempo semplificazioni procedurali per gli impianti già esistenti». Nel lungo periodo bisogna puntare a promuovere l’uso efficiente dell’acqua: «Efficientare ed ottimizzare l’utilizzo della risorsa da parte dei settori idroesigenti è la prima forma di tutela della risorsa idrica da perseguire. Tre le misure abilitanti segnalate: accelerare nella riduzione delle perdite nel sistema idropotabile; introdurre meccanismi di incentivazione economica al risparmio, quali “certificati blu” in analogia ai “certificati bianchi” nell’energia elettrica; istituire la Giornata Nazionale del Risparmio Idrico e dell’uso razionale dell’acqua, affiancandola alla Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo)». L’ultima proposta riguarda la realizzazione delle opere infrastrutturali strategiche, «Perché la realizzazione di invasi e l’interconnessione delle reti idriche garantirà una pluralità di fonti per prevenire le emergenze future». Tra gli interventi necessari, Utilitalia chiede di «Promuovere una pianificazione integrata per la realizzazione delle opere infrastrutturali necessarie a partire dal Piano Nazionale per gli investimenti del settore idrico, e di realizzare inoltre grandi invasi ad uso plurimo, invasi di piccole e medie dimensioni ad uso irriguo e interconnessioni delle reti per favorire l’adattamento».   L'articolo Acqua e cambiamenti climatici: servono 1,3 miliardi l’anno di risorse aggiuntive fino al 2026 sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

Il Consiglio Ue trova un accordo sulle emissioni industriali. L’Italia dice no

Il Consiglio europeo ambiente ha adottato la sua posizione negoziale ("orientamento generale") su una proposta di revisione della direttiva sulle emissioni industriali ed evidenzia che «Le nuove norme offriranno una migliore protezione della salute umana e dell'ambiente riducendo le emissioni nocive degli impianti industriali e degli allevamenti intensivi nell'aria, nell'acqua e attraverso gli scarichi di rifiuti. Presentando il compromesso raggiunto, la giovane ministra svedese per il clima e l'ambiente, la liberale Romina Pourmokhtari, presidente di turno del Consigliuo Ue ambiente, ha ricordato che «L'inquinamento provoca gravi malattie e danneggia l'ambiente. L'obiettivo dell'Ue per il 2050 è ridurre l'inquinamento a livelli non più dannosi per la salute umana. L'accordo raggiunto oggi dal Consiglio sulle emissioni industriali stabilisce norme più rigorose per contrastare l'inquinamento alla fonte. Questo fisserà i limiti di inquinamento a livelli più efficaci e fornirà indicazioni chiare all'industria e alle grandi aziende zootecniche affinché effettuino i giusti investimenti in modo da ridurre efficacemente il loro inquinamento». Ma, nonostante la vicinanza politica (e la lontanaza anagrafica)  con la 26enne Pourmokhtari, il ministro dell’ambiente italiano Gilberto Pichetto Fratin ha annunciato che «L’Italia non può esprimersi favorevolmente alla proposta di compromesso della Presidenza svedese sulla modifica della direttiva riguardante le emissioni industriali, il cui campo di applicazione si estende in maniera consistente sulle realtà dell’allevamento. Nonostante l’apprezzato lavoro di mediazione svolto sul testo, permangono i problemi di fattibilità della proposta, con tre tipi di criticità: sull’impatto per gli allevamenti, in tema di deroghe e sulla tutela della salute umana». Qurewllo dell’”eccezionalità italiana” è ormai un refrain che il nostro governo utilizza per ogni proposta di progresso verso un’economia davvero sostenibile: dalla conversione energetica delle abitazioni ai rifiuti, dagli allevamenti ai combustibili fossili, alle auto elettriche. Infatti, anche stavolta per Pichetto Fratin «Il livello di ambizione rimane eccessivo, perché il campo di applicazione aumenterebbe di oltre 5 volte». Per il ministro italiano, altro tema critico è «La disciplina del ricorso alle deroghe, i cui criteri non consentono analisi costi-benefici integrate e non considerano la necessità di coordinare i tempi degli investimenti con i programmi di ambientalizzazione in atto». Infine, «I riferimenti alla salute umana sono confusi e ciò può determinare un’incongrua prevalenza degli aspetti sanitari rispetto a quelli ambientali e una sovrapposizione di altre normative». A Pichetto è subito arrivato l’apprezzamento del presidente della Coldiretti Ettore Prandini: «Continua la battaglia per fermare la Direttiva europea ammazza stalle che equipara gli allevamenti alle fabbriche spingendoli alla chiusura dopo l’approvazione della posizione negoziale del Consiglio dei Ministri dell’Ambiente dell’Ue nonostante il voto contrario del Ministro italiano Gilberto Pichetto al quale va il nostro ringraziamento». Ma cosa prevede questo regolamento che è ritenuto così pericoloso da governo e Coldiretti? Gli impianti industriali - come la produzione di elettricità e cemento, la gestione dei rifiuti, l'incenerimento dei rifiuti e l'allevamento intensivo di bestiame - le cui attività sono elencate nella direttiva devono operare in conformità a un'autorizzazione concessa dalle autorità nazionali. L'autorizzazione fissa valori limite di emissione per le sostanze inquinanti emesse dagli impianti. Le autorizzazioni riguardano le emissioni in aria, acqua e suolo, la produzione di rifiuti, l'utilizzo di materie prime, l'efficienza energetica, il rumore, la prevenzione degli incidenti ambientali e il ripristino del sito alla chiusura. I valori limite di emissione si basano sulle migliori tecniche disponibili (BAT) per limitare le emissioni. Il Live Stock Unit (LSU) è un'unità di riferimento che utilizza coefficienti basati sui fabbisogni di mangime per diversi tipi di animali ed è solitamente maggiore del numero di animali in una data azienda. L'obiettivo principale della revisione è compiere progressi verso l'ambizione di inquinamento zero dell'Ue per un ambiente privo di sostanze tossiche». Le nuove regole prevedono di «Includere più impianti nel suo campo di applicazione (in particolare più allevamenti intensivi su larga scala); rendere i permessi più efficaci; ridurre i costi amministrativi; aumentare la trasparenza e dare maggiore sostegno alle tecnologie rivoluzionarie e ad altri approcci innovativi» In una nota il Consiglio ambiente Ue spiega che «Nel loro approccio generale, gli Stati membri hanno modificato la proposta della Commissione per estendere il campo di applicazione della direttiva agli allevamenti intensivi di bestiame con un numero di unità di bestiame vivo (ULA) superiore a 350 UBA per bovini e suini, 280 UBA per pollame e 350 UBA per allevamenti misti. Sarebbero esclusi gli allevamenti estensivi. Le nuove regole verrebbero applicate progressivamente a partire dalle aziende agricole più grandi». Gli Stati membri hanno convenuto di aggiungere le attività minerarie nel campo di applicazione della direttiva. Hanno introdotto una soglia di 500 tonnellate di capacità produttiva al giorno per minerali non energetici e minerali prodotti su scala industriale. Gli Stati membri hanno escluso il gesso dall'ambito di applicazione della direttiva e hanno incluso una soglia per l'idrogeno prodotto attraverso l'elettrolisi dell'acqua». Secondo la maggioranza dei governi dei Paesi membri dell’Ue, «L’approccio generale ha introdotto la flessibilità necessaria agli Stati membri per adattare le disposizioni in materia di sanzioni e risarcimenti in caso di danni alla salute ai loro diversi ordinamenti giuridici nazionali.Gli Stati membri hanno introdotto una deroga ai valori limite di emissione associati alle migliori tecniche disponibili in caso di crisi che porti a gravi interruzioni o carenza di approvvigionamento di energia o di risorse, materiali o attrezzature essenziali, a condizioni rigorose. L'orientamento generale prevede una deroga limitata nel tempo per gli impianti di combustione facenti parte di un piccolo sistema isolato, non interconnesso alla rete energetica continentale. L'obiettivo è dare loro tempo sufficiente per stabilire reti di interconnessione, al fine di garantire la sicurezza energetica. L'orientamento generale specifica gli obiettivi per il centro di innovazione per la trasformazione industriale e le emissioni (INCITE) proposto dalla Commissione. Chiarisce inoltre molte altre parti della proposta e cerca di ridurre gli oneri amministrativi per gli operatori e le autorità nazionali». Ora che il Consiglio ha raggiunto un orientamento generale, i negoziati con il Parlamento europeo possono iniziare non appena quest'ultimo avrà adottato la sua posizione negoziale. L'articolo Il Consiglio Ue trova un accordo sulle emissioni industriali. L’Italia dice no sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

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