Chi è l’autore del monumento ai facchini che vediamo a Piazza della Repubblica, inaugurato nel 2000?

Il monumento è opera di un altro nome importante per la città di Viterbo: Alessio Paternesi, nato il 28 ottobre 1937 a Civita Castellana.

Il progetto di realizzare un’opera dedicata a santa Rosa e ai facchini, nasce quasi per caso, nel 1994, a Canepina durante un pranzo di beneficenza. Sarà il  presidente di allora, del Sodalizio dei facchini, l’indimenticabile Nello Celestini a fare tale richiesta al noto scultore e pittore. Paternesi, accetta la proposta.

 A febbraio del 1997 il nostro scultore, iniziò a lavorare alla statua della Santa, prima in plastilina. Il 3 settembre dello stesso anno (una data che più simbolica non si può), ecco il via libera definitivo da Palazzo dei priori. Ma passeranno altri tre anni e un altro sindaco, Giancarlo Gabbianelli, per vedere il monumento realizzato.

L’assemblaggio della struttura vera e propria, sarà realizzata dagli specialisti Ciorba e Cesarini, e col bronzo fuso nella fonderia Anselmi di Roma, una delle più importanti del mondo, inizierà a maggio.

Ma chi è Alessio Paternesi?  

A quattordici anni, Alessio Paternesi – con l’aiuto del  vescovo Massimiliani – inizia a frequentare il Liceo Artistico di Roma. Tra i docenti ci sono nomi come Franchina, Guttuso, Gentilini, Fazzini. Conseguito il diploma, a 19 anni ottiene una cattedra di disegno industriale.

Poi passa alle magistrali e vince anche un concorso per l’ insegnamento della storia dell’arte, ma per una serie di ragioni, l’assegnazione dell’incarico arriverà solo 18 anni dopo. Parallelamente all’insegnamento, frequenta la facoltà di Architettura a Roma e, soprattutto, intensifica l’attività artistica.

A 22 anni arriva il primo vero riconoscimento della sua verve, viene infatti invitato a partecipare alla VII Quadriennale di Roma, allora una delle manifestazioni più significative dell’arte visiva italiana (sarà di nuovo invitato alla rassegna nel 1986, l’XI della serie).

Entra così in un vortice che lo porterà ad esporre nei ‘luoghi sacri’ della pittura italiana e in giro per il mondo.

E proprio mentre si trova al centro del vortice che sopraggiunge un’altra singolare vicenda nella vita di Paternesi.

Nel 1967, un mercante americano acquista tutti i suoi quadri, circa cinquanta, esposti a Roma. Due anni dopo, nel febbraio del 1969, la ‘Sirena Art Gallery’ di New York organizza una sua personale con un catalogo a firma di Alberto Bevilacqua.

Contemporaneamente, sempre a New York, prende parte a esposizioni collettive presso la Botler Gallery, la Rizzoli Art Gallery e la Second Exhibition of European Painters.

Nello stesso anno vengono allestite altre sue personali a Carmel e a Los Angeles. I mercanti americani gli propongono contratti in esclusiva, purché accetti di vivere negli Usa. Ma Alessio Paternesi,non accetta. “Non sarei riuscito a vivere in una civiltà  dominata dal consumismo qual è quella americana. Queste le sue parole.

Notevole è la personale allestita a Roma, presso i saloni del Vittoriano, in contemporanea con un’altra grande mostra dedicata a René Magritte.

Poi, arriva la lupa capitolina in bronzo a grandezza naturale, collocata a Friburgo, in occasione dell’apertura di una via dedicata alla Città Eterna. Infine c’è la commissione, da parte del Campidoglio, del bassorilievo dedicato alla “Liberazione di Roma”. Per realizzare l’opera, l’unica di un artista contemporaneo allestita a piazza Venezia a Roma, proprio di fronte all’Altare della Patria, Alessio Paternesi, si ispira ad una delle scene finali del film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Alessio Paternesi, ama vivere nel suo abitat, fuori dalla confusione, seppure sia sempre stato un’anima libera.

Quanto ci sarebbe da scrivere su questo grande personaggio? Tantissimo, ma non basterebbe questa pagina di giornale. Diciamo però, che Viterbo deve essere fiero di lui, il quale ha dato lustro alla città, ma forse, poco lo ricorda, e valorizza come invece merita.

 

Accenniamo due parole sul suo monumento, riportando le sue stesse frasi:

“La mia idea era, esaltare Santa Rosa, e per questo Santa Rosa è in cima, lassù, simbolo della religiosità più forte, quella che tutti i viterbesi avvertono. Ma poi c’è l’uomo, la parte più bella dell’uomo che si esalta per la fede, cioé il Facchino. Volevo un monumento per i vivi, non per i morti, e infatti sulla cera sono incise le firme dei Facchini di allora, che ogni settimana venivano personalmente a scrivere i loro nomi, con lo stiletto tra le dita grandi e le mani generose: erano pomeriggi indimenticabili, di lavoro ma anche di festa. Dentro le figure c’è una struttura di acciaio leggero, che garantisce solidità alla struttura; la progettò l’ingengere Franco Leoncini. Ma prima ci sono stati i disegni, che portai a Nello Celestini e che ricevettero l’approvazione all’unanimità del Sodalizio e poi del consiglio comunale. I Facchini mi dissero: va bene, andiamo avanti. E arrivò il bozzetto in bronzo, che fu esposto in una mostra alla Zaffera dal 1 al 20 settembre del 1995”.*

Dal 2000, il monumento a santa Rosa e ai suoi facchini, è lì, a Piazza della Repubblica.

Rosanna De Marchi.

*intervista rilasciata a Michele Arena

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