La tattica, forse made in Rocco Casalino, è usata e abusata. Si lascia passare un proponimento senza enfasi, nel mezzo di qualche altro discorso, e si vede l’effetto che fa. Ma, soprattutto, lo si fa esistere, prima ancora che gli altri, in primis l’opinione pubblica e il Parlamento sovrano, abbiano avuto modo di discuterne, riflettere, ponderare.

Sia chiaro, in un Paese “normale” qualcuno si sarebbe già preso la responsabilità di sciogliere un Parlamento in cui maggioranze con un minimo di omogeneità non sono possibili. Qui si è costretti invece a vivere comunque, nella contraddizione e soprattutto nell’inconcludenza. Che è poi qualcosa che stride ancor più con la gravità della situazione economica, e tendenzialmente di quella sociale, del Paese. Ma tant’è!

Bisogna realisticamente prendere atto che per molti politici l’importante è conservare lo scranno e non andare a casa, incassare un po’ di nomine, evitare che al potere vadano i “sovranisti” e che soprattutto da loro sia ispirata l’elezione del prossimo capo dello Stato. Capito ciò, Giuseppe Conte, l’avvocato miracolato che per caso si è trovato a Palazzo Chigi una prima volta e che è stato tanto scaltro da ritrovarcisi una seconda volta con una maggioranza diversa e opposta alla prima, ha deciso che su questa situazione egli poteva costruire un suo regno, ovvero quel potere personale che di suo non aveva. Il suo motto è diventato allora, andreottianamente, “tirare a campare è meglio che tirare le cuoia”: sopravvivere senza altri obiettivi, costasse quel che costasse, superando uno a uno e con qualsiasi mezzo gli ostacoli che si sarebbero frapposti sul proprio cammino.

Ora, ad occhio, l’ostacolo più vistoso sulla via di Conte sono le elezioni regionali, che, con il mancato accordo fra grillini e piddini, potrebbero segnare una débacle per la maggioranza di governo in ben quattro delle sei regioni coinvolte, con contraccolpi facilmente immaginabili a livello nazionale. Per disinnescare la miccia, Conte le ha provate tutte: prima evitando che si votasse, come sarebbe stato logico, ora a luglio; poi accorpando tutto (referendum sul taglio dei parlamentari compreso) nella più tarda data possibile, il 20 settembre. E pazienza se la data cade ad una sola settimana dalla riapertura delle scuole, creando ulteriori disagi ai tanto già bistrattati studenti!

Rinviare è infatti la tattica per sopravvivere, nella speranza che qualcosa succeda. Ora, a me sembra evidente che la proroga dello stato di emergenza, a cui già il Pd (pure per una parte irritato per non essere stato come al solito preavvertito) ha aderito, serva a Conte proprio per darsi una possibilità di rinviare ancora oltre l’appuntamento con gli elettori, con un semplice dpcm, qualora ci fossero nuovi focolai o comunque la situazione sanitaria accusasse qualche recrudescenza. Anzi, poiché la percezione è la realtà nel nostro tempo, la possente macchina comunicativa di Palazzo Chigi e della stampa amica sembra si sia già messa in moto.

Leggere i giornali è in questi giorni è penoso: di colpo allarmismi, richiesta di “strette”, lettura ad usum delphini dei dati sull’epidemia, “scienziati” compiacenti o semplicemente in attesa di una prestigiosa consulenza, fosche previsioni di virulente “seconde ondate”. Più che uno stato giuridico, o reale, l’emergenza deve essere, per “lor signori” (come li chiamava Fortebraccio), una situazione percepita e accettata. Tanto, essi pensano, il popolo è somaro e non sovrano.

Può il gioco politico arrivare a tanto senza che la qualità di una democrazia sia compromessa irrimediabilmente? Si può giocare così impunemente con la salute, il benessere economico, la buona fede dei propri cittadini, e soprattutto con i fondamentali di uno Stato liberale? Esiste ancora un “giudice a Berlino”, cioè una classe dirigente o un’istituzione tendenzialmente super partes che, nell’ottica liberale del check and balance, metta degli argini ad una politica così orientata?

 Corrado OconeCorrado Ocone

Fonte: https://www.nicolaporro.it/qualcuno-fermi-la-democratura-sanitaria/

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