In queste settimane abbiamo sempre sentito parlare di malati da intubare. Ma cosa accade e come funziona questa procedura? e perché la ripresa del paziente soprattutto dal lato muscolare è così lenta?

A seconda delle sue condizioni, il paziente malato di Covid19,  può trovare beneficio da una semplice mascherina con ossigeno respirando autonomamente, oppure può avere bisogno di interventi più complessi che nell’ordine sono: un casco respiratorio, la ventilazione non invasiva (maschera collegata a un ventilatore) e l’intubazione.

Sedare e intubare
Per intubare i pazienti è necessario sottoporli ad anestesia generale, condizione in cui ogni singolo paziente dovrà rimanere per diversi giorni. Come suggerisce il termine “intubazione”, la procedura implica l’inserimento di un tubo in gola che passa in profondità nella trachea superando le corde vocali, in modo che possa convogliare l’aria nei polmoni e farli espandere e contrarre artificialmente grazie al ventilatore cui è collegato.

L’anestesia serve sia per facilitare l’inserimento del tubo, sia per evitare che i pazienti siano coscienti e cerchino di contrastare involontariamente la respirazione indotta dal ventilatore, con il rischio di peggiorare ulteriormente le condizioni dei loro polmoni.

Oltre agli anestetici per indurre lo stato di incoscienza, i medici somministrano di solito farmaci miorilassanti, cioè per rilassare la muscolatura, in modo che i polmoni restino flosci e reagiscano meglio alla ventilazione. Nel caso delle polmoniti causate da coronavirus, spesso è opportuno girare i pazienti a pancia in giù (pronazione), seminudi e con le gambe leggermente rialzate, pratica che può migliorare l’ossigenazione dei polmoni. È una procedura delicata che si realizza su pazienti anestetizzati e che quindi non possono collaborare: richiede l’intervento di 4-5 persone, a seconda della stazza e delle condizioni di ogni singolo paziente.

Dal racconto di un infermiera di un ospedale di Varese:

“Avrò visto questa procedura un milione di volte, ma oggi è diverso – spiega l’infermiera -. Oggi non si intuba prima di un intervento, di una procedura di routine, di un esame diagnostico. Oggi si intuba perché il coronavirus ha tolto il respiro ad una persona. Poco prima che i farmaci della sedazione facciano effetto vedi la paura negli occhi di un paziente, il respiro in quegli istanti si fa ancora più affannato, in quegli istanti in cui gli ultimi pensieri ordinati scivolano via dalla coscienza, lo vedi che passa tutta la vita: chi sono, chi amano, cosa hanno fatto, cosa vorrebbero fare quando, se, si sveglieranno. Poi il respiro si fa meno profondo, il curaro fa il suo dovere, e rallenta fino a fermarsi, e anche il viso si distende. Non è facile assistere a tutto questo.”

La frase che la donna ripete ai pazienti è “tranquillo, adesso la facciamo dormire un po’…”. Ma, come lei stessa afferma, “non sai nemmeno tu quanto quel sonno durerà. Speri il meno possibile, speri di restituirli al più presto alle loro famiglie”

Risveglio
Dopo qualche giorno, se le condizioni migliorano, l’anestesista di terapia intensiva può disporre un progressivo risveglio del paziente, seppure ancora intubato. Questa soluzione serve per ottenere un minimo di coscienza dai pazienti e per verificare l’andamento delle loro capacità respiratorie. Tornando a respirare autonomamente, sono aiutati comunque dal ventilatore, che rileva quando il paziente inspira o espira e lo aiuta a trasportare la giusta quantità d’aria per far lavorare correttamente i polmoni.

Dopo il risveglio non è affatto tutto risolto, è vero che il peggio è passato, ma sarà necessario un lungo periodo di recupero, oltre al respiro spontaneo anche le normali attività fisiche.

Fisioterapisti respiratori

I pazienti estubati presentano un’elevata incidenza di disfagia che può prolungarsi anche per settimane e che limita significativamente l’assunzione di nutrienti orali, inoltre la lunga immobilità accompagnata agli effetti de curaro che porta ad una difficoltà motoria, richiede un lunga fase di recupero supportata da fisioterapisti.

Fisioterapisti che sono stati di supporto di tutti i pazienti che hanno dovuto recuperare il respiro spontaneo e la ventilazione dalle vie aeree naturali, ma anche le normali attività fisiche come camminare, o svolgere le attività della vita quotidiana spesso compromesse dopo lungi periodi di sedazione, allettamento ed immobilità.

Sicuramente leggere la gioia  in faccia ad un paziente, che rinasce da questa esperienza, è una sensazione unica.

Ognuno di noi dovrebbe vivere questa esperienza direttamente o indirettamente per capire quanto sia importante restare a casa in questo momento difficile, di seguito alcune considerazioni di chi ha avuto contatto diretto con questi pazienti o addirittura l’ha vissuta sulla propria pelle.

«Avere contratto e combattuto il Coronavirus è un’esperienza che ti segna sia a livello clinico che mentale, per questo dico a tutti di rispettare le regole e restare a casa perché questo virus può colpire davvero chiunque».

 

“La prossima volta in quel letto potrei esserci io, potreste esserci voi, vostro nonno, un vostro amico, la persona a cui più tenete al mondo. Quindi, vi prego, vi supplico ancora una volta e finché avrò fiato: state a casa”.

 

 

 

 

 

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