Mps è salva. Ma resta un dubbio sull’operazione Siena

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Ora che la ricapitalizzazione del Monte dei Paschi è andata in porto (l’aumento è stato coperto al 96,3%, con le otto banche del consorzio di garanzia e il fondo Algebris che dovranno accollarsi azioni residue per un controvalore di poco più di 93 milioni di euro), la domanda che sorge quasi spontanea è: e adesso? La risposta è più o meno questa.

Adesso il piano industriale messo a punto, lo scorso febbraio, dal ceo di Mps, Luigi Lovaglio, può finalmente passare alla fase operativa. E il primo mattoncino, se così lo si può chiamare, sono le oltre 4 mila uscite volontarie da Rocca Salimbeni, il cui costo si aggira su per giù intorno al miliardo. Praticamente l’ammontare della quota di aumento garantita dagli investitori privati: fondi, fondazioni, piccole banche. Ma c’è forse una domanda da porsi, ora che il pericolo di finire a gambe all’aria è scampato.

E cioè, premesso che il salvataggio di Mps ha poggiato essenzialmente su due gambe, la prima quella dello Stato azionista e padrone (64%) di Siena, che ha staccato un assegno da 1,6 miliardi di soldi pubblici mentre la seconda è quella delle fondazioni bancarie, chiamate a raccolta dallo stesso Tesoro su input di Mario Draghi (in raccordo con Giorgia Meloni, fin dall’estate scorsa), non è che alla fine l’intero peso della ricapitalizzazione andrà a scaricarsi sul patrimonio (privato) delle stesse fondazioni e magari sui contribuenti italiani?

Attenzione, perché il film potrebbe essere già visto. Cinque anni fa, lo Stato per mano del Tesoro (c’era Paolo Gentiloni al governo), entrò in forze e con tutti e due i piedi dentro Rocca Salimbeni, sborsando 5,4 miliardi di euro a titolo di ricapitalizzazione precauzionale. Fu, nella realtà, una nazionalizzazione, approvata persino dall’Europa,

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