Decoupling, costi e rischi di una scelta politica dai chip alle materie prime

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Se c’è un’industria che più di tutti ha beneficiato dell’intensa globalizzazione intercorsa negli ultimi decenni, questa è sicuramente quella dei semiconduttori. La complessità del processo di design, fabbricazione, assemblaggio e di reperimento dei materiali (gas, metalli rari, attrezzature per l’etching) rappresenta un esempio classico di segmentazione della catena del valore, nella quale ogni attore – dalle foundry fino ai fornitori di software e prodotti chimici – ha puntato sulla specializzazione del proprio business, garantendo ricavi, abbattimento dei costi, reinvestimento in R&D e spingendo così la frontiera tecnologica fino a oggi.

Il tutto avvenuto grazie a investimenti esteri, trasferimento tecnologico, condivisione di know-how seppur la storia della più importante tecnologia esistente abbia attraversato diverse fasi discontinue, tra protezionismo e politiche industriali più o meno offensive ed efficaci, come mostra abilmente nel suo capolavoro Chris Miller.

Seppur questo processo sia avvenuto con un beneficio economico, ovvero la massificazione del comparto dell’elettronica di consumo, oggi la graduale penetrazione di tecnologie dual-use (AI, 5G, IoT) rende l’accesso ai microprocessori più avanzati la tecnologia la chiave per gli equilibri di potere del XXI secolo. E su cui, ormai senza dubbio, Stati Uniti e Cina e i paesi chiave della catena del valore (Taiwan, Corea del Sud, Giappone e in una certa misura l’Europa) vengono trascinati in una riedizione, 4.0, di alcune dinamiche della guerra fredda.

Spesso avventurarsi nelle analogie è un terreno scivoloso, soprattutto se il paragone si spinge ad equiparare paesi come l’Unione Sovietica e l’attuale Repubblica Popolare cinese in diretta competizione con gli Stati Uniti. Ma se guardiamo alle ultime mosse dell’amministrazione Biden, impegnata a rallentare il processo di “indigenizzazione tecnologica” della Cina nel comparto dei chip, qualcosa torna alla mente. In un articolo su Foreign Policy, si ritiene

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