I destini dello calcio sanno sviscerare e narrare storie, destini, mescolare meravigliosamente sport e vita. Chiedetelo all’allenatore del Barcellona, Hansi Flick, per quello che ha vissuto ieri sera. Perché non è stata una domenica come le altre. Dal dramma al trionfo, dal dolore umano alla festa di massa; lui, condottiero che ha saputo conquistar la Catalogna e ricostruire il movimento calcistico blaugrana dalle sue fondamenta, ma istallando evidentemente prima i suoi valori umani poi quelli da allenatore tedesco moderno e contemporaneo.
Il Barcellona ieri sera s’è nuovamente laureato campione di Spagna. E l’ha fatto, proprio matematicamente, in un’occasione speciale: il Clasico, e nel nuovo Camp Nou. Dove i riflettori blaugrana hanno illuminato le gesta brillanti: dal tacco marziano di Dani Olmo per Ferran Torres alla punizione fantascientifica di Rashford, ad annichilire e metter definitivamente al tappeto un Real Madrid che, tra contrasti e resse interne, chiude per la seconda stagione consecutiva un’annata senza titoli e da giugno dovrà ricostruire probabilmente a questo punto con l’esperienza di José Mourinho. 2-0 e discorso chiuso: 29° Liga della storia ad arricchire il palmares blaugrana.
Ma per Flick non è stata una notte come le altre. Prima di tutto perché forse nemmeno ci sarebbe dovuto essere. Per quella drammatica notizia ricevuta in mattinata: la scomparsa del papà. Ma prima di tornar in patria, quasi anche lui da capofamiglia sì e di un popolo, aveva un impegno troppo importante. Chiudere la Liga e trionfare davanti ai rivali di sempre. Detto, fatto. Grande festa e dedica emozionante, ad un popolo ed ai suoi ragazzi. Si commuove e riceve l’abbraccio grato della sua gente, quella nuova, ormai sua. Perché il Barcellona è diventato famiglia, e stanotte abbiamo scoperto perché.


