A 80 anni è normale considerarlo il patriarca della canzone d’autore, Francesco Guccini è di quattro mesi più giovane di Fabrizio De André a cui era legato da reciproca stima.

Completamente diversi i loro caratteri, i percorsi artistici, le canzoni eppure i due “giganti” della musica italiana si erano incrociati qualche volta.

Guccini, gigante abbastanza buono, con la saggezza del montanaro, barba e capelli lunghi, cantastorie in eskimo, scrittore, è tornato alle cronache in questi giorni per la candidatura del suo ultimo romanzo al premio Campiello. Tralummescuro, ballata per un paese al tramonto .

Il suo libro è un viaggio nella memoria di un paese che non c’è quasi più, quella Pàvana dove è cresciuto e dove ha scelto di tornare.

Nato a Modena, Guccini ha trascorso infatti a Pavana la sua giovinezza fino a spostarsi nel 1960 a Bologna, in  Via Paolo Fabbri 43.

Nelle sue canzoni ritroviamo spesso gli amici di Modena, i ricordi di Pavana, le storie e le esperienze giovanili. Sembra di immaginare le sue osterie, le scorribande, le balere, la sua adolescenza.

Iniziò presto a scrivere e a leggere, da Gozzano alla letteratura americana che affascinava tutta la gioventù del secondo dopoguerra.

Lavorò come giornalista, cronista alla Gazzetta di Modena. Andò a intervistare Domenico Modugno. Ne uscì con l’idea giusta per una canzone, L’antisociale, e con la voglia di fare il cantante.

Cominciò così a scrivere canzoni.  Auschwitz, Dio è morto, in cui l’influenza del mondo letterario di Ginsberg e di Bob Dylan era palese.

Entrambe ebbero problemi di censura, Auschwitz divenne La canzone del bambino nel vento.

Radici fu la sua apoteosi, nel ’72. La sua era una scrittura al passo con i tempi, attuale, dilatata, poetica, intimista e politica.

Bomba o non bomba, volente o nolente, portò nei suoi testi l’impegno sociale, l’anarchia, la lotta contro l’ingiustizia, ma anche temi che colpivano per la loro disarmante sensibilità, come la canzone dedicata all’amica scomparsa in un incidente stradale. Le sue canzoni erano spesso lunghi monologhi tratti dalla vita quotidiana, dalla cronaca, dai fatti magari letti o ascoltati. La sua voce era inconfondibile.

Anarchico socialista, Guccini amava leggere Gozzano e Salinger, con le sue scarpe grosse, il cervello fino, l’impegno ma anche l’ironia distaccata di chi la sa lunga.
A 80 anni suonati, continua a scrivere e a leggere, sostituendo però la lettura con gli audiolibri.

L’addio alla canzone è stato annunciato sette anni fa, dopo l’uscita di “L’Ultima Thule” con l’unica eccezione dell’inedita Natale a Pavana in dialetto pavanese.

Ma Guccini continua a essere un’icona, anche per le nuove generazioni.

Auguri, Francesco!

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