Lavorano con un collega polacco (anche lui senza un posto fisso) e con i due professori della Statale Claudia Balotta e Gianguglielmo Zehender nel laboratorio della clinica di malattie infettive: “Nessuna di noi guadagna più di 1.200 euro al mese. Ma dare una mano ora ripaga di tutto”

Quando rispondono al telefono hanno la voce sfinita. Alessia Lai alle sei di sera sta ancora cercando di pranzare, non è riuscita a mettere il naso fuori per un panino in dieci ore, in laboratorio ci sono Annalisa Bergna e Arianna Gabrieli ad aspettarla, bardate di tutto punto da stamattina, praticamente senza sosta dall’inizio di quest’emergenza. La più giovane di loro non ha nemmeno trent’anni, la più anziana (termine quantomai inappropriato) quaranta. Tutte e tre sono precarie. Lavorano insieme al collega polacco Maciej Tarkowski, anche lui senza un posto fisso. E ai due professori della Statale Claudia Balotta e Gianguglielmo Zehender.

Eccolo il team di ricerca del Sacco e dell’Università degli Studi di Milano che ha isolato il ceppo italiano del coronavirus. Il laboratorio della Statale della clinica di malattie infettive, guidata da Massimo Galli, e coordinato dalla professoressa Balotta. “Sono giorni impegnativi e pesanti – racconta la docente di Malattie infettive, 35 anni di carriera alle spalle, aveva già lavorato per isolare il coronavirus nel 2013, allora si trattava della Sars – lavoriamo in massima sicurezza e quindi con gli scafandri, e stare dieci ore con quelle cose addosso non è facile”. Ma quando le si chiede di descrivere queste giornate convulse e quel risultato – l’isolamento del virus – che rappresenta un momento cruciale per la ricerca di cure e vaccini, si ferma. E prova a dirlo nel modo più gentile possibile: “Non vogliamo essere santificati. Niente romanzi sul nostro lavoro, per favore – chiede – . Parliamo piuttosto del fatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno ottenuto questo risultato sono giovani e senza un posto fisso”.

 
E allora ecco Alessia, quarant’anni, ex assegnista della Statale, ora collaboratrice del Sacco come libera professionista in attesa di fare un concorso. Per un altro posto da precaria. “Qualche giorno prima dell’emergenza avevamo scongelato una linea cellulare di reni di scimmia, per non farci trovare impreparati all’occorrenza”. E così è stato. Quando al Sacco sono stati ricoverati i primi quattro casi gravi da coronavirus, in arrivo dall’area del focolaio di Codogno, il loro “lavaggio broncoalveolare” o l’escreato ( per i comuni mortali non addetti ai lavori, un misto fra il muco e la saliva) è stato usato per infettare quelle cellule. La presenza del virus era già visibile al microscopio dopo le prime quattro ore. Ce ne sono volute ventiquattro e poi altre quarantotto di attesa per avere una conferma definitiva. “Sono stanca morta, provata, non vedo il mio fidanzato da una settimana. Ma la soddisfazione di dare una mano per una cosa così importante ripaga di tutto”. Annalisa Bergna di anni ne ha 29. Anche lei in questi giorni è come se vivesse al Sacco. Anche lei con lo stesso sorriso stravolto. Ma di chi sa di essere al centro di uno sforzo collettivo unico.

“Nessuno di noi guadagna più di 1.200 euro al mese”, racconta Arianna Gabrieli, originaria di Lecce. Lo dice perché glielo chiediamo. Non di certo per lamentarsi, nessuna di loro ce l’ha nel Dna. “Non avere certezze è complicato, le bollette, l’affitto da pagare senza alcuna stabilità. Ma in questo momento provo una gioia che fatico a descrivere”. E se questo è già un traguardo, ora arriva una sfida ancora più grande: “Averlo caratterizzato serve a ricostruire quando è arrivato in Italia e come si sta diffondendo”, spiega Zehender, professore di Igiene. E mentre continuano ad arrivare campioni, il lavoro di questo laboratorio universitario prosegue senza sosta. E con questa scoperta ora è possibile far partire la ricerca per studiare l’efficacia di farmaci sperimentali e lo svilupo di potenziali vaccini.

 

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