Ancora una giornata di follia e violenza nel carcere di Frosinone. L’altro ieri, sabato 2 aprile, la settima sezione del penitenziario è diventata teatro di uno scontro violentissimo che ha riportato l’attenzione su una situazione che appare ormai fuori controllo.
Tutto è iniziato nel pomeriggio, quando due fazioni di detenuti – da una parte un gruppo di nazionalità tunisina e dall’altra uno di nazionalità albanese – si sono affrontati faccia a faccia. Non sono volate solo parole: i detenuti erano armati fino ai denti con coltelli rudimentali fatti a mano e oggetti contundenti usati come mazze. Una scena da film horror che ha costretto gli agenti della Polizia Penitenziaria ad intervenire d’urgenza per evitare il peggio.
A pagare il prezzo più alto, purtroppo come sempre, sono stati gli agenti. Cinque poliziotti sono rimasti feriti nel tentativo disperato di separare i due gruppi e riportare la calma. Il bilancio è pesante: un agente ha ricevuto un colpo violentissimo alla mandibola, mentre un altro collega ha riportato la frattura di un dito e una brutta ferita da taglio al polpaccio. Solo il coraggio e la grande professionalità dei poliziotti hanno impedito che ci scappasse il morto tra i detenuti stessi.
Durissima la denuncia del SAPPE (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria). Anche perché questa ennesima aggressione non è un fulmine a ciel sereno: proprio mercoledì scorso i vertici del sindacato avevano visitato la struttura, confermando che il clima era pesantissimo. “Diciamo basta – si legge nella nota del sindacato – Il carcere di Frosinone è abbandonato a se stesso. Da anni chiediamo di trasferire i detenuti più violenti fuori regione, ma nessuno ci ascolta”.
Solo pochi giorni prima della rissa, una delegazione guidata dal Segretario Generale Donato Capece aveva setacciato ogni angolo del carcere: dalle celle all’infermeria, fino agli uffici, riscontrando condizioni critiche e sicurezza davvero minima. E purtroppo il sindacato non ha avuto neppure il tempo di protestare ufficialmente che si è verificato l’ennesimo episodio di violenza.
Ora il personale chiede fatti, non parole. La tensione resta altissima e il timore è che, senza interventi immediati su sicurezza e potenziamento del personale e senza punizioni esemplari per chi ha scatenato l’inferno, tali situazioni possano ripetersi.


