Uno degli argomenti migliori di chi vuole comunque andare a votare è che anche se ti disinteressi della politica, è la politica che si interessa a te.

Il voto rappresenta dunque il “meno peggio” da scegliere rispetto al….”più peggio”. Questo l’ho creduto anche io per molto tempo. A tal proposito, quando ci fu il referendum per le riforme del 2016, presi mio padre, lo misi in carrozzina e lo portai a votare per il SI’, convinto che il successo di quella riforma – che avrebbe dato un enorme potere a Renzi (col quale ancora oggi sono convinto che avremmo avuto sorprese positive proprio sul piano sovranistico) – sarebbe stato da preferirsi a quello che già sapevo sarebbe accaduto poi. E il “poi” lo abbiamo ben visto. Con lo stesso presupposto, nel 2018, andai a votare CasaPound, per poi pentirmene subito dopo non appena ho visto l’inconsistenza di quel partito dal tratto di dannunziana culturosità ma povero di sostanza. E col medesimo presupposto, partecipo alle riunioni di condominio, ben conscio della loro inutilità ma con la convinzione, con i miei modesti sessanta millesimi, di dovermi schierare con degli emeriti idioti se questi fanno il mio interesse.

Dal 2018, tranne che alle assemblee di condominio, dove con i miei sessanta millesimi perlomeno su quelle scelte ho un potere di incisione del 6%, non partecipo più alla cosa pubblica. Ho maturato la convinzione, da me ripetutamente espressa, che da questa situazione non se ne esca con le buone, che non ci siano Schilirò, Case Pound, Forze Nuove, Leghe, Fratelli, Cugini, Biscugini, Triscugini d’Italia che tengano e che l’unica speranza è un patriota che prenda il coraggio di organizzare un movimento rivoluzionario che risolva le cose. Ed è una convinzione che va spiegata.

Il nostro paese è paragonabile ad un motoscafo. Non è privo di cilindrata ma se quel motoscafo affronta un mare in tempesta, paradossalmente è più al sicuro chi sta in acqua che chi rimane nell’imbarcazione. In più c’è la sensazione che le acque siano mosse da qualcuno che abbia tutto l’interesse a farci affogare tutti quanti, per questo o quel motivo. In questo senso, andare a votare significa scegliere quale imbarcazione inforcare per poi illudersi di essere al sicuro.

Per chi ho votato alle amministrative? Mi chiedono. Sono di Napoli e non mi interessa nulla di chi vincerà tra l’ennesimo magistrato in politica Maresca, Manfredi, la Clemente – nota soltanto per essere la figlia della povera Silvia Ruotolo morta ammazzata per sbaglio – e altri. Candidati di cui non so nulla e di cui non mi premuro di saperne qualcosa. Come non mi frega nulla di chi vincerà a Roma. Perché tanto so che non cambierà nulla. La mia rimarrà una città completamente priva di una rotta, piena di disoccupati, di camorra. E Roma rimarrà il meraviglioso troiaio di oggi, flebile ricordo del glorioso Caput Mundi che fu. Cose su cui peraltro il sindaco futuro come quelli passati, non avrà alcuna responsabilità. Una città è immersa in un sistema ben più grande.

Votare significa rafforzare questo sistema, illudersi che mettendosi in questa o in quella barca, non finiremo comunque travolti. Invece l’unica speranza di salvezza è che qualcuno disarcioni il Poseidone che muove i mari. Sperando che non si monti la testa e che non incontri l’Arcangelo Michele che scacciandolo dal paradiso, gli chieda: “Quis ut Deus?”, “Chi come Dio”? Ed è inutile che i media ufficiali si lagnino della scarsa affluenza alle elezioni. Solo una classe dirigente di cretini e psicopatici può credere che si possano sequestrare diritti e denari di decine di milioni di persone, prenderli in giro con partiti che prima si propongono di rappresentare il malcontento e poi lo fottono integrandosi nel sistema e infine pensare di non essere puniti dagli elettori.

L’astensionismo, specialmente in questa fase storica, non fa altro che ricordarci che la fiducia degli italiani nell’attuale partitocrazia si è esaurita.

Oltre alla pazienza.

Fonte: Il Detonatore

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