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Imprese agricole ed energie rinnovabili: pochi investimenti
Secondo lo studio “Analyzing the land and labour productivity of farms producing renewable energy: the Italian case study”, punbblicato sul Journal of Productivity Analysis da Antonella Bassoe Maria Bruna Zolin, professoresse di matematica applicata ed economia agraria all’Università Ca’ Foscari Venezia, che ha analizzato i dati di quasi 10mila aziende agricole italiane, «Il binomio agricoltura e rinnovabili può portare benefici economici concreti alle aziende agricole. Tuttavia, integrare l’attività zootecnica o agricola con la produzione di energia green è ad oggi un’opportunità sfruttata solo dal 7,2% delle imprese del settore. Le rimanenti 9.216 aziende agricole, pari al 92,8% del nostro campione, non producono rinnovabili, evidenziando il grande potenziale del comparto agricolo per contribuire alla crescita sostenibile».
La Basso e la Zolin hanno analizzato i dati del database europeo Rete di Informazione Contabile Agricola (RICA), in particolare, i risultati di un questionario del 2018 che coinvolse 10.386 aziende italiane. Nello studio sono state prese in considerazione le aziende del settore agricolo italiano con una produzione tra un minimo di 8.000 e un massimo di 10 milioni di euro e un’area utilizzata superiore ad 1 ettaro di terreno. In totale sono state prese in considerazione 9.927 aziende agricole.
Lo studio mette a confronto la produttività della forza lavoro e della terra delle aziende produttrici di energie rinnovabili e di quelle non produttrici. Per produttività viene intesa la resa, misurata in euro, per ogni unità di lavoro o di terreno e ne viene fuori che «La produttività media del terreno ammonta a 11.672 per le aziende non produttrici di rinnovabili. Soltanto prendendo in considerazione le aziende produttrici di energie rinnovabili nel loro complesso la media è di 12.552 euro. Tuttavia, prendendo in considerazione solo le produttrici di biogas la produttività media sale a ben 30.676 (+162,81 %). La produttività media della forza lavoro è di 56.279 euro nelle aziende prive di impianti a rinnovabili. Si tocca una produttività media di 83.092 euro per le aziende produttrici di energie rinnovabili e di 85.752 euro. Questa produttività sale del +52,37% per le aziende produttrici di energia solare».
Per le due autrici dello studio, «I risultati economici dimostrano come, specialmente nel caso della produzione di biogas e di energia solare, questa attività aggiuntiva generi risultati economici superiori nelle aziende produttrici di energie rinnovabili rispetto a quelle che non lo sono. Tuttavia, ci sono dei colli di bottiglia: ci sono molte barriere che ostacolano la produzione e il conseguente uso di energie rinnovabili nell’agricoltura. In primis questioni finanziarie, tecniche, sociali e regolatorie relative alle risorse naturali».
La Basso e la Zolin concludono facendo notare che «Risulta molto importante il possibile conflitto fra sicurezza alimentare e sicurezza energetica. Attualmente le normative italiane prevedono che la prima abbia precedenza sulla seconda, preferendo dunque la produzione alimentare a quella energetica. Una soluzione, suggeriscono le ricercatrici, è quella di utilizzare i terreni abbandonati, al fine di evitare un possibile conflitto tra i due tipi di produzione».
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In aumento gli incendi nei cassonetti, Sei Toscana: attenzione alle ceneri di stufe e camini
Sei Toscana, il gestore unico dei servizi d’igiene urbana nei 104 Comuni che compongono l’Ato sud, segnala che in questi ultimi giorni d’inverno «aumentano in modo esponenziale gli incendi di cassonetti dovuti, nella stragrande maggioranza dei casi, alla presenza di ceneri non ancora spente conferite sbadatamente dai cittadini».
Una sbadataggine che può portare però con sé gravi conseguenze, non solo per i cassonetti ma anche per gli automezzi che raccolgono i rifiuti – delineando così un danno per la collettività che si ripercuoterà sulla Tari – e, talvolta, anche ad abitazioni o auto parcheggiate nei pressi dei contenitori che vanno a fuoco. Senza dimenticare che l’incendio di rifiuti e dei loro contenitori rappresenta un reato, oltretutto con non trascurabili conseguenze sotto il profilo dell’inquinamento atmosferico dato dalla combustione non controllata della spazzatura.
Eppure bastano «pochissimi accorgimenti per garantire un corretto conferimento di questo materiale in assoluta sicurezza», come spiegano da Sei Toscana.
Essenzialmente, prima di gettare le ceneri nel cassonetto è assolutamente necessario verificare che queste siano completamente spente. Per questo, è consigliabile raccogliere le ceneri all’interno di un contenitore metallico e aspettare qualche giorno prima di gettarle nel cassonetto. È anche possibile gettare dell’acqua sopra le ceneri raccolte per permettere un più rapido spegnimento di tutti i piccoli focolai che possono fungere da pericolosi inneschi (operazione questa da fare all’aperto o in un locale particolarmente areato così da non avere problemi con il fumo).
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Cos’è e come funziona: il 17 marzo a Mola si parla di Parco nazionale Arcipelago toscano
Dopo il buon successo della prima iniziativa sul ciclo dei rifiuti, proseguono gli appuntamenti con il ciclo di incontri tematici “Com’è – Come funziona” organizzati da Legambiente Arcipelago Toscano all’Aula Verde Blu “Giovanna Neri” della Zona Umida di Mola (lato Capoliveri). Venerdì 17 marzo, dalle ore 17,00 alle 19,00, il tema sarà il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e i suoi compiti e competenze, l’organizzazione dell’Ente Parco – politica e amministrativa - e i Piani sulla base dei quali opera.
A illustrare cosa sia davvero e come funziona un Parco Nazionale e a rispondere alle domande di chi vorrà partecipare sarà il Direttore del PNAT Maurizio Burlando che spiega: « Gli Enti Parco sono enti speciali: speciali per finalità, speciali per gli ambienti in cui operano, speciali per l’insieme articolato di soggetti, pubblici e privati, con i quali devono interagire. A questa specialità si aggiunge, inoltre, il fatto oggettivo di essere amministrazioni relativamente recenti. Un insieme di condizioni che ha reso complicato il percorso dei Parchi in Italia, fortemente impegnati nel condurre la propria missione di tutela delle risorse naturali, compatibilmente con l’attenzione a favorire attività funzionali allo sviluppo sostenibile dei territori di competenza. In questo contesto opera il Parco Nazionale Arcipelago Toscano, area protetta terrestre con estensione anche a mare istituita nel 1996. Un territorio straordinario per biodiversità e geodiversità, per il paesaggio e per l’affascinante storia e cultura che caratterizza le sette isole che lo rappresentano. L’incontro è l’occasione per raccontare il ruolo e le funzioni di un Ente Parco, ma anche e soprattutto per illustrare le azioni, i progetti e le sfide che attendono il Parco Nazionale riguardo al difficile compito di conservare le peculiarità dell’inestimabile patrimonio naturale presente nell’Arcipelago Toscano e contestualmente di promuovere politiche innovative e consapevoli a favore dello sviluppo locale».
Attività valida per i PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento
Tutti sono invitati a partecipare
Info: legambientearcipelago@gmail.com - 3398801478
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L’eradicazione delle specie invasive e Il rewilding delle isole porta grandi benefici a terra e a mare (VIDEO)
Secondo lo studio “Harnessing island–ocean connections to maximize marine benefits of island conservation”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team di ricercatori statunitensi guidato dalla Scripps Institution of Oceanography e Island Conservation, «Il ripristino e la rigenerazione delle isole che sono state decimate da specie invasive dannose apporta benefici non solo all'ecosistema terrestre, ma anche agli ambienti costieri e marini. Collegare terra e mare attraverso sforzi di conservazione coordinati può offrire benefici non realizzati e amplificati per la biodiversità, il benessere umano, la resilienza climatica e la salute degli oceani, e fornisce un microcosmo per il potenziale non sfruttato del ripristino dell'ecosistema su scala più ampia». La nuova era della conservazione si concentra sull'interconnessione di tutti gli ecosistemi, piuttosto che salvare singoli pezzi attraverso sforzi isolati.
Lo studio illustra unanuova prospettiva di interventi che riconosce il legame fondamentale tra isole ed ecosistemi marini e identifica l'isola e le emergenze ambientali marine costiere come elementi che promuovono forti legami in questi ecosistemi in tutto il mondo. Il risultato è «Un modello per prendere efficaci decisioni di conservazione e gestione terra-mare da parte di governi, fondazioni, popolazioni indigene, comunità locali, ONG e ambientalisti per sfruttare il potere delle connessioni isola-oceano che rafforzano la salute degli oceani».
Il coautore principale, Stuart Sandin, PhD della Scripps Institution of Oceanography dell'università della California a San Diego, evidenzia che «Applicando questa conoscenza alle isole di tutto il mondo, possiamo comprendere i vantaggi marini dei progetti di ripristino delle isole e massimizzare i ritorni per i nostri investimenti nella gestione della conservazione per le persone, la fauna selvatica e il pianeta».
Le isole supportano alcuni degli ecosistemi più preziosi sulla Terra, con una quantità eccezionale di piante, animali, comunità e culture rare che non si trovano da nessun'altra parte del mondo. Ecosistemi terra-mare sani dipendono da un flusso di nutrienti dagli oceani alle isole e dalle isole agli oceani, un processo facilitato dalle "specie connettrici”, come uccelli marini, foche e granchi terrestri. La ricerca mostra che «Le isole con un'elevata popolazione di uccelli marini, ad esempio, che si nutrono nell'oceano aperto e apportano grandi quantità di nutrienti agli ecosistemi insulari attraverso i loro depositi di guano, sono associate a popolazioni ittiche più grandi, barriere coralline a crescita più rapida e incremento dei tassi di ripresa dei coralli dagli impatti dei cambiamenti climatici».
Tuttavia, molte specie di uccelli marini sono state portate sull’orlo portate sull’orlo dell'estinzione locale o globale – quando non alla totale estinzione - a causa di mammiferi alloctoni invasivi, come i ratti (ma anche gatti de cani rinselvatichiti, cinghiali, volpi, furetti…) che mangiano uova di uccelli e pulcini delle specie autoctone nele isole dove nidificano. Spesso, la perdita di queste popolazioni di specie di connettrici provoca un collasso ecosistemico sia sulla terraferma che in mare. «L’eradicazione delle specie invasive dalle isole è uno dei nostri migliori strumenti per ripristinare piante, animali ed ecosistemi nativi», dicono i ricercatori.
L’altra coautrice principale Penny Becker, vicepresidente conservazione di Island Conservation, sottolinea che «Le isole e gli oceani sono collegati, qualcosa che molte persone che vivono lungo le coste hanno capito da tempo, da cui dipendevano, e che di conseguenza sono stati gestiti in modo olistico. Collegare gli sforzi sulla terraferma, inclusa l’eradicazione delle specie invasive dalle isole, con il ripristino e la protezione del mare offre una significativa opportunità non sfruttata per proteggere e ripristinare sia le isole che le regioni costiere. Le nuove intuizioni nate dalla collaborazione di ricercatori, associazioni ambientaliste, Parc hi nazionali e Aree marine protette, agenzie governative e comunità locali possono aiutare a modellare dove potrebbero verificarsi i benefici collaterali marini di maggior impatto del ripristino insulare. Lo studio evidenzia 6 caratteristiche ambientali essenziali che possono portare alla definizione delle priorità dei ripristini isola-oceano: precipitazioni, elevazione, copertura vegetale, idrologia del suolo, produttività oceanografica ed energia delle onde».
Lo studio identifica le isole con maggiori precipitazioni, minore energia delle onde e altre condizioni coerenti con l'elevata connettività terra-mare - come l'isola Floreana nell'arcipelago delle Galapagos . come «Aventi un alto potenziale per produrre sostanziali co-benefici marini dopo l’eradicazione delle specie invasive e il rewilding insulare».
Uno degli autori dello studio, Wes Sechrest, capo scienziato e CEO di Re:wild, evidenzia che «Questa ricerca è incredibilmente utile per dare la priorità a dove concentrare il lavoro di conservazione e le risorse preziose per avere il massimo impatto. Ripristinando e rinaturalizzando l'isola di Floreana, ora sappiamo che ripristineremo e proteggeremo anche la fauna selvatica nell'area marina protetta che circonda l'isola e oltre, e forniremo resilienza climatica. Questo è fondamentale per costruire una Floreana sostenibile per gli isolani locali e un pianeta più sano per tutta la vita sulla Terra».
Gli abitanti di Floreana hanno visto con i loro occhi per decenni gli effetti negativi delle specie invasive e stanno riplasmando il futuro della loro isola svolgendo un ruolo centrale nel suo ripristino. Un pescatore dell’isola di Floreana, Max Freire, conferma: «Le specie invasive stanno distruggendo la nostra isola. Divorano i raccolti e stanno spingendo le nostre popolazioni di uccelli marini sull'orlo dell'estinzione. Ogni anno prendiamo meno pesce. Rimuovendo le specie invasive, abbiamo l'opportunità di ripristinare sia la terra che il mare e fornire per la prima volta maggiori opportunità di ecoturismo su un'isola abitata dell'arcipelago. I nostri mezzi di sussistenza, la nostra salute e il futuro della prossima generazione dipendono da questo».
Sonsorol Island, a Palau, è un altro sito con un elevato potenziale di connettività terra-mare. La forte riduzione degli uccelli marini dovuta alle specie invasive ha notevolmente rallentato la deposizione di nutrienti, il che a sua volta sta limitando la produttività delle barriere coralline circostanti. Sonsorol è un’isola remota e questo significa che la comunità umana che ci vive dipende fortemente dalle risorse locali. Prima dell'impatto delle specie invasive, gli isolani di Sonsorol vivevano in armonia con il loro ambiente e prosperavano grazie alle risorse naturali fornite dalla terra e dal mare. Nicholas Aquino, governatore dello Stato di Sonsorol della Repubblica di Palau, racconta che «I ratti hanno infestato le nostre piante, inclusa la tuba. Minacciano la nostra sicurezza alimentare e diffondono malattie. La comunità ha voluto, ha implorato, per questo tipo di progetto. Trarremo sicuramente beneficio dal ripristino di Sonsorol».
Un’altra autrice dello studio, Kate Brown, direttrice della Global Island Partnership, fa notare che «Sonsorol e Floreana sono solo due delle tante isole che hanno un grande potenziale per la guarigione degli ambienti marini. Dare priorità al ripristino insulare in tutto il mondo può avere un vantaggio significativo per la biodiversità del nostro mondo, sia sulla terraferma che in mare. Insieme, possiamo costruire comunità insulari resilienti, sostenute da ecosistemi insulari e marini sani, ricchi di biodiversità».
I progetti di ripristino di Sonsorol e Floreana fanno parte di Island-Ocean Connection Challenge, una nuova ambiziosa campagna ambientale che punta a ripristinare e rinaturalizzare entro il 2030almeno 40 ecosistemi insulari significativi a livello globale, a beneficio di isole, oceani e comunità. I partner fondatori di Island-Ocean Connection Challenge - Island Conservation, Re:wild e Scripps Institution of Oceanography - hanno lanciato il progetto nell'aprile 2022 alle la conferenza Our Ocean insieme a Panama e Palau e l’iniziativa è stata subito sostenuta da David e Lucile Packard Foundation, Oceankind, Cookson Adventures, Leo Model Foundation, North Equity Foundation e Sheth Sangreal Foundation. Da allora, la campagna ha accolto nuovi partner e sostenitori, tra cui i governi di Cile, Repubblica Dominicana e dell’Ecuador, American Bird Conservancy (ABC), Danny Faure Foundation, Global Island Partnership, Marisla Foundation e Oceans Finance Company ,
Sea McKeon, direttore del programma marino di ABC, si chiede: «Quali ricchezze dell'ecosistema sono andate perdute quando l'alca impenne o il petrello maggiore di Sant'Elena si sono estinti? Questa nuova ricerca supporta il principio di base della conservazione con cui ABC ha lavorato per molti decenni: il ripristino delle popolazioni di uccelli ha profondi benefici per gli habitat terrestri, costieri e marini in cui vivono. Questo significa che la protezione degli uccelli marini durante tutto il loro ciclo di vita e lungo l'intero percorso migratorio dovrebbe essere sempre una priorità assoluta nel ripristino delle economie, delle isole e degli ecosistemi marini».
Nick Holmes, coautore dello studio e direttore associato oceani di The Nature Conservancy of California, aggiunge: «Far progredire la nostra comprensione dei collegamenti marini e terrestri è inestimabile per organizzazioni come The Nature Conservancy per pianificare e realizzare una conservazione efficace sulle isole e si basa su una base di conoscenza indigena su terra e mare. Questo sottolinea l'importanza del lavoro in luoghi come l'atollo di Palmyra, dove The Nature Conservancy e i nostri partner stanno ripristinando l'habitat degli uccelli marini e reintroducendo specie di uccelli marini estinte, per massimizzare la connettività terra-mare e rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici».
Alan Friedlander, chief scientist di National Geographic Pristine Seas, ribadisce che «Spesso non ci rendiamo conto che ciò che facciamo sulla terraferma influisce sulla salute dell'oceano. Ancora meno ovvio è che la salute dell'oceano influisce sulla terraferma poiché specie come gli uccelli marini si nutrono in mare e depositano sostanze nutritive sulla terraferma, aumentando così la produttività. Questa forte interconnessione tra terra e mare era ben nota agli indigeni isolani e la rinascita di questa conoscenza tradizionale combinata con la scienza contemporanea rappresenta una grande promessa per aiutare a ripristinare questi ecosistemi unici».
Tadashi Fukami della Stanford University concorda: «Le culture tradizionali sono state a lungo olistiche, vedendo le connessioni tra diversi componenti della natura. Ad esempio, per più di un millennio, i giapponesi hanno riconosciuto le "uotsukirin", o foreste di allevamento di pesci, sottolineando l'importanza degli ecosistemi insulari per la vita marina. La scienza moderna ha perso di vista le prospettive olistiche, che i ricercatori stanno ora riapprendendo dalle culture indigene tradizionali di tutto il mondo. La nostra ricerca evidenzia questa maggiore realizzazione».
Daniel Gruner dell’università del Maryland ricorda che «Le culture indigene sulle isole gestivano i bacini idrografici dalla “cresta del reef”', riconoscendo che l'uso del suolo ha conseguenze per la sostenibilità degli ecosistemi costieri a valle. La nostra ricerca supporta ed estende questa saggezza fornendo ipotesi per le caratteristiche ambientali nelle quali le azioni di ripristino insulare hanno maggiori probabilità di andare a beneficio delle funzioni dell'ecosistema vicino alla costa».
Wieteke Holthuijzen dell’università del Tennessee – Knoxville, evidenzia un altro aspetto: «Un'isola può apparire come un'oasi isolata in superficie, ma è solo la punta di un ecosistema più ampio che è indissolubilmente connesso al mare circostante. Esistono connessioni ricche, profonde e complesse tra terra e mare che, a loro volta, supportano un'immensa diversità. La nostra ricerca sottolinea l'importanza di riconoscere, comprendere e onorare queste connessioni attraverso un lavoro collaborativo e inclusivo che avvantaggia sia la fauna selvatica che le persone. Il ripristino terrestre delle isole, in particolare eradicando i predatori invasivi, può avere effetti a catena di vasta portata nelle barriere coralline circostanti e oltre».
Holly Jones,della Northern Illinois University, conferma: «Le specie che collegano terra e mare come gli uccelli marini collegano indissolubilmente questi due ecosistemi. Ma scienziati, organizzazioni per la conservazione e altri stakeholders spesso li affrontano in maniera isolata si concentrano solo sull'uno o sull'altro aspetto. La nostra ricerca dimostra l'importanza e il potere delle collaborazioni tra ecosistemi e settori intersettoriali per massimizzare il potenziale di risultati di conservazione significativi».
Rebecca Vega-Thurber dell’Oregon State University conclude: «I nutrienti della vita marina autoctona, sia terrestre che marina, sono probabilmente necessari per migliorare la crescita dei coralli e ridurre le malattie dei coralli. Poiché i coralli forniscono la struttura fondamentale delle barriere coralline insulare, l'accelerazione della crescita e l'aumento della salute di diverse specie di coralli possono promuovere la resilienza della biodiversità della barriera corallina in generale».
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Efficienza energetica, ristrutturare gli edifici è importante per lavoro e imprese quanto per il clima
Dopo il primo via libera ricevuto dalla Commissione Itre dell’Europarlamento lo scorso 9 febbraio, la nuova direttiva sull’efficientamento energetico degli edifici è attesa alla prova della plenaria la prossima settimana.
Nonostante le resistenze manifestate dal Governo italiano, si tratta di un terreno dove ambientalisti e mondo dell’industria possono trovare convergenze comuni, come mostra plasticamente il focus odierno realizzato sul tema dal Kyoto club insieme a Daikin.
«Vogliamo dare una modesta risposta alla dilagante disinformazione che vediamo quotidianamente su programmi, giornali, riviste e social media – dichiara Antonio Bongiorno, marketing general manager di Daikin air conditioning Italy – Ad esempio si dice che l’elettrificazione dei consumi per il riscaldamento tramite pompe di calore consegnerebbe questo business ai produttori extra-europei, quando in realtà l’industria delle pompe di calore e delle altre tecnologie rinnovabili può ormai definirsi a pieno diritto europea».
Più in generale, adottando la proposta di direttiva ci sarebbero – argomentano dal Kyoto club – considerevoli vantaggi per il nostro paese; innanzi tutto diventeremmo meno dipendenti dai combustibili fossili, per lo più acquistati e importati da paesi dal fragile equilibrio politico-sociale (in Italia si consumano oltre 32 miliardi di m3 di gas per riscaldare le nostre abitazioni).
Ci sarebbe poi un innegabile vantaggio per le imprese italiane del settore della climatizzazione: con un piano ben definito e di lungo termine, esse potranno investire con maggior fiducia in ricerca, sviluppo e produzione di prodotti e dispositivi meno inquinanti e più efficienti, mantenendo così quella posizione di eccellenza a loro riconosciuta a livello mondiale.
Non vanno infine dimenticate le famiglie: per quelle di oggi, arriverebbe un importante aiuto contro il caro bollette ed al contempo vedrebbero valorizzarsi il proprio patrimonio immobiliare (la casa è sempre più il principale bene di rifugio degli italiani); le famiglie di domani si alleggerirebbero invece di una parte dei tanti debiti ambientali che la nostra e le passate generazioni hanno accumulato.
Non vanno inoltre dimenticate le ricadute indirette. Secondo quanto riportato dalla Lettera di imprese e investitori sulla Direttiva europea sull’efficienza energetica degli edifici dell’European alliance to save energy (Eu-Ase) affrontare il problema dell'inefficienza del patrimonio edilizio dell'Ue può anche essere uno stimolo positivo alla crescita: per ogni milione di euro investito nella ristrutturazione energetica degli edifici, vengono creati in media 18 posti di lavoro locali e a lungo termine.
Recenti modelli economici dimostrano inoltre che il rinnovamento del parco edilizio europeo con misure di efficienza energetica come l'isolamento termico, l'allacciamento a efficienti sistemi di teleriscaldamento e raffreddamento efficienti e l'elettrificazione della fornitura di riscaldamento con pompe di calore contribuirà a creare 1,2 milioni di posti di lavoro netti in più e un aumento del Pil dell'1% entro il 2050.
«Il settore edilizio è responsabile del 40% del consumo totale dell’energia e del 36% delle emissioni a effetto serra nell’Ue. Nel 2020, circa 36 milioni di europei non sono stati in grado di mantenere le loro case al caldo a causa di redditi bassi, spese energetiche elevate e scarsa efficienza degli impianti e degli edifici. Numeri che – argomenta il direttore del Kyoto club, Sergio Andreis – potrebbero aumentare sensibilmente a causa della crisi energetica in atto. È necessario che l’Unione europea predisponga una legislazione chiave nell’ambito del pacchetto Fit for 55 per decarbonizzare il settore, migliorare le prestazioni del costruito favorendone la trasformazione digitale e abbattere la povertà energetica. Esortiamo pertanto l'Aula, e in particolare gli eurodeputati italiani, ad assumere una posizione saggia e a dare il proprio voto favorevole in occasione della sessione plenaria prevista per i prossimi 13-16 marzo».
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Efficienza energetica, raggiunto in Ue un primo accordo sulla revisione della direttiva
Il Consiglio e il Parlamento europei hanno raggiunto oggi un accordo politico provvisorio in merito alla revisione della direttiva sull’efficienza energetica, introducendo un obiettivo vincolante al 2030 di riduzione dei consumi finali pari ad almeno l’11,7% in più rispetto alle previsioni del 2020.
Questo comporta un limite massimo al consumo energetico finale dell'Ue pari a 763 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) e di 993 Mtep per il consumo primario (dato che oltre all’energia consumata dagli utenti finali, ricomprende anche quella utilizzata per produrre e fornire energia).
Affinché questi target diventino certi, è necessario attendere l’approvazione formale dell’accordo da parte del Consiglio e Parlamento europei, necessari prima di arrivare alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
L’accordo provvisorio rappresenta comunque un passo avanti rispetto all’attuale versione della direttiva sull’efficienza energetica, in vigore dal 2018, che fissa l’obiettivo di ridurre il consumo di energia primaria e finale del 32,5% entro il 2030, rispetto alle previsioni del 2007.
«Siamo riusciti a spingere gli Stati membri verso obiettivi di efficienza energetica molto più ambiziosi – dichiara il relatore dell’Europarlamento, il danese Niels Fuglsang – È un accordo positivo non solo per il nostro clima, ma anche negativo per Putin. Per la prima volta in assoluto, abbiamo un obiettivo per il consumo di energia che gli Stati membri sono obbligati a rispettare».
Tutti i Paesi Ue, Italia compresa, sono infatti chiamati a dettagliare come intendono contribuire al raggiungimento dell’obiettivo europeo all’interno dei propri Piani nazionali integrati energia e clima (Pniec); anche quello italiano, nato già vecchio nel 2020, dovrà essere aggiornato entro giugno.
In base all'accordo provvisorio raggiunto oggi tra Consiglio e Parlamento europei, l' obbligo annuale di risparmio energetico quasi raddoppia: agli Stati membri sarà richiesto di ottenere ogni anno un risparmio medio dell'1,49% nei consumi finali di energia dal 2024 al 2030, rispetto all'attuale livello dello 0,8%.
Il comparto pubblico è quello chiamato a dare per l’esempio per primo: nell’accordo provvisorio è infatti stato concordato un obbligo specifico per il settore pubblico, che dovrà ottenere una riduzione annuale del consumo energetico dell'1,9% (un dato che può escludere i trasporti pubblici e le forze armate); al contempo, agli Stati membri è chiesto di riqualificare ogni anno almeno il 3% della superficie totale degli edifici di proprietà di enti pubblici.
Gli obiettivi di efficienza energetica dovranno inoltre essere raggiunti attraverso misure a livello locale, regionale e nazionale, in diversi settori, come pubblica amministrazione, edifici, imprese, data center, ecc.
«L'efficienza energetica è fondamentale per raggiungere la completa decarbonizzazione dell'economia dell'Ue e l'indipendenza dai combustibili fossili russi – commenta la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson – Può anche essere un importante motore per la competitività economica e rafforzare la sicurezza dell'approvvigionamento».
Tutti argomenti che, però, sembrano continuare ad avere più valore in Europa che non in Italia. Come ricordato ieri proprio dalla Simson, l'anno scorso in Ue le emissioni di CO2 sono infatti diminuite del 2,5%, mentre per l’Italia si stima – ancora un dato definitivo non c’è – un incremento pari allo 0,9-2% rispetto all’anno precedente, allontanando così ulteriormente il nostro Paese dal percorso di decarbonizzazione e per la sicurezza energetica intrapreso a livello europeo.
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