“Avatar: La via dell’acqua” arriva nelle nostre sale il prossimo 14 dicembre, 13 anni dopo l’uscita della prima (incredibile) pellicola in 3D. Un sequel che già promette scintille, tenendo fermo un punto saldo: la metafora sul contatto, spesso disastroso e intriso di giochi di potere, tra culture diverse, tra colonialismo e sfruttamento forestale
Il lato oscuro del monkey buffet festival in Thailandia
Di colore blu e dai fisici possenti da far paura, chi ha solo superficialmente guardato Avatar nel 2010 non ha probabilmente compreso il messaggio che quegli “alieni” pensati da James Cameron in realtà volevano inviarci: quel popolo piange ed è disperato perché la loro foresta viene distrutta.
Esattamente come accade alle popolazioni indigene, reali, da decenni. Avatar è infatti questo: non superficiale, non stucchevole, ma l’urlo chiaro e preciso dei popoli indigeni del mondo.
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Nel film tre volte premio Oscar, Pandora è la casa dove vive una razza di alieni blu conosciuti come i Na’vi che si contraddistinguono per il loro rapporto intimo


