Niente bare né urne: adesso, dopo la morte, c’è la terramazione

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Alla fine, bisogna pensarci. Bisogna pensare, cioè, a cosa fare di noi una volta defunti, e che sistemazione dare a quel che resta del nostro corpo.

È una riflessione molto personale, ma con conseguenze collettive: perché ogni anno le cremazioni dei soli cittadini americani producono 250 mila tonnellate di CO2 nell’atmosfera ed entro il 2040, stando alla National funeral director association, il tasso di cremazione negli Stati Uniti dovrebbe salire ancora arrivando al 78,7%, di contro a quello della sepoltura, fermo al 15,7%.

E se da un lato la cremazione riduce il consumo di suolo e l’inquinamento legato a materiali non biodegradabili sotterrati (nel 2035 gli over 65 saranno la maggioranza degli americani), le relative emissioni accelereranno il climate change e depriveranno le future generazioni di risorse naturali. Insomma, di troppi morti i nostri eredi potrebbero pure morire. Ed è qui che entra in gioco l’alternativa ecologica alle usuali sepolture: la terramazione.

Di recente autorizzata in 5 stati americani (Oregon, Colorado, Washington, Vermont più California, dove sarà possibile dal 2027) quella che viene anche detta anche «riduzione organica naturale» consiste nel fare del

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