• 19 Giugno 2022
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Monica Vitti, il marito Roberto Russo: «La amo ancora come un pazzo, in 20 anni di malattia non l’ho mai lasciata un istante»

Monica Vitti, il marito Roberto Russo: «La amo ancora come un pazzo, in 20 anni di malattia non l’ho mai lasciata un istante»

di Walter Veltroni

Le prime parole dopo anni di silenzio: «Ho difeso il suo desiderio di riservatezza fino alla fine, con lei è stata una vita stupenda». Uno degli ultimi biglietti dell’attrice scomparsa lo scorso 2 febbraio: «Niente è bello senza di te»

In questa casa, per venti anni, non è entrato mai nessuno. «A parte i medici, solo io, Cristina, la segretaria di Monica e Mirella, che badava a lei. Nessun altro, mai». Roberto Russo, l’uomo che ho di fronte, è stato per quarantanove anni il compagno della vita di Monica Vitti.
Siamo nella stanza dove l’attrice più popolare del nostro Paese, amata ovunque nel mondo, ha trascorso gli anni del nuovo millennio, lontana dal frastuono di questo tempo, veloce e clamoroso. Seduta su quella poltrona in pelle nera, Monica ha visto lo scorrere dei giorni, delle stagioni, degli anni. In questa casa lei e Roberto sono venuti a vivere nel 1987. La sua precedente era andata a fuoco e lei comunque non ci stava bene «perché al piano di sopra abitava Michelangelo Antonioni, l’altro uomo importante della sua vita. Lei lo sentiva trascinare la gamba in casa, dopo che era stato colpito dall’ictus, e questo la faceva soffrire».

Come hai conosciuto Monica, chiedo a Roberto. «Eravamo sul set di Teresa la ladra. Avevo 25 anni, lei sedici più di me. Lei era l’attrice protagonista, io battevo il ciak. Insomma ero un macchinista. Nel cinema ho fatto ogni cosa. Vivevo a Torpignattara e un giorno vennero a girare un film. Gli servivano due bambini. Non mi feci mancare l’occasione. Poi sono stato macchinista, elettricista, attrezzista, arredatore. Mi piaceva tantissimo lavorare sul set. Non avevo orari. Mi pagavano di più perché lavoravo il doppio. Poi ho fatto anche il fotografo di scena, il regista, il produttore. I
nsomma, durante quel film, tratto da un libro di Dacia Maraini, io persi completamente la testa. Da quando l’ho vista non ho capito più nulla. Ma io ero il ciakkista e lei la star. Lei era fidanzata. Non avevo mai visto una donna di quella intelligenza, di quella simpatia, di quella bellezza. Lei era come i film che ha fatto: sapeva far ridere, far piangere, far pensare. La nostra storia, durata quasi mezzo secolo, è stata l’avventura di una simbiosi. Tu l’hai conosciuta e lo sai: se stavi anche solo cinque minuti con Monica eri fregato, ti ammaliava, prendendoti da ogni parte, non volevi andar via. E io non sono mai andato via. Ti racconto questo: noi non ci siamo mai lasciati un secondo. Pensa che in cinquant’anni io ho dormito lontano da lei solo una notte, per un premio che dovevo ritirare. Monica ed io non abbiamo mai chiuso occhio quella notte».

Si può immaginare cosa i portici maliziosi del rutilante mondo dello spettacolo potessero dire di questa unione: la celebrità e il ciakkista, i sedici anni di differenza, Cannes e Torpignattara… «Io sono ancora innamorato come un pazzo» dice con la voce strozzata quest’uomo smagrito, con i bei lineamenti di sempre e un piccolo cerotto sul petto, residuo di una lieve operazione al cuore: «Da febbraio mi manca ogni istante un battito». Mi mostra una fotografia di Monica sulla poltrona che ho di fronte, in questo salone silenzioso, spazio grande di una casa di cento metri quadri. È Monica nell’ultimo periodo della sua vita, così come nessuno, salvo quelle tre persone, l’ha vista mai. Io l’ho incontrata per l’ultima volta, come tutti, più di venti anni fa. Poi lei, come un Salinger cagionevole, ha smesso di mostrarsi. E ora, mentre Roberto cerca l’immagine sul suo cellulare, io mi sforzo di ricordarla come era. Nella mente si sovrappongono tante immagini: quelle di Claudia del film di Antonioni — «L’Avventura era il preferito di Monica. E anche il mio», dice Roberto — La Tosca di Luigi Magni, Adelaide Ciafrocchi di Dramma della gelosia, Dea Dani di Polvere di stelle, Assunta Patanè di La ragazza con la pistola. Rivedo lei con quel volto sensuale e colto, irriverente e ironico. Lei, con una bellezza popolare, raffinata, inusuale. Ora Roberto l’ha trovata, la fotografia. Me la mostra. È Monica, con il suo meraviglioso casco di capelli biondi e il suo volto pieno di lentiggini e sole. Ma una fotografia non ha parole.

Allora chiedo a
Roberto quando si è accorto che in Monica qualcosa non andava più.
«Monica era una grande attrice, non dimenticarlo. Lei mascherava i vuoti che si andavano moltiplicando nella sua mente. Era bravissima. Faceva leva sul fatto che, in fondo, un po’ smemorata era sempre stata. Sapeva tutti i copioni a memoria, ma magari non ricordava dove aveva lasciato le chiavi di casa. È sempre stata così. Ma la nostra vita in simbiosi faceva sì che ogni piccolo slittamento dell’uno fosse avvertito dall’altro. Io mi ero accorto che qualcosa non andava come sempre. Che la memoria la stava abbandonando, lentamente ma, per me, visibilmente. La portai da un famoso medico. Lei sfoderò le sue doti di camuffamento e alla fine questo luminare mi investì dicendo che Monica stava benissimo e che ero io a dovermi far visitare. Un’altra volta la portai a fare analisi in clinica e lei si arrabbiò. Mi chiese come mi era venuto in mente, che lei stava benissimo e le analisi lo avevano confermato. Io mi scusai e le dissi che lo avevo fatto per togliermi la paura».

Chiedo a Roberto se lui ha mai avuto la sensazione che Monica si fosse resa conto che le stava accadendo qualcosa di simile alla perdita di memoria del computer di 2001 Odissea nello spazio. Roberto deglutisce e dice che «Sì, una volta mi disse:
“Roberto non mi ricordo questa cosa, è una cosa facile. Come mai? Cosa mi sta succedendo?”». Monica non ha avuto l’Alzheimer, ma una malattia degenerativa che si chiama «Demenza a corpi di Lewy» data da un accumulo di proteine nel cervello che provoca disturbi gravi dell’attenzione, della parola, delle facoltà motorie e induce apatia. Ma Monica fino alla fine si è sforzata di reagire. Non stava a letto, si alzava, sostenuta dai tre compagni di tutti quei giorni, si faceva lavare e vestire — Roberto dice che «a novant’anni aveva delle gambe bellissime» — e si metteva su quella poltrona nera. Quella di fronte ai miei occhi, quella della fotografia. Sia Cristina che Roberto ci tengono a dire che lei, pur nelle facoltà ridotte di relazione che aveva, si faceva capire benissimo. Cristina Loss, segretaria dell’attrice dal 1988, ricorda che se per caso lei e Mirella avevano qualcosa da rimproverare a Roberto, Monica prorompeva in un sonoro «Noooo», come a difenderlo. E poi che se lui era in un’altra stanza lei lo cercava, lo chiamava. «Come faceva?» chiedo. Cristina risponde sorridendo che Monica lo faceva dicendo una sola parola: «Papà…».

Roberto racconta che Monica l’ha chiamato così dal primo momento, come reazione ironica a chi diceva che lui era più giovane di lei. «La sera prima che morisse ci siamo accorti che qualcosa non andava.

Monica non era come sempre. La mattina dopo ho chiamato l’ambulanza ma non c’è stato nulla da fare, ci siamo fermati all’ospedale più vicino… Da lì ti ho telefonato per dirti di dare la notizia. Monica mi ha fatto vivere una vita bellissima, ogni giorno pieno di felicità e di amore. Tutto è cominciato su quel set. Non ti ho detto che a un certo punto io, che non ce la facevo a vederla e non poterle dire che la amavo, ho abbandonato le riprese. Ma dopo qualche giorno mi hanno richiamato per dirmi che volevano tornassi sul set. Ho capito in quel momento, il più bello della mia vita, che era stata Monica a volermi vicino a lei». Vicino… E tu quanto sei stato con lei, da quando la malattia è diventata più dura? Io lo so, ma è importante che lo dica questa persona bella. E lo dice come se non volesse farlo, ma in fondo è orgoglioso delle parole che sta per pronunciare: «Per venti anni. Venti anni qui con lei. Per non farla mai stare sola, per non farle mai mancare nulla. Venti anni senza mai uscire di casa se non per la spesa o per fare due passi qui intorno. Ho difeso Monica, il suo desiderio di riservatezza fino alla fine, ho cercato di farla ridere quando poteva, e di tenerle sempre la mano. E lo rifarei, rifarei ogni giorno di questi venti anni che non separo dagli altri trenta. Sono stati tutti meravigliosi, perché sono stati tutti con lei».

Chiedo se Monica, prima del grande silenzio, avesse scritto qualcosa. Cristina — una donna che assomiglia un po’ a Monica, ha vissuto con loro tutti questi trentacinque anni e chiama Roberto ancora con il «lei» — dice, osservando lo schermo del computer: «Signor Roberto guardi qui…». Roberto legge, si commuove e poi mi fa vedere le parole scritte da Monica poco prima di ritirarsi nel suo mondo: «Amore mio grande, amore mio bello, amore amore amore, come è bello vivere con te, lavorare con te, litigare con te, fare pace con te, costruire con te, aver paura e piangere e ridere. Niente è bello senza te».

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