• 16 Giugno 2022
  • No Comment
  • 42

Manuela Di Centa: «Dicevano che ero dopata, capisco la sofferenza di Jacobs. L’Everest? Ti insegna l’umiltà»

Manuela Di Centa: «Dicevano che ero dopata, capisco la sofferenza di Jacobs. L’Everest? Ti insegna l’umiltà»
image

di Flavio Vanetti

L’ex campionessa di sci: ero innamorata di Nadia Comaneci. All’inizio ho fatto atletica perché volevo imitare mio cugino Venanzio Ortis. Con i rimborsi per andare e tornare da Udine mi sono pagata gli studi

Per illuminare Manuela Di Centa, regina bi-olimpionica dello sci di fondo, basta chiederle della sua terra, il Friuli a ridosso dell’Austria, la Paluzza dove la casa un po’ residenza e un po’ «bed and breakfast» guarda i primi tornanti dello Zoncolan. Una casa di Cramars, mestiere carnico contro la miseria, mutuato dal tedesco Krämer, commerciante. «Gli ambulanti partivano da Aquileia, Grado o Venezia, risalivano la via Iulia Augusta e passavano di qui: mettevano le merci in una gerla rigida a cassetti». Spalle forti, gambe buone e spirito di sacrificio. «Anch’io mi sento un po’ Cramars. Questa è pure terra di migranti: nel ‘700 erano le donne a tenere i conti, i mariti partivano. La donna sapeva leggere e scrivere e aveva carisma».

Il tempo ha cambiato la situazione?

«Non tanto, da noi c’è ancora semplicità. E un museo ricorda che Paluzza era zona di guerra. Anche in questo caso le donne hanno fatto la storia grazie alle portatrici carniche: 1.200, inclusa mia nonna materna. Giorgio Napolitano mi chiese di valorizzare le loro vicende».

Ci parla allora di Irma Unfer Englaro?

«Il primo messaggio la nonna me l’ha dato mantenendo il cognome da nubile: ha anticipato la storia di un secolo. Tra il 2006 e il 2008 io e Alessandra Mussolini ci siamo battute per una legge ad hoc, ma non abbiamo nemmeno raccolto le firme d’appoggio. Ci schernivano, i tempi non erano maturi a differenza di oggi: pure io ho cominciato a firmare con il mio cognome».

Torniamo alla nonna.

«Mi ha insegnato le priorità: rispetto, lavoro, non sprecare, sapere che cosa vuol dire avere da mangiare. Ad ogni compleanno voleva un pollo, un regalo “concreto”. Quando andavo in trasferta, magari con mio cugino Venanzio Ortis, il mezzofondista, ci consegnava il cioccolato e al ritorno domandava: che cosa vi hanno dato per bocca? Voleva sapere se ci avevano sfamato».

Poi c’erano i racconti bellici.

«Povere bambine, avevano tra 9 e 12 anni, salivano al fronte con gerle pesanti 50 chili: contenevano munizioni, biancheria, cibo, medicine. Erano muli “umani”, quelli veri trovavano strade troppo strette. I sentieri di nonna Irma sono gli stessi dove mi sono allenata io e dove ora si allena mia nipote Martina».

Manuela Di Centa guarda al passato con gioia o con nostalgia?

«Con nostalgia mai. E più che guardare, “sento”. Sento e ricordo fatiche, viaggi, paure, malattie, gioie, incontri. E rivivo la morale di papà: mi ha abituato ad amare la natura, il freddo, la neve. Vinci davvero solo nella situazione in cui ti senti meglio».

Anni 90, il nostro sport femminile decollò grazie anche alle fondiste.

«Nel 1982, quando vinsi l’argento ai Mondiali, era presto: la Fisi nemmeno si accorse di me. La federazione non era pronta all’equilibrio tra maschi e femmine. La svolta nel 1991: il Mondiale in Val di Fiemme segnò un salto culturale. Abbiamo cominciato a far paura alle potenze del fondo».

Donne nello sport: quale sceglie?

«Ho ammirato Lea Pericoli, forte e femminile. Poi Sara Simeoni, la “donna alfa”. Guardavo Sara e mi interrogavo: chissà che cosa mangia, anch’io voglio essere magra così! Altri idoli? Nawal El Moutawakel, prima medagliata musulmana, Irena Szewińska, Nadia Comaneci — ero innamorata di lei — e poi Katarina Witt».

Katarina, per la quale ai Giochi 1984 si beccò una multa.

«L’Italia era vestita da Valentino, avevamo un bellissimo cappotto. Volevo andare a vedere Katarina, ma a Sarajevo nevicava sempre. Le canadesi avevano un eskimo con cappuccio: proposi a una di loro lo scambio dei capi e lei accettò. Fui punita perché lo scambio, oggi in voga, era vietato».

Tomba, Compagnoni, Di Centa, Belmondo: il quadrilatero d’oro della neve, tra sci alpino e fondo.

«Siamo stati protagonisti in un periodo eccezionale, per merito anche della Fisi del generale Valentino: ha tolto la distinzione tra maschi e femmine, ha dato alle donne pari dignità e pari possibilità».

Manuela Di Centa-Stefania Belmondo: si è voluto costruire una rivalità alla Coppi-Bartali?

«Un po’ sì, però sono fiorite malignità assurde. Le campionesse hanno caratteri differenti, guai se non fosse così. Stefania ed io abbiamo vissuto questa situazione, ma era qualcosa di stimolante: a carriere terminate abbiamo convenuto che è stato bello».

Ha dato fastidio chi mormorava che lei si dopava?

«Sì, certo. Ma ho alzato un argine. Mi immedesimo in Marcel Jacobs dopo quello che hanno detto su di lui a Tokyo: come rispondi a un attacco del genere? Andando avanti per la tua strada».

Nel Cio si è battuta per il passaporto biologico.

«Siamo stati io e il pattinatore norvegese Olav Koss a promuoverlo. Non avevamo afferrato che cosa dovesse essere, ma avevamo capito che avrebbe aiutato chi era malato e non lo sapeva. Pure io mi sono ritrovata inguaiata, quasi non lo si sa. Ho trascorso due mesi in ospedale a Pisa: avevo la tiroidite di Hashimoto, diagnosticata in Finlandia. Dissi al professor Pinchera: “Dopo aver conquistato un bronzo iridato in queste condizioni, se lei mi rimette a posto io vinco tutto”. Lo ringrazio ancora oggi».

Il professor Conconi era un mago o un apprendista stregone?

«Francesco mi ha aiutato ed è lui ad avermi mandato da Pinchera. Era discusso per l’emo-autotrasfusione? Anche quando era lecita, mi sono schierata contro. Da ragazza mi allenavo tirando fuori patate dalla terra: non avrei mai accettato certe cose».

Ai Giochi ha portato la bandiera olimpica ma non quella italiana. Dispiaciuta?

«Avrei dovuto essere portabandiera nel 1998, ma la mia gara era fissata per il giorno dopo. Ho rinunciato a malincuore, poi nel Cio mi sono battuta per una maggiore attenzione verso gli atleti-alfieri».

In compenso suo fratello Giorgio, olimpionico a Torino, l’ha avuta a Vancouver.

«Gli ho detto: lo farai pure per me. Invidiosa? Come potrei? È il mio piccolo! Lo portavo in carrozzina, lo cambiavo, gli ho fatto da mamma».

Suo cugino, Venanzio Ortis appunto, l’ha ispirata.

«Lo vedevo con il tricolore, volevo imitarlo. Ho fatto anch’io atletica, il primato regionale dei 10 mila è ancora mio. Prendevo la “corriera” e andavo ad allenarmi a Udine: l’atletica, grazie ai rimborsi e ai gettoni, mi ha mantenuto gli studi».

Martina Di Centa, sua nipote: ha talento?

«Deve valorizzare le sue doti. Le ho detto: sei pronta a lavorare duro? Non serve subito la risposta, però pensaci».

Manuela sull’Everest, il tetto del mondo.

«Fu nel 2003, per “colpa” di mio marito Fabio che è stato skyrunner. A Bormio, insieme a lui, ho esplorato il mondo che guarda in alto. Fabio detiene il record di scalate in velocità, contava di aggiungere il primato di ascesa veloce dell’Everest. Io avrei organizzato la missione e l’avrei raccontata».

Andò bene a lei, meno a lui.

«Dovevo salire con sherpa e bombola; invece Fabio l’avrebbe fatto senza ossigeno e in velocità. I percorsi erano diversi, ci saremmo ritrovati in cima. Sopra gli 8.000, nella “zona della morte”, l’ho aspettato. Ma non arrivava, così sono salita, piantando la bandiera olimpica e quella italiana. L’Everest ti fa capire quanto devi essere umile: lassù comanda la natura».

Che cosa è successo al marito?

«Avevano sbagliato le previsioni: aveva equipaggiamento per un freddo normale, invece era tosto. Per non rischiare, s’è fermato».

Lei crede ancora nella politica?

«La vita umana è fatta anche dalla politica. Sono orgogliosa di essere riuscita a far introdurre il liceo a indirizzo sportivo».

Oltre al Coni, il Cio. Da membro onorario e da dirigente.

«Sono stata la prima donna eletta come atleta. Un’esperienza privilegiata, dall’altra parte della barricata: nello sport ci sono problemi che quando sei atleta ignori».

Qualche aneddoto?

«Quando si cercava di rendere olimpico il salto femminile dal trampolino, l’obiezione era: “Se cadono, picchiano il seno, zona sensibile: siamo preoccupati”. Io dissi: “Avete ragione: è la stessa cosa che penso quando immagino un maschio che cade e batte i testicoli”. Silenzio di tomba. Tempo dopo quella battaglia è stata vinta».

I Giochi hanno ancora senso?

«Solo se si segue la nuova agenda che il Cio ha adottato, basata sulla sostenibilità, sulla flessibilità e sul dare anche a Paesi piccoli la chance di organizzarli».

L’Italia si avvicina a Milano-Cortina 2026.

«Spero si trovino gli “sci” giusti, vedo tanti ritardi. Ma la macchina funzionerà. Stiamo poi lavorando sul piano turistico in modo strategico: prima, durante, dopo. A Torino 2006 non c’erano ancora questi criteri, è stata Londra 2012 a valorizzarli».

Lei è laureata anche in scienze politiche. Ha forse pensato alla carriera diplomatica?

«Mi sarebbe piaciuta, legandomi allo sport che è un passaporto universale. Ma avrei dovuto avere meno di 35 anni: invece mi sono laureata a 50».

Che cosa farà nella prossima vita?

«Per ora mi godo questa e l’incarico con il ministro Garavaglia. Cerco di unire turismo e sport: sappiamo quanto vale l’uno e quanto l’altro, ma manca l’interazione tra i due dati. Scoprirlo aprirà nuovi orizzonti

Articoli correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.