• 23 Dicembre 2021
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La dissidenza ha bisogno di un nuovo stato

La dissidenza ha bisogno di un nuovo stato

Da qualche giorno sul giornale per il quale scrivo, stanno comparendo articoli che ad una prima lettura potrebbero avere un sapore disfattistico.
Dal momento che conosco e stimo gli autori, sono certo che non sia un disfattismo indotto dall’alto. E ciò nondimeno mi irritano perché mi predispongo sempre negativamente verso i pessimisti. Ma non è certo escluso che abbia ragione. E forse è proprio questo ad irritare, l’ipotesi che possano avere ragione. E dunque, chi nonostante tutto sente di dover combattere, si trova di fronte ad un bivio: mandare a quel paese il pessimista o cercare di capirne lo spirito, argomentando razionalmente.
Ho letto con attenzione sia l’articolo di Fais che quello della Carluccio e alla fine mi è ritornato il sorriso perché i loro sono, solo all’apparenza, articoli disfattisti. In realtà rappresentano il vero punto di partenza di un percorso.
Chi mi legge, sa che non ho mai creduto né nel movimentismo né nelle manifestazioni. Non per pessimismo ma per inutilità. Quando, per esempio, la nostra Clara Carluccio dice che la Schilirò e Puzzer sono, con ogni probabilità, personaggi messi lì dal sistema, ha assolutamente ragione.

Il punto di fondo – mi verrebbe da dire “che nessuno capisce”, ma in realtà si sta finalmente capendo, ma su questo scriveremo dopo – è che costoro contribuiscono più o meno coscientemente a far girare i dissidenti come criceti nella gabbia, senza che si metta in discussione la gabbia, cioè lo Stato e le sue regole. La base dei fallimenti di tutte le iniziative di dissidenza parte da un presupposto completamente infondato: la possibilità di cambiare il sistema seguendo le regole democratiche. Perché quando un governo viola una marea di norme costituzionali, finanche allarmando non solo noi sovranisti – che come è noto, siamo brutti, cattivi e puzziamo – ma anche intellettuali del calibro di Cacciari, Agamben, Barbero, che non starebbero propriamente dalla nostra parte, e dalla sua parte ha la gran parte della magistratura, dell’intelligentia televisiva, cartacea e telematica (di quella parte telematica che è in realtà peripatetica ai media mainstream) è del tutto impensabile pensare che se ne possa uscire istituzionalmente. Proporre una disobbedienza civile di fronte ad uno stato che manda in miseria chi non vuole vaccinarsi, fa pensare delle due l’una: o gli apologeti del gandhismo sono imbecilli o sono collusi.

E qui veniamo al fatto che dicevo poco sopra e cioè che si sta finalmente capendo che occorre un nuovo stato. Sicuramente ad alcuni non sarà sfuggito che molti genitori, nell’imminenza di un obbligo vaccinale anche per i bambini, stiano valutando le scuole parentali. Un’iniziativa che, a mio avviso, non serve a nulla per vari motivi perché chiunque abbia esperienze da privatista sa benissimo che quando si va a fare gli esami, ai pargoli tocca fare un esame da primi della classe per sperare di avere la sufficienza. E, con voti bassi nei vari diplomi, si subisce immediatamente una scrematura nei concorsi per entrare nello stato.
E tuttavia iniziative di questo tipo, sono il chiaro segnale che la gente esprime il bisogno di uscire dallo stato attuale per rivolgersi ad un altro stato che curi i cittadini che negli ospedali pubblici ormai non vengono più curati. Che si prenda cura dell’istruzione dei loro bambini. E che li protegga dall’arroganza dallo Stato ufficiale. Ma per fare tutto questo occorre una cosa che, finora, non c’è. Un’organizzazione.
Attualmente, invece, la dissidenza è nelle mani di capipopolo che, forti di un indiscutibile scilinguagnolo e di un’accattivante penna, dapprima accumulano un gran numero di consensi e poi decidono o di convogliarli presso qualche iniziativa politica oppure di entrare nella dissidenza mainstream, al fine di ottenere elettori o lettori. Ma tutto questo dura il tempo necessario per capire che lo Stato è più forte proprio perché è Stato. Perché ha scuole, ospedali, una pubblica amministrazione, un canale informativo, una moneta, un esercito. E una rivoluzione riesce soltanto se fornisce un’alternativa ai dissidenti, cioè se fa le stesse cose che fa uno stato.
Il consenso della gente si conquista saziando la loro fame, curando la loro salute.
Quando si urlano slogan tonitruanti, si ottiene l’applauso delle masse che poi tornano ad usare le istituzioni espressione del nemico.
Per esempio curandosi in ospedali pubblici, mandando i loro bambini nelle scuole. É qui che fallisce ogni protesta. Ed è da qui che bisogna ripartire. Costruendo scuole, ospedali, eserciti che siano espressione del nuovo stato.
Fattibile o meno che sia, di tutto questo oggi non c’è traccia e tutte queste manifestazioni si vaporizzano nel momento in cui lo Stato decide o indirettamente, attraverso i suoi sgherri mediatici, oppure direttamente attraverso i suoi sbirri, di soffocarle. Non è impossibile che qualcosa non stia già nascendo. Ma certamente non è nulla che potete vedere nei vari Puzzer o nelle Schilirò che infestano il panorama della dissidenza.
Così Matteo Fais e la Carluccio hanno perfettamente ragione sulla prima parte del discorso. Stiamo perdendo questa battaglia. Ma solo perché ci stiamo affidando a gente sbagliata che usa metodi sbagliati.
Occorre altra gente, altri metodi. Occorre la consapevolezza – che a livello popolare è già presente – che questo sistema non si sanifica con le buone. E occorre gente che abbia da un lato la visionarietà di capirlo e dall’altro l’autostima necessaria per costruire un nuovo tessuto che sia lo stato che ci salverà dai gravissimi rischi che corriamo.
E si rassegnino quelli che ancora delegano le proprie speranze nella Lega o nella Meloni: non sarà nulla che passi per Palazzo Chigi o per Montecitorio.
FRANCO MARINO
Fonte: Il Detonatore.it

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