• 31 Marzo 2022
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Il fastidiosissimo vittimismo italiota

Il fastidiosissimo vittimismo italiota

Sono tanti gli studiosi, occidentali e non, che hanno denunciato il vittimismo dei paesi ex colonizzati che attribuiscono la loro arretratezza a qualcosa di esterno: lo schiavismo, il colonialismo, il neoliberismo, così da giustificare sé stessi e non mettersi mai in discussione.
Ecco, l’Italia ha esattamente la suddetta mentalità, caratterizzata da una mescolanza di storiografia indulgente, disinformazione consolatoria e inconseguenza narcisistica e asinina.
Se gli eventi precipitano la colpa è sempre della Germania «invidiosa», dei francesi «senza bidet», di Soros, dell’euro, del «parmesan», della NATO, di Amazon, del «mondalismo», di Uber, di Starbucks, del grande complotto «anglo-nordico» per rubarci la «gloriosa» industra pubblica e infrangere il «sogno italiano», plasticamente incarnato da Fantozzi e dalle sue nebbiose partite di tennis.
Il grande Jean-François Revel, il meno francese degli intellettuali francesi, invitava a leggere Ebano di Kapuscinski per comprendere la miseria africana provocata dagli africani. Per capire l’attuale miserere italica bisognerebbe tornare a leggere Eros e Priapo dello smaliziato Gadda o, meglio ancora, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

A noi italiani, infatti, si applicano alla perfezione le parole del principe di Salina: «caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi».
Nel brano riportato troviamo il principale difetto italiano: la fastidiosa convinzione di essere i migliori nel senso più deteriore del termine, ossia non come orgoglio nazionale ma come iattanza sussiegosa e un po’ volgare. L’identità italiana si fonda sulle lasagne e sulla pizza – assunti come alimenti «più buoni del mondo» – più che sulle terzine dantesche.
Sulla base del nostro «passato imperiale» ci siamo convinti di essere «unici» e di poter vivere di rendita.
Arriva Starbucks? E che ci frega? Vuoi che sappiano fare «’o cafè» meglio di noi? Ma figurati. McDonald? E allora? Vuoi mettere con la chianina? Amazon? Meglio la libreria «strapaesana». A Parigi si costruiscono nuovi grattacieli? Noi abbiamo la Civita di Bagnoregio, ovvero un borgo spopolato e carissimo.
È questo che condanna l’Italia. Siamo convinti che ci sarà sempre qualcuno pronto a venire qua da noi, all’ombra di monumento romano, di una statua tronca o di un sacrario della Prima guerra mondiale, per il semplice fatto che «siamo noi», ovvero i primi della classe.
Quando ci rendiamo conto che le persone premiano Amazon, Starbucks, Uber, Flixbus, Ibs, Netflix, McDonald, allora ci raccontiamo che «c’è la propaganda americana» o una «manovra delle multinazionali».
In realtà non veniamo premiati perché non siamo i migliori. L’Italia detiene il 70 percento del patrimonio artistico mondiale eppure, per presenze turistiche, veniamo dopo la Francia, la Germania e il Regno Unito. Perché un turista dovrebbe farsi importunare dai centurioni sotto al Colosseo e dai cinghiali quando può andare a Berlino?
O ancora: Perché aspettare tre mesi un libro dalla libreria di paese quando è possibile prenderlo su Amazon? Perché pagare mille metri di corsa in taxi otto euro? Perché guardare la RAI quando esiste Netflix?
Ma venendo a temi più propriamente politici: l’Italia è al 37 posto su 45 Stati europei per libertà economica, eppure accusiamo il «neoliberismo americanoide» di essere la causa della crisi economica. Il neoliberismo funziona benissimo come nemico, sia per la sinistra di Speranza, che per la destra di Bagnai. Funziona benissimo perché la parola è plastica e si piega a ogni uso, impedendo di guardare a ciò che davvero frena lo sviluppo economico e civile di questo scalcagnato paese: una burocrazia elefantiaca, un fisco oppressivo, una classe dirigente di pessima qualità, una concorrenza economica pressoché assente.
Se la classe politica è peggiore del popolo che amministra di chi è la colpa? Non certo dell’Unione Europea, delle banche e dell’America. La colpa è di quel popolo, che invece di chiedere efficienza e libertà alla politica ha spesso promosso, tramite democratiche elezioni, l’inefficienza per meglio prosperare nei coni d’ombra di questa e poi dare la colpa alla «Germania che ci ha rubato la moneta sovrana».
Lo stesso discorso si può fare per quanto riguarda la gestione della pandemia. I «lockdown» e il «green pass» non sono stati imposti né promossi dall’EuroTower, dal Pentagono o dalla CIA. Non dimentichiamo nemmeno che sono misure che hanno incontrato il favore della maggioranza degli italiani.
Mentre nella «immensa e soleggiata» Italia il potere statale «concedeva» a suo piacimento qualche grammo di libertà, nella liberista «perfida Albione» si tornava alla libertà.
Ammettere tutto questo significherebbe assumersi la responsabilità della nostra condizione, ma come diceva il sopraccitato don Fabrizio: «la loro vanità è più forte della loro miseria».
Davide Cavaliere 
Fonte: Il Detonatore.it

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