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Iran e Arabia Saudita riprendono i rapporti diplomatici. Pace fatta grazie alla Cina
Dopo 4 giorni di serrati colloqui a Pechino, Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran, e Musaad bin Mohammed al-Aiban, consigliere per la sicurezza nazionale dell’ Arabia saudita, hanno concordato di «Riprendere le relazioni, di riaprire le loro ambasciate e missioni entro massimo due mesi» ed evidenziano che «L’accordo include il rispetto della sovranità degli Stati e la non ingerenza negli affari interni”. I due Paesi nemici, leader del fronte sciita e del fronte sunnita e che si fanno guerra per procura in Yemen e Siria, hanno inoltre deciso di attivare un accordo di cooperazione sulla sicurezza che avevano firmato nel 2001 e uno ancora precedente su commercio, economia e investimenti.
Il mediatore dell’accordo tra la monarchia assoluta saudita e la repubblica islamica dell’Iran è stato Wang Yi, membro dell'ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) e capo dell'ufficio del Comitato Centrale degli Affari Esteri del PCC e membro del Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese e, presentando «Il contesto, la situazione concreta e i risultati dei colloqui» un portavoce del ministero degli esteri cinese ha affermato che «La Cina si aspetta che le parti saudita e iraniana rafforzino la comunicazione e il dialogo ed è disposta a continuare a svolgere un ruolo attivo e costruttivo a tal fine. Grazie agli sforzi congiunti di tutte le parti, i colloqui saudita-iraniani a Pechino hanno raggiunto risultati significativi. Le due parti hanno definito chiaramente una roadmap e un calendario per il miglioramento delle relazioni, gettando una solida base per le prossime cooperazioni tra le due parti e voltando una nuova pagina nelle relazioni saudita-iraniane. I colloqui e l'accordo raggiunto tra l'Arabia Saudita e l'Iran sono un esempio per i Paesi della regione di risolvere i conflitti e le differenze e di raggiungere il buon vicinato attraverso il dialogo e la consultazione, il che favorisce la liberazione dei Paesi regionali dalle interferenze esterne e la presa nelle mani proprie del loro destino futuro. Le parti saudita e iraniana hanno sottolineato ancora una volta la loro adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite e alle norme fondamentali delle relazioni internazionali, come la non interferenza negli affari interni di altri Paesi e la volonta di stare al passo con i tempi. La Cina apprezza molto tale atteggiamento delle due parti e si congratula con loro».
Per Wang, «Questa è una vittoria per il dialogo e una vittoria per la pace, fornendo notizie buone e importanti e inviando segnali chiari al mondo travagliato di oggi. L'Ucraina non è l'unico problema in questo mondo. Ci sono molte altre questioni relative alla pace e al sostentamento delle persone che richiedono l'attenzione della comunità internazionale».
Il vero vincitore è il presidente cinese Xi Jinping, fresco del terzo mandato quinquennale conferitogli dal PCC che nei giorni scorsi ha rilanciato una campagna per sfidare l'ordine liberale occidentale guidato dagli Stati Uniti, avvertendo Biden di non passare la linea rossa del «conflitto e confronto». Anche l’Onu ha accolto favorevolmente il riavvicinamento saudita-iraniano e ha ringraziato la Cina per il ruolo svolto: «Le relazioni di buon vicinato tra Iran e Arabia Saudita sono essenziali per la stabilità della regione del Golfo», ha detto il portavoce Onu Stéphane Dujarric.
L’acordo tra iraniani e sauditi è un vero schiaffo in faccia al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al suo giro di vite contro i palestinesi e probabilmente la nostra premier Giorgia Meloni non riuscirà a mantenere la promessa fatta a Netanyahu durante la sua recentissima visita a Roma di lavorare per rinsaldare il patto anti-iraniano che alcuni Paesi arabi avevano stretto con Tel Aviv contro Teheran.
L'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett è convinto che l'accordo rappresenti «Un colpo critico agli sforzi per costruire una coalizione regionale contro Teheran» e Bennet ha accusato l'attuale governo di estrema destra di Netanyahu: «Il ripristino delle relazioni tra i sauditi e l'Iran è uno sviluppo grave e pericoloso per Israele e rappresenta una vittoria diplomatica iraniana [...] Questo è un incredibile fallimento del governo Netanyahu ed è il risultato di una combinazione di negligenza diplomatica, generale debolezza e conflitto interno nel Paese».
Un alto funzionario israeliano che venerdì ha accompagnato Netanyahu in Italia ha cercato di incolpare il precedente governo e l'amministrazione Biden: «C'era un senso di debolezza americana e israeliana, quindi l'Arabia Saudita si è rivolta ad altri canali. Imembri del governo precedente dovrebbero chiedersi perché i colloqui Iran-Arabia Saudita siano iniziati durante il suo mandato del 2021». In realtà era stato lo stesso Netanyahu ad aver addirittura ipotizzato un’alleanza militare con i sauditi in caso di attacco massiccio contro l’Iran per impedirgli di sviluppare la sua industria nucleare e la bomba atomica (che gli israeliani hanno e i sauditi vogliono).
Anzi, la ruota sembra girare nella parte opposta: Mohammed Abdulsalam, portavoce del movimento yemenita sciita Ansarullah. che controllo il nord dello Yemen e la capitale Sana’a e che è in guerra con l’Arabia saudita e i suoi alleati, ha subito seguito le indicazioni dei suoi alleati iraniani che arrivano dal vertice di Pechino: «La regione ha bisogno del ripristino di relazioni normali tra i suoi Paesi affinché la Ummah islamica riacquisti la sicurezza perduta a causa dell'interferenza straniera e, soprattutto, dell'ingerenza americano-sionista. Gli interventi stranieri hanno agito nella direzione di sfruttare le differenze regionali e hanno utilizzato l'iranofobia per creare conflitti e aggressioni nello Yemen»
In Libano, Il segretario generale di Hezbollah, Seyyed Hassan Nasrallah, ha dichiarato che «Il riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita non andrà a scapito dello Yemen, della Siria e della Resistenza».
E un altro ex potenziale (e di fatto) alleato di Israele, il regno di Giordania fedelissimo degli Usa, si rallegra per l’accordo e per la possibilie svolta. In un’intervista rilasciata all’agenzia ufficiale russa Ria Novosti, l’ex ministro della cultura e della gioventù, Mohammed Abu Rumman, apre a Tehran: «Abbiamo bisogno di normalizzare le relazioni con l'Iran. Secondo me, la normalizzazione delle relazioni tra Giordania e Iran è una cosa necessaria per la diplomazia giordana. Auspico che tutti gli ostacoli che si trovano di fronte a questo si dissolvano» Rumman ha ricordato che «Nel 2016 la Giordania ha ritirato il suo ambasciatore dall'Iran su sollecitazione dell’ Arabia Saudita. La Giordania ha interessi in Siria e Iraq. Questi interessi saranno rafforzati se si svilupperanno le relazioni tra Giordania e Iran. La Giordania non ha più alcun motivo per non far tornare il suo ambasciatore in Iran».
La risposta di Netanyahu che è in gravi difficoltà interne per le gigantesche proteste contro la sua riforma della giustizia, è stata un nuovo bombardamento contro "postazioni iraniane" in Siria e l’uccisione di diversi militanti palestinesi nei Territori Occupati. E la risposta del presidente degli Stati Uniti Joe Biden è stata quella estendere per un anno lo stato di emergenza contro l'Iran firmato il 14 novembre 1979 dall’allora presidente Usa Jimmy Carter.
In realtà gli Usa hanno in realtà fatto diplomaticamente buon viso a cattivo gioco e l'addetta stampa della Casa Bianca Karine Jean-Pierre ha detto che gli Stati Uniti accolgono con favore «Qualsiasi sforzo per aiutare a porre fine alla guerra nello Yemen e allentare le tensioni nella regione del Medio Oriente». Ma il Dipartimento di Stato Usa ha subito aggiunto: «Certo, resta da vedere se il regime iraniano onorerà la sua parte dell'accordo».
Secondo il principale analista per l'Iran dell'International Crisis Group, Naysan Rafati, «Non è chiaro se i risultati saranno positivi per gli Usa. Il rovescio della medaglia è che in un momento in cui Washington e partner occidentali stanno aumentando la pressione contro la Repubblica islamica , Teheran crederà di poter rompere il suo isolamento e, visto il ruolo della Cina, di poter avere la copertura delle grandi potenze».
Quel che è certo che con questo accordo con la dittatura saudita il regime repressivo dell’Iran prende una boccata d’aria e non a caso a febbraio l’intransigente presidente di destra dell’Iran, Ebrahim Raisi era stato ospite per lunghi colloqui a Pechino con i leader comunisti della Cina che è tra i principali acquirenti di petrolio saudita. Xi aveva visitato Riyadh a dicembre per incontri con le petromonarchie sunnite del Golfo ricche di petrolio, cruciali per l'approvvigionamento energetico della Cina, ma che ospitano basi militari statunitensi e NATO.
Jeffrey Feltman, ex alto funzionario Usa e Onu e attuale membro del think tank Brookings Istitution è molto diretto: «Questo sarà probabilmente e correttamente interpretato come uno schiaffo in faccia all'amministrazione Biden e come prova che la Cina è la potenza in ascesa». E anche per Jon Alterman, il direttore del programma per il Medio del Center for Strategic and International Studies, «La partecipazione della Cina rafforza la sua crescente influenza, che contribuisce alla narrazione di un declino globale della presenza americana. Il messaggio non proprio sottile che la Cina sta inviando è che mentre gli Stati Uniti sono la potenza militare dominante nel Golfo, la Cina è una potente presenza diplomatica».
Dopo aver firmato l’accordo, il saudita Al-Aiban ha ringraziato l'Iraq e l'Oman per la mediazione tra l'Iran e e l’Arabia saudita e ha aggiunto: «Pur apprezzando ciò che abbiamo raggiunto, speriamo che continueremo a continuare il dialogo costruttivo».
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha sottolineato che «La ripresa delle relazioni con Riad è un passo importante per la stabilità della regione e del Golfo Persico e per lo sviluppo politico ed economico della cooperazione a livello regionale. Auspico che l'altra parte dimostri la sua buona volontà, non interferendo negli affari interni dell'Iran e che prenda decisioni benevoli in merito alle questioni regionali, in particolare su Libano, Yemen e Palestina».
Le nazioni del Medio Oriente sono sempre più legate al gigante asiatico e, prima dell’accordo con l’Iran, il ministro degli esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan al-Saud, aveva ricordato che «La Cina è il principale partner commerciale di Riyadh, come la maggior parte dei paesi arabi. Per noi la Cina è un partner importante e prezioso in tanti campi. Abbiamo ottimi rapporti di lavoro in tanti settori. Ma come abbiamo detto e ripetiamo sempre, cureremo i nostri interessi. E li cercheremo in Occidente e in Oriente».
Trita Parsi, diplomatico statunitense in Asia con l’amministrazione Obama e vicepresidente esecutivo del Quincy Institute, ha definito l'accordo «Una buona notizia per il Medio Oriente. La Cina è diventata un attore che può risolvere le controversie piuttosto che vendere armi alle parti in conflitto. La domanda è se questo sia un segno di ciò che accadrà in futuro. Potrebbe essere un precursore di uno sforzo di mediazione cinese tra Russia e Ucraina quando Xi visiterà Mosca?».
Intanto il ministero degli esteri cinese si gode il successo diplomatico e assicura: «Rispettiamo lo status dei paesi mediorientali come proprietari di questa regione e ci opponiamo alla concorrenza geopolitica in Medio Oriente. La Cina non ha intenzione e non cercherà di riempire il cosiddetto “vuoto” o stabilire blocchi di esclusione. La Cina sarà un promotore di sicurezza e stabilità, un partner per lo sviluppo e la prosperità e un difensore dello sviluppo del Medio Oriente attraverso la solidarietà».
E la Cina passa subito all’incasso: secondo il Wall Street Journal, ha invitato l'Iran e i paesi arabi del Golfo a tenere un vertice a Pechino quest'anno tra l'Iran e i Paesi del Consiglio di cooperazione per gli Stati arabi del Golfo (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). Un summit prospettato da Xi Jinping nel dicembre 2022, a margine del vertice arabo-cinese di Riyadh, che aveva ottenuto subito il consenso di Teheran.
Che qualcosa stesse rapidamente cambiando lo si era capito il 9 marzo, quando il ministro degli esteri saudita aveva annunciato che «L'Arabia Saudita intende rafforzare le relazioni in tutti i campi con la Russia e allo stesso tempo fare ogni sforzo per facilitare una soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina. Siamo pronti a lavorare con tutte le parti per trovare una soluzione pacifica». Il ministro degli esteri russi Lavrov aveva risposto: «Mosca è grata agli amici sauditi per la loro posizione equilibrata e il genuino interesse a facilitare il progresso verso una soluzione politica».
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Epidemia di colera in Africa orientale e meridionale, Unicef: «Estremamente preoccupante»
Di fronte all’avanzare dell’emergenza in 11 Stati dell’Africa orientale e meridionale – con Malawi e Mozambico come Paesi più colpiti – l’Unicef lancia l’allarme a livello internazionale: si tratta di «un’epidemia di colera estremamente preoccupante con 67.822 casi e 1.788 morti stimate. I dati reali probabilmente sono più alti».
A causa del rapido deterioramento della situazione sanitaria pubblica, in particolare nei paesi più duramente colpiti, l’Unicef chiede 150 milioni di dollari per tutti gli 11 paesi colpiti dall’epidemia di colera nella regione, compresi 34,9 milioni di dollari per il Malawi e 21,6 milioni di dollari per il Mozambico, per fornire servizi salvavita alle persone colpite dall’epidemia.
«Pensavamo che questa regione non avrebbe mai visto un'epidemia di colera così diffusa e così letale in questi tempi – spiega Lieke van de Wiel, vicedirettore regionale dell’Unicef – Acqua e servizi igienici scarsi, eventi meteorologici estremi, conflitti in corso e sistemi sanitari deboli stanno aggravando e mettendo in pericolo le vite dei bambini in tutta l’Africa meridionale».
I partner internazionali dell’Unicef hanno già contribuito con 2,9 milioni di dollari per la risposta in Malawi e 550.000 dollari per la risposta in Mozambico. Con questi fondi, l’Unicef ha ampliato la fornitura di cloro per purificare l’acqua, medicine e attrezzature per prevenire e controllare il contagio e messaggi di comunicazione del rischio. Tuttavia, l’Unifec attualmente ha una carenza di fondi complessiva per entrambi i paesi del 92%, che sta limitando la capacità di rispondere ai bisogni dei bambini colpiti dalle crisi.
«Si tratta di una grave crisi di colera, e tutti i segnali indicano che peggiorerà molto, prima di migliorare – aggiunge van de Weil – Abbiamo bisogno di investimenti urgenti e continui per rispondere subito all’epidemia e rafforzare i sistemi e le comunità a essere preparati meglio a quelli che probabilmente saranno i casi più gravi in futuro».
Lo scorso mese, l’Oms ha ricordato che 22 paesi nel mondo attualmente stanno lottando contro l’epidemia di colera – un numero che è poi aumentato a seguito di ulteriori epidemie. Dopo anni di calo di casi di colera a livello globale, lo scorso anno si è verificato un aumento e si prevede proseguirà anche quest’anno.
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Migliaia di gru al Padule di Fucecchio, lo spettacolo della migrazione si ripete
Nei primi giorni di marzo sono passate sul Padule di Fucecchio migliaia di gru, che poi sono state osservate anche sul Montalbano e nella piana Pistoia-Firenze: un evento straordinario, che ha consentito a birdwatchers e semplici curiosi di ammirare dal vivo uno dei più incredibili spettacoli della natura.
La gru (Grus grus), è uno dei più grandi uccelli europei, superando il metro di altezza ed i due metri di apertura alare, ed è riconoscibile anche dai meno esperti per i forti richiami, quasi dei potenti squilli di tromba, emessi sia a terra che in volo.
La specie è estinta in Italia come nidificante dall’inizio del secolo scorso, ma continua a transitare sul nostro Paese durante le migrazioni; uno dei percorsi primaverili dai quartieri di svernamento africani passa sull’Italia dirigendosi verso i Balcani e quindi verso la Russia.
Di solito gli stormi di questi maestosi uccelli palustri si presentano in Padule, ogni anno negli stessi giorni fra la fine di febbraio e l’inizio di marzo; in grandi formazioni a cuneo, volteggiano a lungo sull’area alla ricerca di zone tranquille per la sosta e l’alimentazione.
Dal Padule, attraverso il Montalbano, le gru si trasferiscono nella Piana fiorentina, oggi come tanti secoli fa quando la loro presenza a Peretola trovò una illustre celebrazione nella novella del Decamerone “Chichibio e la gru”; da qui oltrepassano l’Appennino puntando decisamente a nord.
Ancora oggi nel Padule di Fucecchio il passaggio degli uccelli migratori, insieme con il ciclico alternarsi dei periodi di secca e di piena, scandisce il ritmo naturale delle stagioni, ed è monitorato dal Centro Rdp Padule di Fucecchio in collaborazione con altri enti di ricerca.
Si tratta di attività fondamentali per impostare su basi tecnico-scientifiche gli interventi gestionali nella Riserva naturale e nelle aree contigue in modo da garantire le esigenze di conservazione della più grande palude interna italiana.
di Centro Rdp Padule di Fucecchio
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Quale futuro per i fiumi se alle piante aliene spianiamo la strada?
Recentemente l'Anbi, l'Associazione nazionale delle bonifiche, delle irrigazioni e dei miglioramenti fondiari, a cui fanno capo i Consorzi di bonifica, ha diramato un comunicato stampa dal titolo "Scoperto lo scrigno delle piante aliene in Italia: è il fiume Arbia in Toscana".
Auspichiamo che i sindaci dei Comuni interessati prendano una posizione ferma, ergendosi a difesa di un territorio che comprende emergenze storiche e naturalistiche decantate in Italia e all’estero, stigmatizzando la grossolana narrazione che risulta da questi titoli ad effetto.
Se oggi la naturalità della vegetazione ripariale dei nostri fiumi è compromessa per lunghi tratti, è a causa di un quadro di responsabilità in cui privati, Consorzi di bonifica, Amministrazioni locali e Genio civile hanno ricoperto un ruolo primario nel corso degli anni, con la realizzazione di dissennati e massicci interventi di taglio che hanno favorito l’espansione di specie vegetali aliene (specie originarie di altri territori e diffuse grazie all'opera volontaria o involontaria dell'uomo).
Infatti, con il taglio distruttivo delle specie autoctone questi interventi hanno irrimediabilmente alterato gli equilibri ecosistemici originari, lasciando spazio a specie infestanti ed opportuniste che hanno potuto diffondersi agevolmente e velocemente. È proprio laddove la gestione fluviale non altera l’ecosistema locale che le specie aliene non proliferano.
La diffusione delle specie aliene è un grave problema ambientale e per la conservazione della biodiversità. Come Wwf Siena disapproviamo il tentativo dei Consorzi di bonifica di proporsi, oggi, come risolutori del problema, quando sono parte delle cause. Sarebbe interessante capire quanto l'operato di escavatori, ruspe e macchine da taglio, che sembrano essere il principale modo di approcciarsi ai fiumi da parte dei Consorzi di Bonifica, abbiano in realtà spianato la strada a bambù e altre specie aliene erbacee ed arbustive, come l'ailanto e la robinia, che trovano suolo fertile e nessun competitore ad arrestarle.
Il Wwf auspica un cambio di passo rapido ed effettivo, verso un nuovo modello di gestione dei fiumi da parte di tutti gli organi preposti, a partire dal Genio civile e dai Consorzi di bonifica. Troppo grave è la situazione in cui versano molti corsi d'acqua, il cui benessere è anche il nostro. Prelievi idrici eccessivi, inquinamento, specie aliene ed una gestione distruttiva di sponde ed aree riparie stanno cancellando uno dei più pregevoli ambienti naturali del nostro territorio.
di Wwf Siena
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L’eradicazione delle specie invasive e Il rewilding delle isole porta grandi benefici a terra e a mare (VIDEO)
Secondo lo studio “Harnessing island–ocean connections to maximize marine benefits of island conservation”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team di ricercatori statunitensi guidato dalla Scripps Institution of Oceanography e Island Conservation, «Il ripristino e la rigenerazione delle isole che sono state decimate da specie invasive dannose apporta benefici non solo all'ecosistema terrestre, ma anche agli ambienti costieri e marini. Collegare terra e mare attraverso sforzi di conservazione coordinati può offrire benefici non realizzati e amplificati per la biodiversità, il benessere umano, la resilienza climatica e la salute degli oceani, e fornisce un microcosmo per il potenziale non sfruttato del ripristino dell'ecosistema su scala più ampia». La nuova era della conservazione si concentra sull'interconnessione di tutti gli ecosistemi, piuttosto che salvare singoli pezzi attraverso sforzi isolati.
Lo studio illustra unanuova prospettiva di interventi che riconosce il legame fondamentale tra isole ed ecosistemi marini e identifica l'isola e le emergenze ambientali marine costiere come elementi che promuovono forti legami in questi ecosistemi in tutto il mondo. Il risultato è «Un modello per prendere efficaci decisioni di conservazione e gestione terra-mare da parte di governi, fondazioni, popolazioni indigene, comunità locali, ONG e ambientalisti per sfruttare il potere delle connessioni isola-oceano che rafforzano la salute degli oceani».
Il coautore principale, Stuart Sandin, PhD della Scripps Institution of Oceanography dell'università della California a San Diego, evidenzia che «Applicando questa conoscenza alle isole di tutto il mondo, possiamo comprendere i vantaggi marini dei progetti di ripristino delle isole e massimizzare i ritorni per i nostri investimenti nella gestione della conservazione per le persone, la fauna selvatica e il pianeta».
Le isole supportano alcuni degli ecosistemi più preziosi sulla Terra, con una quantità eccezionale di piante, animali, comunità e culture rare che non si trovano da nessun'altra parte del mondo. Ecosistemi terra-mare sani dipendono da un flusso di nutrienti dagli oceani alle isole e dalle isole agli oceani, un processo facilitato dalle "specie connettrici”, come uccelli marini, foche e granchi terrestri. La ricerca mostra che «Le isole con un'elevata popolazione di uccelli marini, ad esempio, che si nutrono nell'oceano aperto e apportano grandi quantità di nutrienti agli ecosistemi insulari attraverso i loro depositi di guano, sono associate a popolazioni ittiche più grandi, barriere coralline a crescita più rapida e incremento dei tassi di ripresa dei coralli dagli impatti dei cambiamenti climatici».
Tuttavia, molte specie di uccelli marini sono state portate sull’orlo portate sull’orlo dell'estinzione locale o globale – quando non alla totale estinzione - a causa di mammiferi alloctoni invasivi, come i ratti (ma anche gatti de cani rinselvatichiti, cinghiali, volpi, furetti…) che mangiano uova di uccelli e pulcini delle specie autoctone nele isole dove nidificano. Spesso, la perdita di queste popolazioni di specie di connettrici provoca un collasso ecosistemico sia sulla terraferma che in mare. «L’eradicazione delle specie invasive dalle isole è uno dei nostri migliori strumenti per ripristinare piante, animali ed ecosistemi nativi», dicono i ricercatori.
L’altra coautrice principale Penny Becker, vicepresidente conservazione di Island Conservation, sottolinea che «Le isole e gli oceani sono collegati, qualcosa che molte persone che vivono lungo le coste hanno capito da tempo, da cui dipendevano, e che di conseguenza sono stati gestiti in modo olistico. Collegare gli sforzi sulla terraferma, inclusa l’eradicazione delle specie invasive dalle isole, con il ripristino e la protezione del mare offre una significativa opportunità non sfruttata per proteggere e ripristinare sia le isole che le regioni costiere. Le nuove intuizioni nate dalla collaborazione di ricercatori, associazioni ambientaliste, Parc hi nazionali e Aree marine protette, agenzie governative e comunità locali possono aiutare a modellare dove potrebbero verificarsi i benefici collaterali marini di maggior impatto del ripristino insulare. Lo studio evidenzia 6 caratteristiche ambientali essenziali che possono portare alla definizione delle priorità dei ripristini isola-oceano: precipitazioni, elevazione, copertura vegetale, idrologia del suolo, produttività oceanografica ed energia delle onde».
Lo studio identifica le isole con maggiori precipitazioni, minore energia delle onde e altre condizioni coerenti con l'elevata connettività terra-mare - come l'isola Floreana nell'arcipelago delle Galapagos . come «Aventi un alto potenziale per produrre sostanziali co-benefici marini dopo l’eradicazione delle specie invasive e il rewilding insulare».
Uno degli autori dello studio, Wes Sechrest, capo scienziato e CEO di Re:wild, evidenzia che «Questa ricerca è incredibilmente utile per dare la priorità a dove concentrare il lavoro di conservazione e le risorse preziose per avere il massimo impatto. Ripristinando e rinaturalizzando l'isola di Floreana, ora sappiamo che ripristineremo e proteggeremo anche la fauna selvatica nell'area marina protetta che circonda l'isola e oltre, e forniremo resilienza climatica. Questo è fondamentale per costruire una Floreana sostenibile per gli isolani locali e un pianeta più sano per tutta la vita sulla Terra».
Gli abitanti di Floreana hanno visto con i loro occhi per decenni gli effetti negativi delle specie invasive e stanno riplasmando il futuro della loro isola svolgendo un ruolo centrale nel suo ripristino. Un pescatore dell’isola di Floreana, Max Freire, conferma: «Le specie invasive stanno distruggendo la nostra isola. Divorano i raccolti e stanno spingendo le nostre popolazioni di uccelli marini sull'orlo dell'estinzione. Ogni anno prendiamo meno pesce. Rimuovendo le specie invasive, abbiamo l'opportunità di ripristinare sia la terra che il mare e fornire per la prima volta maggiori opportunità di ecoturismo su un'isola abitata dell'arcipelago. I nostri mezzi di sussistenza, la nostra salute e il futuro della prossima generazione dipendono da questo».
Sonsorol Island, a Palau, è un altro sito con un elevato potenziale di connettività terra-mare. La forte riduzione degli uccelli marini dovuta alle specie invasive ha notevolmente rallentato la deposizione di nutrienti, il che a sua volta sta limitando la produttività delle barriere coralline circostanti. Sonsorol è un’isola remota e questo significa che la comunità umana che ci vive dipende fortemente dalle risorse locali. Prima dell'impatto delle specie invasive, gli isolani di Sonsorol vivevano in armonia con il loro ambiente e prosperavano grazie alle risorse naturali fornite dalla terra e dal mare. Nicholas Aquino, governatore dello Stato di Sonsorol della Repubblica di Palau, racconta che «I ratti hanno infestato le nostre piante, inclusa la tuba. Minacciano la nostra sicurezza alimentare e diffondono malattie. La comunità ha voluto, ha implorato, per questo tipo di progetto. Trarremo sicuramente beneficio dal ripristino di Sonsorol».
Un’altra autrice dello studio, Kate Brown, direttrice della Global Island Partnership, fa notare che «Sonsorol e Floreana sono solo due delle tante isole che hanno un grande potenziale per la guarigione degli ambienti marini. Dare priorità al ripristino insulare in tutto il mondo può avere un vantaggio significativo per la biodiversità del nostro mondo, sia sulla terraferma che in mare. Insieme, possiamo costruire comunità insulari resilienti, sostenute da ecosistemi insulari e marini sani, ricchi di biodiversità».
I progetti di ripristino di Sonsorol e Floreana fanno parte di Island-Ocean Connection Challenge, una nuova ambiziosa campagna ambientale che punta a ripristinare e rinaturalizzare entro il 2030almeno 40 ecosistemi insulari significativi a livello globale, a beneficio di isole, oceani e comunità. I partner fondatori di Island-Ocean Connection Challenge - Island Conservation, Re:wild e Scripps Institution of Oceanography - hanno lanciato il progetto nell'aprile 2022 alle la conferenza Our Ocean insieme a Panama e Palau e l’iniziativa è stata subito sostenuta da David e Lucile Packard Foundation, Oceankind, Cookson Adventures, Leo Model Foundation, North Equity Foundation e Sheth Sangreal Foundation. Da allora, la campagna ha accolto nuovi partner e sostenitori, tra cui i governi di Cile, Repubblica Dominicana e dell’Ecuador, American Bird Conservancy (ABC), Danny Faure Foundation, Global Island Partnership, Marisla Foundation e Oceans Finance Company ,
Sea McKeon, direttore del programma marino di ABC, si chiede: «Quali ricchezze dell'ecosistema sono andate perdute quando l'alca impenne o il petrello maggiore di Sant'Elena si sono estinti? Questa nuova ricerca supporta il principio di base della conservazione con cui ABC ha lavorato per molti decenni: il ripristino delle popolazioni di uccelli ha profondi benefici per gli habitat terrestri, costieri e marini in cui vivono. Questo significa che la protezione degli uccelli marini durante tutto il loro ciclo di vita e lungo l'intero percorso migratorio dovrebbe essere sempre una priorità assoluta nel ripristino delle economie, delle isole e degli ecosistemi marini».
Nick Holmes, coautore dello studio e direttore associato oceani di The Nature Conservancy of California, aggiunge: «Far progredire la nostra comprensione dei collegamenti marini e terrestri è inestimabile per organizzazioni come The Nature Conservancy per pianificare e realizzare una conservazione efficace sulle isole e si basa su una base di conoscenza indigena su terra e mare. Questo sottolinea l'importanza del lavoro in luoghi come l'atollo di Palmyra, dove The Nature Conservancy e i nostri partner stanno ripristinando l'habitat degli uccelli marini e reintroducendo specie di uccelli marini estinte, per massimizzare la connettività terra-mare e rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici».
Alan Friedlander, chief scientist di National Geographic Pristine Seas, ribadisce che «Spesso non ci rendiamo conto che ciò che facciamo sulla terraferma influisce sulla salute dell'oceano. Ancora meno ovvio è che la salute dell'oceano influisce sulla terraferma poiché specie come gli uccelli marini si nutrono in mare e depositano sostanze nutritive sulla terraferma, aumentando così la produttività. Questa forte interconnessione tra terra e mare era ben nota agli indigeni isolani e la rinascita di questa conoscenza tradizionale combinata con la scienza contemporanea rappresenta una grande promessa per aiutare a ripristinare questi ecosistemi unici».
Tadashi Fukami della Stanford University concorda: «Le culture tradizionali sono state a lungo olistiche, vedendo le connessioni tra diversi componenti della natura. Ad esempio, per più di un millennio, i giapponesi hanno riconosciuto le "uotsukirin", o foreste di allevamento di pesci, sottolineando l'importanza degli ecosistemi insulari per la vita marina. La scienza moderna ha perso di vista le prospettive olistiche, che i ricercatori stanno ora riapprendendo dalle culture indigene tradizionali di tutto il mondo. La nostra ricerca evidenzia questa maggiore realizzazione».
Daniel Gruner dell’università del Maryland ricorda che «Le culture indigene sulle isole gestivano i bacini idrografici dalla “cresta del reef”', riconoscendo che l'uso del suolo ha conseguenze per la sostenibilità degli ecosistemi costieri a valle. La nostra ricerca supporta ed estende questa saggezza fornendo ipotesi per le caratteristiche ambientali nelle quali le azioni di ripristino insulare hanno maggiori probabilità di andare a beneficio delle funzioni dell'ecosistema vicino alla costa».
Wieteke Holthuijzen dell’università del Tennessee – Knoxville, evidenzia un altro aspetto: «Un'isola può apparire come un'oasi isolata in superficie, ma è solo la punta di un ecosistema più ampio che è indissolubilmente connesso al mare circostante. Esistono connessioni ricche, profonde e complesse tra terra e mare che, a loro volta, supportano un'immensa diversità. La nostra ricerca sottolinea l'importanza di riconoscere, comprendere e onorare queste connessioni attraverso un lavoro collaborativo e inclusivo che avvantaggia sia la fauna selvatica che le persone. Il ripristino terrestre delle isole, in particolare eradicando i predatori invasivi, può avere effetti a catena di vasta portata nelle barriere coralline circostanti e oltre».
Holly Jones,della Northern Illinois University, conferma: «Le specie che collegano terra e mare come gli uccelli marini collegano indissolubilmente questi due ecosistemi. Ma scienziati, organizzazioni per la conservazione e altri stakeholders spesso li affrontano in maniera isolata si concentrano solo sull'uno o sull'altro aspetto. La nostra ricerca dimostra l'importanza e il potere delle collaborazioni tra ecosistemi e settori intersettoriali per massimizzare il potenziale di risultati di conservazione significativi».
Rebecca Vega-Thurber dell’Oregon State University conclude: «I nutrienti della vita marina autoctona, sia terrestre che marina, sono probabilmente necessari per migliorare la crescita dei coralli e ridurre le malattie dei coralli. Poiché i coralli forniscono la struttura fondamentale delle barriere coralline insulare, l'accelerazione della crescita e l'aumento della salute di diverse specie di coralli possono promuovere la resilienza della biodiversità della barriera corallina in generale».
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La provincia di Trento vuole abbattere l’orso MJ5. Legambiente e Wwf: decisione illegittima
L’esame del DNA realizzato dalla Fondazione Edmund Mach ha accertato che l’orso autore dell’aggressione avvenuta il 5 marzo in Val di Rabbi, in Trentino, contro Alessandro Cicolini - accompagnato dal suo cane – che ha riportato ferite abbastanza lievi, è stato identificato come MJ5 e la stessa Provincia di Trento ammette in una nota che «Si tratta di un maschio di 18 anni che in passato non si era mai reso protagonista di altri episodi simili, né aveva manifestato comportamenti a rischio, l’orso che domenica 5 marzo ha aggredito un uomo in Val di Rabbi. L’orso è figlio di Maya e Joze, due esemplari introdotti dalla Slovenia con i quali è partito il progetto Life Ursus in Trentino. Secondo i dati in possesso del Servizio Fauna della Provincia, «MJ5 dal 2005 al 2022 ha frequentato buona parte del Trentino occidentale, spingendosi occasionalmente sul territorio della provincia di Bolzano, stanziando soprattutto nell’ambito del Brenta meridionale».
Il Wwf sottolinea che «Questo esemplare non siera mai reso protagonista prima di episodi di interazione con persone, e dunque sia necessaria massima attenzione nella gestione di questo caso del quale ancora non si conoscono molti dettagli, come ad esempio il ruolo del cane (slegato o al guinzaglio?) nella dinamica dell’aggressione. Come ribadito nel documento di Ispra del 2021 sulla gestione degli orsi problematici, i casi di orsi che causano ferimento di persone per la prima volta, senza aver manifestato comportamenti simili in precedenza, vanno valutati attentamente caso per caso. Prima di considerare l’ipotesi di abbattimento o rimozione vanno analizzate con cautela le dinamiche che hanno portato all’attacco, compreso il comportamento della persona coinvolta».
Eppure, non appena accertata l’identità dell’orso, il presidente della Provincia autonoma di Trento, il leghistaMaurizio Fugatti, ha subito annunciato che «Ho già avuto un’interlocuzione con il ministro all’Ambiente, Pichetto Fratin per informarlo dell’esito delle analisi genetiche e delle decisioni della Provincia. In parallelo invieremo nelle prossime ore ad Ispra la richiesta di abbattimento, così come prevede la norma»-
Una decisione che vede nettamente contrario Antonio Nicoletti responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente: «Ancora una volta la provincia autonoma di Trento prende una decisione autonoma e illegittima che non li compete. Non spetta, infatti, alla provincia decidere che tipo di intervento mettere in campo tanto meno quello di condannare a morte un orso, come sta accadendo per l’esemplare MJ5 che ha aggredito nei giorni scorsi un uomo in Val di Rabbi. L’errore che commette il presidente della provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti è quello di interpretare in maniera estensiva la possibilità prevista dal PACOBACE, il Piano d’azione interregionale per la tutela dell’orso bruno sulle alpi centro-orientali, di intervenire con azioni di controllo volte a risolvere i problemi e/o limitare i rischi connessi alla presenza di un orso problematico. Ma tale decisione non spetta alla Provincia autonoma di Trento, bensì all’Ispra che deve esprimere un parere nel merito, poi la decisione finale la prenderà il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica. Questo Fugatti lo sa bene, eppure ancora una volta prende decisioni che non li competono ribadendo che intende comunque procedere all’abbattimento dell’esemplare. Pertanto, ben venga il monito arrivato ieri dallo stesso Dicastero dell’Ambiente che ha ricordato il ruolo dell’Ispra, alla quale chiediamo di esprimersi al più presto. Siamo convinti che la condanna a morte di un orso rappresenta sempre una sconfitta sia per l’uomo sia per il lavoro di gestione e di tutela che viene messo in campo anche attraverso i progetti Life. Le problematiche di gestione di specie emblematiche, come il lupo o l’orso, ci dimostrano che per difendere la biodiversità quello che serve è il supporto della scienza e una grande capacità nella gestione della complessità territoriale e istituzionale, ma anche un nuovo patto di collaborazione tra parchi e comunità locali, da cui è indispensabile ripartire con obiettivi chiari e condivisi».
Per Legambiente. «La convivenza tra l’uomo e i grandi predatori, come l’orso e il lupo, è una delle grandi sfide da affrontare seriamente a partire dalle aree più problematiche». Come sottolineato nel suo ultimo report “Natura Selvatica a rischio in Italia”, l’associazione ambientalista ricorda che «Oggi, ad esempio, sono diversi gli strumenti suggeriti e adottati per il contenimento del conflitto tra attività di allevamento e grandi predatori. Ad esempio, in Appennino tra gli strumenti suggeriti e adottati rivolti agli allevatori ci sono: i cani da guardia, le recinzioni fisse ed elettrificate, la presenza continua del pastore, i dissuasori acustici e ottici, i procedimenti per i risarcimenti economici gestiti online o esperimenti come il gregge del parco che permette di avere subito disponibile la pecora predata riducendo le perdite aziendali».
Andrea Pugliese, presidente di Legambiente Trento, ricorda che «Il progetto LifeUrsus con la reintroduzione dell'orso bruno nelle aree del Brenta, dove era in via di estinzione, è stata un'iniziativa importante dal punto di vista ecologico, riportando una specie iconica sulle Alpi Centrali, e ha avuto anche importanti ricadute sull'immagine del territorio. Purtroppo negli ultimi anni la politica locale ha preferito enfatizzare i pericoli provocati dagli orsi, anziché aiutare a costruire la convivenza dell'uomo con i grandi carnivori, sulla base di protocolli scientifici. L'attacco diretto a un uomo (a cui vanno certamente i nostri auguri), avvenuto nei giorni scorsi a Rabbi, è un episodio previsto dal Pacobace, dopo il quale gli esperti dell'Ispra potranno prevedere azioni diverse, fra le quali l'abbattimento è solo un caso estremo. Pensiamo che sia opportuno avere prima di tutto un parere tecnico e solo a valle valutare l'intervento più adeguato».
Il Wwf evidenzia che «La Provincia autonoma di Trento continua invece a considerare l’orso come una specie “naturalmente pericolosa”, pretendendo una gestione completamente autonoma e non ritenendo il parere di Ispra vincolante in alcun modo. Questo approccio non è sostenibile né scientificamente condivisibile. l ricorso agli abbattimenti dovrebbe essere sempre l’ultima soluzione, quando la pericolosità dell’animale è conclamata e non esistono altre soluzioni valide. A sostegno di questo, nel 2022 anche il Consiglio di Stato ha bocciato le linee guida provinciali che prevedevano una gestione territoriale di orsi e lupi e l’automatismo tra i danni causati o l’aggressione compiuta da un orso e l’abbattimento dell’animale, in palese contrasto con i principi di proporzionalità e di precauzione».
Per questo, il Wwf auspica che «La Provincia Autonoma di Trento riprenda un percorso fondato sulla promozione della convivenza, partendo dalla conoscenza e non dai pregiudizi. L’espansione della popolazione di orso in Trentino e sull’arco alpino necessita di essere ulteriormente consolidata, ma questo processo è possibile solo lavorando nella direzione di una gestione equilibrata, senza il ricorso ad abbattimenti “facili”. Comunicazione e sensibilizzazione sui corretti comportamenti da adottare in montagna e la liberalizzazione dello spray al peperoncino anti-orso, considerato ancora illegale in Italia, e che invece ha dimostrato la sua efficacia in Nord America, sono tutte opzioni incruente e auspicabili, che possono aiutare a costruire una coesistenza reale e ad evitare episodi simili in prospettiva futura».
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