• 11 Aprile 2022
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Bramante, l’architetto del Rinascimento romano

Bramante, l’architetto del Rinascimento romano

Nel XV secolo Roma non era che un’ombra di ciò che era stata nell’antichità. Donato di Angelo di Pascuccio, meglio noto come il Bramante, portò nell’antica capitale dell’impero le innovazioni architettoniche del nord Italia e inaugurò un’epoca di rinascita per la città eterna.

Correva l’anno 1478 quando un pittore chiamato Donato di Angelo di Pascuccio arrivò a Milano. Aveva poco più di trent’anni, ma già la sua fama lo precedeva: formato fin da piccolo nelle botteghe dei maestri di Urbino, una delle grandi capitali artistiche del quattrocento, ebbe l’opportunità di affiancarsi a maestri del calibro del Perugino, di Pinturicchio e forse di Piero della Francesca.
Ma il duca Sforza, signore di Milano, non cercava un pittore, bensì un architetto: ed è in questa veste che l’artista sarebbe passato alla storia con il soprannome di Bramante. Il nomignolo, che forse significa “ambizioso”‒ pare che fosse nato in seno alla famiglia, anche se le sue origini non sono del tutto chiare ‒, riflette la personalità di un uomo che seppe cogliere lo splendore di una nuova era e amplificarlo.

Apprendista dei maestri

Prima di stabilirsi a Milano Bramante aveva viaggiato in diverse città del nord e centro Italia, inclusa Firenze, dove ebbe modo di ammirare la magnifica cupola del Brunelleschila costruzione più ardita dai tempi dell’impero romano. Probabilmente fu la visione di quella spettacolare opere d’ingegneria che lo fece propendere per l’architettura, pur essendosi fatto un nome come pittore.
Anche se continuò ad accettare commissioni di affreschi per edifici pubblici e religiosi, il suo principale cliente a Milano fu Ludovico Sforza il Moro, che governò la città per vent’anni prima come reggente e poi come duca. Era particolarmente interessato all’architettura e all’ingegneria, e così Bramante ebbe l’opportunità di sviluppare a pieno la sua carriera nei due decenni trascorsi sotto il suo patrocinio.

Bramante lavorò per vent’anni per i duchi Sforza di Milano, dove conobbe Leonardo da Vinci

Nel 1482 arrivò da Firenze un ambizioso artista di nome Leonardo da Vinci: convinto che Lorenzo de’ Medici non apprezzasse il suo talento come meritava, aveva offerto i suoi servigi agli Sforza (ritoccando un po’ il curriculum, dove si era presentato come “ingegnere militare” quando in realtà aspirava soltanto a esserlo). Aveva più o meno la stessa età del Bramante e i due instaurarono un buon rapporto di reciproco scambio.
Ma nel 1499 le truppe francesi presero Milano e fecero prigioniero il duca Sforza. Avendo perso il suo principale mecenate, Bramante si trasferì nella città che aveva ispirato la sua fascinazione per l’architettura sobria e solenne dell’antichità: Roma, la città eterna.

L’artista e il papa

In realtà fino a poco tempo prima Roma non era stata che un’ombra di ciò che Bramante credeva. Per gran parte del XIV secolo il papato era stato trasferito ad Avignone, privando la città della sua unica “industria” ‒ la Chiesa ‒ e precipitando ancor di più la decadenza iniziata con il Medioevo. Gli edifici cadevano a pezzi, gli antichi monumenti facevano da cava per nuove costruzioni e le infrastrutture più fondamentali erano in uno stato di totale abbandono. In confronto alle vibranti città del nord a cui era abituato, la città eterna sembrava un paese di provincia, e all’inizio non dovette offrire a Bramante grandi prospettive.
La sorte tuttavia gli sorrise. Nel 1502 la tiara papale toccò a Giuliano della Rovere, che prese il nome di Giulio II. Quest’uomo dal carattere forte, che passò alla storia come “il papa guerriero”, intraprese un ambizioso programma urbanistico per riportare Roma ai suoi antichi fasti. Bramante, che dal suo arrivo in città aveva già eseguito diversi lavori, attrasse l’attenzione per i suoi disegni sobri e solenni ma al tempo stesso eleganti, e fu così nominato primo architetto. Il titolo gli dava responsabilità su ogni tipo di opera pubblica, dai progetti dei nuovi edifici al mantenimento delle strade o alla demolizione di costruzioni in cattivo stato (e ce n’erano molte).

Il papa Giulio II affidò a Bramante il progetto di rinnovo e ampliamento della sede papale, che comprendeva la costruzione di una nuova basilica

Ma fu nel Vaticano che il talento di Bramante poté pienamente esprimersi. Giulio II gli affidò il progetto di rinnovo e ampliamento della sede papale, i cui edifici erano vecchi e in molti casi decrepiti. Il caso più evidente era l’antica basilica, che risaliva ai tempi di Costantino: era piena di crepe e il tetto sembrava sul punto di cedere. Così il papa diede l’ordine di demolirla e di costruirne una nuova. Parallelamente gli commissionò il restauro del vicino casino del Belvedere, al quale aggiunse un cortile e la famosa “scala del Bramante” (nome datole da Giorgio Vasari e che lui personalmente non approvava, visto che non avendo gradini non poteva dirsi una vera e propria scala).

La rinascita della città eterna

Malgrado l’età Bramante si dedicò con passione al progetto di quella che oggi è nota come la basilica di San Pietro, tempio principale della cristianità cattolica; ma, morendo nel 1514, non poté vederla terminata. Il suo disegno iniziale, ispirato al Pantheon e alla cattedrale di Firenze che lo aveva affascinato tanti anni prima, fu modificato dagli artisti che se ne occuparono in seguito, tra cui Raffaello ‒ raccomandato dallo stesso Bramante ‒ e Michelangelo.
La decisione di demolire la vecchia basilica non fu esente da polemiche, trattandosi di un luogo sacro. L’anziano artista fu soprannominato “Bramante, maestro ruinante” e su di lui circolarono molte battute. In un dialogo satirico, l’architetto si presentava a san Pietro che lo rimproverava per la distruzione della basilica, e in tutta risposta lui proponeva un progetto per demolire e ricostruire tutto il paradiso.
Nonostante tutto, il risultato finale realizzò il sogno di Giulio II di far rinascere Roma e trasformarla in una capitale artistica all’altezza delle grandi città italiane. Bramante fu considerato dagli artisti del cinquecento l’artefice della rinascita della città eterna: Andrea Palladio equiparava il suo lavoro alle costruzioni della Roma classica e Michelangelo disse di lui che non si poteva negare la sua audacia: una frase molto lusinghiera, se si considera il carattere del Buonarroti.
Fonte: National Geographic.it

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