Uno studio durato 10 anni, tra testamenti, carteggi, diari, libri storici e di viaggio, inventari notarili e atti confraternali che hanno portato alla “riattribuzione” a Michelangelo del busto del Cristo Salvatore, conservato da secoli nella basilica di Sant’Agnese in via Nomentana a Roma. A condurlo è stata la ricercatrice Valentina Salerno che, durante una conferenza stampa all’interno del complesso monumentale dell’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi, ha presentato il suo studio dal titolo “Michelangelo gli ultimi giorni“.
“Questa ricerca l’ho iniziata sostanzialmente dimenticando Vasari – racconta Salerno – perché gli ultimi anni della sua vita Michelangelo li ha trascorsi a Roma, mentre Vasari non si trovava in città. Lo scultore era stato descritto come un burbero che nell’ultima fase della vita aveva distrutto tutto, ma in realtà si è scoperto che non era così”.
Per secoli infatti si è creduto che l’artista avesse distrutto centinaia di bozzetti, disegni e sculture custoditi nella sua casa, le fonti ritrovate invece suggeriscono il contrario: le opere non sarebbero state eliminate, ma messe in salvo. Secondo la ricostruzione, disegni, studi e marmi passarono di mano
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