• 3 Marzo 2022
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Allarme Covid tra i profughi ucraini che rifiutano il vaccino. “Hanno paura”

Allarme Covid tra i profughi ucraini che rifiutano il vaccino. “Hanno paura”

Il primo giorno per il centro dedicato alle vittime della guerra è stato complesso. D’Amato: ” Pronti ad andare al confine”.
All’hub della stazione Termini, diventato nel giro di una notte il polo di accoglienza sanitaria per i cittadini in fuga dall’Ucraina, è tutto pronto. Ci sono i mediatori culturali della Asl Roma 1, un box per registrarsi per ottenere l’Stp, una sorta di tessera sanitaria temporanea per stranieri, medici e infermieri in postazione pronti a fare tamponi e soprattutto somministrare il vaccino.
Il problema è che non ci sono persone disposte a ricevere l’iniezione. Su 12 profughi ucraini giunti in mattinata solo 2 due, mamma e figlia 15enne, hanno acconsentito. Una questione culturale, forse. O forse religiosa, chissà. Quel che è certo è che, stando ai numeri ufficiali, solo il 35% degli ucraini ha completato il ciclo vaccinale.
E all’emergenza umanitaria, rischia di sommarsi anche quella sanitaria, legata alla mancata vaccinazione. “Non è una questione ideologica – spiega la mediatrice culturale dell’hub, Yana Skulevych – . Bisogna mettersi nei panni di chi arriva qui, stremato: la paura di una reazione avversa al vaccino prende il sopravvento. Alcune delle persone con cui ho parlato mi hanno detto di avere avuto il Covid, anche se non avevano la documentazione, e per questo hanno rifiutato il vaccino. E resta il fatto che sono con la testa in Ucraina, sperano di riuscire a farci ritorno molto presto. Ma il tampone lo fanno”.

Per chi arriva a Roma dall’Ucraina – circa mille finora – dopo giorni estenuanti di viaggio, con il riecheggiare delle sirene e delle bombe nella testa e l’odore della paura intriso nei vestiti, il vaccino non è la prima voce in agenda. ” Forse poi ci penserò, adesso voglio solo riposarmi”, dice Julia, 18 anni e due grandi occhi neri, appena arrivata, con le donne della sua famiglia – nessuna vaccinata – alla Stazione Tiburtina. Sputate da un torpedone sul marciapiede, sono in attesa che un parente arrivi a prenderle. Per poi sparire. Invisibili.
“L’Ucraina è uno dei paesi in Europa con il più basso tasso di vaccinazione – spiega l’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato – ma è davvero importante che chi arriva qui lo riceva. Noi stiamo facendo tutto quello che è nelle nostra facoltà, è per questo che all’hub Termini ci sono mediatori culturali, possono fare la differenza con il passaparola nella comunità”.
Ma il fattore tempo è determinante. “Sono già arrivate le prime persone positive al virus ” , conferma Padre Teodosio, vicario dell’Esarcato apostolico degli ucraini cattolici di rito bizantino – e questo si somma ai problemi che dobbiamo affrontare “. Decine di famiglie hanno messo a disposizione le proprie case, ma la gestione dei positivi richiede un piano ben più strutturato.
L’ideale sarebbero gli hotel, ma finché non si attivano i corridoi umanitari e delle linee guida per fronteggiare l’emergenza a livello nazionale, la Regione non può attivare Federalberghi. E non può nemmeno inviare medici al confine europeo con l’Ucraina, sebbene D’Amato abbia già chiesto la disponibilità alle Asl e alle Uscar. “Noi siamo pronti a mettere la nostra sanità a disposizione alla frontiera – dice Pier Luigi Bartoletti, coordinatore delle Uscar – solo così potremo davvero riuscire a intercettare le persone e vaccinarle, come è giusto che sia. Non possiamo rincorrere a Roma con la siringa in mano chi è scappato dalle bombe”.
Fonte: Repubblica.it

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