La Serie A rischia il fallimento: ecco perché i club vogliono rinviare gli stipendi

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Il presidente Gravina e i suoi consiglieri imporrano una spending review. Ma intanto devono decidere se rischiare che 5-6 club non possano iscriversi al campionato o posticipare le scadenze. Ricordando che Fiorentina e Napoli pagarono l’insolvenza ripartendo dalla Serie C.
ROMA – La mossa della disperazione. Dopo anni vissuti pericolosamente al di sopra delle proprie responsabilità, la Serie A è arrivata al punto di non ritorno. Gli stipendi superano da anni le capacità di spesa e ora il Consiglio federale della Federcalcio dovrà pronunciarsi sulla richiesta di un aiuto a sopravvivere delle 20 regine del calcio italiano. La richiesta di posticipare le verifiche sui pagamenti degli stipendi non è un capriccio di ricchi che vogliono più tempo per pagare: è una mossa disperata per evitare che almeno cinque o sei club rischino di non potersi iscrivere al prossimo campionato. Il prodotto di anni di gestione avventurosa, al di sopra delle proprie possibilità.

Il nodo dei costi: 1.250 milioni all’anno di stipendi

La richiesta è partita dall’ad interista Marotta ed è stata firmata da 6 società (Inter, Genoa, Samp, Crotone, Cagliari, Benevento). Il prossimo 30 maggio scadrà il termine per pagare gli stipendi di marzo e in tanti non hanno la liquidità per farlo. Senza un aiuto della Federcalcio, qualcuno rischierebbe una penalizzazione. E non sarebbe finita lì. Il vero rischio è non avere la liquidità per iscriversi al campionato. Nemmeno adesso che le società potranno chiedere alle banche di scontare in anticipo i crediti con le tv per i prossimi 3 anni. La Serie A versa annualmente 1.250 milioni di stipendi ai propri calciatori e allenatori. Per il prossimo triennio non otterrà più di 1.130 milioni annuali dalle tv: una sproporzione tra costi e ricavi diventata un nodo scorsoio al collo dei club.

“Tagliare 200 milioni ai giocatori”

Causa pandemia il sistema calcio in Italia ha perso circa 700 milioni, tra tv, sponsor perduti e incassi da stadio mancati. Tutti i lavoratori d’Italia, ma forse del mondo hanno subito tagli salariali, tra cassa integrazione e perdita di fatturato per i piccoli e medi imprenditori. I calciatori non hanno perso un euro, non hanno rinunciato a un bonus. Come avrebbe potuto un movimento che versa quelle cifre ai suoi dipendenti, a cui non solo un euro viene tolto, chiedere ristori al governo? Allora i club hanno chiesto all’Assocalciatori di accettare il taglio di due mensilità per tutti i calciatori di Serie A, senza distinzioni. Una proposta firmata da tutte e 20 le società. Vorrebbe dire risparmiare, in totale, 208 milioni di euro.

Il bivio della Figc, tra spending review e norme salva grandi

La domanda che rimane in sospeso è: perché i club che oggi non hanno soldi per pagare i conti, nelle due sessioni di mercato avute a disposizione dall’inizio della pandemia non hanno cercato di liberarsi dei giocatori con gli stipendi più cari, anche a costo di sacrificare la competitività sportiva? La Federcalcio in chiave futura ha studiato un piano di riduzione dei costi che imporrà alle squadre di portare la spesa annuale al 90 o all’80% di quella attuale, in base a una proiezione sugli incassi. Una sorta di Fair play finanziario interno, per razionalizzare le spese ed evitare che si spenda più di quanto si guadagna. Contestualmente però, alla stessa Figc viene chiesto dalla Serie A di permettere anche a chi non può pagare gli stipendi della stagione in corso, di iscriversi al campionato. Senza considerare che, negli anni passati, società come Fiorentina e Napoli, non potendo pagare, sono ripartite dalla serie C. Accettare questo compromesso, oggi che anche i campioni d’Italia navigano in pessime acque, per la Federcalcio vorrebbe dire certificare che il peso delle sanzioni, dipende dal nome di chi infrange le regole.
Fonte: La Repubblica.it

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