L’espressione “smart-working” in inglese significa tutt’altro!

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E’ proprio così: uno degli anglicismi più utilizzati, diffusi e strumentalizzati nell’Italia contemporanea, è in realtà un orribile errore, per di più perpetrato dai piani alti della politica, i quali dovrebbero piuttosto fungere da regolatori culturali.

Lo “smart-working”, dagli inglesi, viene correlato a tutt’altro contesto, e comunque gli viene attribuito proprio un significato diverso, non solo a livello superficiale ma profondo.

Da sempre, e ciò è noto grazie agli studi della linguistica “storica”, è il popolo a “creare” la lingua, attraverso scelte e neo-formazioni dettate dall’ammodernamento e da vari altri fattori. Certo ciò è accettabile per quanto riguarda l’italiano, laddove neologismi comodi ma anche simpatici possono essere accettati con piacere, come per esempio “petaloso” o anche “tramezzino” (introdotto da D’Annunzio).

Ciò che rimane più complesso accettare, nonostante la diffusione e il radicarsi tra la maggior parte del popolo, è invece un utilizzo sbagliato e un’interpretazione diversa dal reale delle lingue straniere. In questo caso non si tratta di ammodernamento o sviluppo, ma solo di ignoranza. E il vero problema, come si sottolineava all’inizio, è che a diffondere quest’ignoranza sia in primis la parte alta della politica, quella che dovrebbe essere portatrice di cultura verso tutti i piani della società.

“Smart working” indica una modalità di lavoro flessibile con processi migliorati e ricorso a tecnologie e strumenti che rendono il lavoro più funzionale perché agiscono in modo “intelligente” (appunto, smart); in Italia, invece, l’anglicismo smart working è utilizzato come sinonimo di quello che la legislazione italiana identifica come lavoro agile nella legge 22 maggio 2017 n. 81.
L’utilizzo corretto sarebbe quello di “remote working”, “working from home”, da intendersi come tipo di “flexible working”.

Nella nostra lingua sarebbe più corretto parlare di lavoro da casa, lavoro da remoto o di telelavoro!

Forse non sbaglia Mario Draghi, quando si lamenta di un uso esagerato di anglicismi nel nostro linguaggio.

 

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