Il 25 febbraio 2022 papa Francesco lasciò il Vaticano per recarsi all’ambasciata russa. Intendeva aprire – confessò – una “finestra di dialogo” con Putin, forse nella speranza che si ripetesse quanto Giovanni XXIII aveva reso possibile nella crisi di Cuba del 1962: portare Usa e Urss ad un accordo in extremis.
Il miracolo non si realizzò.
Terminato il quarto anno di guerra, a Mosca circola una battuta feroce: “In tre anni Stalin arrivò a Berlino, mentre Putin è a Pokrovsk”. La Russia ha fallito gli obiettivi della cosiddetta “Operazione speciale”: Zelensky non è stato rovesciato, Kyiv non è stata conquistata, l’Ucraina non è stata sottomessa e non lo sarà mai. In questi anni la popolazione ha mostrato una resilienza straordinaria, i militari hanno dimostrato un’efficienza, un coraggio e una determinazione eccezionali ed è nata un’industria militare all’avanguardia nella nuova guerra dei droni e in altri settori.
Tutto questo rende peraltro improbabili gli annunci allarmistici su ulteriori invasioni russe. Nessuna delle parti in campo è tuttavia stata capace di vincere quella che il politologo statunitense Ian Bremmer ha lucidamente definito una “guerra ibrida


