È una favola che si realizza la sua storia. Nonostante sia cresciuto in una famiglia dove la musica è di casa, il suo trasferimento al nord avviene per ben altre motivazioni.

Niente di eccentrico, solo un ragazzo di talento con delle cose da dire. Potrebbe essere questo il primo capitolo della vita artistica di Merlot.

Ha cominciato a scrivere canzoni nella sua cameretta, un po’ come fanno tutti, e alla fine è venuta fuori Ventitré. Basta avere il pezzo giusto che convinca gli editori.

«Contrariamente alle canzoni che avevo pubblicato precedentemente, questo è avvenuto con “Ventitré”, che è stata inserita in molte playlist ottenendo un numero sorprendente di ascolti e dandomi così la possibilità di essere notato dalla Virgin. Credo sia stato determinante l’intervento del mio attuale produttore artistico, Alex D’Errico, che ha traslato il brano dalla chitarra al pianoforte.»

Il suo vero nome è Manuel Schiavone ma ha scelto di presentarsi al mondo con un nome d’arte che potesse efficacemente colpire la fantasia dei suoi ascoltatori.

«Cercavo uno pseudonimo per cominciare a caricare i miei brani su Spotify e YouTube e mi sono messo a girare per casa guardandomi in giro come faccio tutte le volte che sono in cerca di ispirazione, finché non mi sono trovato di fronte ad una bottiglia di Merlot ed ho pensato che potesse essere un nome fighissimo.»

Il passaggio da Manuel a Merlot lo ha lanciato su palchi che non avrebbe potuto mai immaginare prima, come la partecipazione allo scorso Sanremo Giovani su Rai 1 con la canzone Sette volte.

«La Virgin mi ha proposto Sanremo Giovani ed è stato un bellissimo percorso e un vero e proprio shock perché non ero abituato. Sono passato direttamente dai video su Instagram dalla mia cameretta alle dirette televisive. Questo mi è servito tantissimo, credo che nella prima puntata fosse evidente che stavo per morire lì sul palco. Ma le paure vanno affrontate buttandocisi di testa: o ci rimani o sfondi, e in quell’occasione ce l’ho fatta.»

Il giovane cantautore lucano ma bolognese di adozione ha ben chiaro che, per distinguersi, occorre sganciarsi dai propri riferimenti e cercare una strada tutta personale.

«Difficile dire quali siano le mie influenze perché per ogni artista sono sempre tante. Io sono partito dal cantautorato di Gazzelle e Calcutta. Sono loro che mi hanno fatto venire la voglia di provarci. Poi, strada facendo, credo di aver trovato la mia identità. Adesso scrivo senza pensare più ai riferimenti.»

L’arma vincente si cela nei testi, ai quali dedica certosina attenzione, sia nei contenuti che nel lessico, inevitabilmente legato ai gerghi giovanili contemporanei.

«Nelle mie canzoni cerco sempre di essere più profondo possibile, a volte anche esagerando. Mi piace che le persone rimangano sorprese. Quando scrivo mi lascio trasportare totalmente dall’istinto.»

Il testo di Alieni esprime tutto il disagio esistenziale di un’età in cui non si sa ancora bene come stare al mondo.

«Il luogo senza problemi che canto non è certo di questo mondo, ma la maggior parte di chi ha ascoltato il brano non lo ha colto, immaginando invece una zona di comfort a propria immagine e somiglianza, a seconda della necessità.»

Il percorso di Merlot è appena cominciato e non ha certo intenzione di fermarsi qui.

di Paolo Miano

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