Si candida a essere una delle poche favole belle di questo Natale: è la storia del campione mondiale assoluto di resilienza, l’uomo che alza la posta con il destino e riesce a beffarlo, un eroe che ci mette a disposizione una iniezione di fiducia

Si candida a essere una delle poche favole belle di questo Natale. Forse la più imprevista e anche imprevedibile, visto come stavano le cose. Ma quando c’è di mezzo Sandrino Zanardi, campione mondiale assoluto di resilienza, l’impossibile è relativo.

Resilienza è una di quelle parole che diventano di moda senza che magari se ne capisca a fondo il significato. Ha a che fare con la capacità di alcuni materiali di non andare in frantumi dopo un urto violentissimo. Vale anche per gli esseri umani. I veri resilienti riescono non solo nell’impresa di fronteggiare qualsiasi schianto fisico o morale ma, contro ogni previsione, sono pure capaci di alzare la posta con il destino e addirittura beffarlo, migliorandosi, ottenendo da se stessi risultati che contraddicono le leggi di natura. Ecco, pensi a Zanardi e hai capito.

Dall’universo parallelo dove era stato precipitato vent’anni fa, e dove è tornato ad abitare in un’irreale solitudine circondata d’amore, arriva ancora una volta una notizia che non appartiene al nostro mondo di normali. A un anno e mezzo dall’incidente in Val di Chiana che gli ha sbriciolato la testa, il secondo incidente dopo quello del 2001 in Germania che gli costò le gambe, Alex Zanardi è ritornato a casa, nella villetta di famiglia nella campagna padovana.

Sembrava folle solo pensare che potesse accadere, e lo sarebbe stato probabilmente per chiunque altro. Ma lui è una tigre, come aveva detto il figlio Niccolò subito dopo che il padre era sopravvissuto, giugno 2020, alle prime notti dopo l’impatto massacrante con l’angolo acuto del frontale di un camion. Ci credeva lui, Niccolò. Ci credeva Daniela, la moglie di una vita e della vita. Tutti gli altri abbassavano lo sguardo, come se questa volta fosse troppo anche per una tigre come il Sandrino. Per carità, uno che è risorto molto meglio di Lazzaro dopo il sabato di sangue sul circuito del Lausitzring: una macchina che taglia in due la sua Reynard Honda e lui stesso, il tronco da una parte e il resto del corpo da un’altra, lontano.

Finita? Macché. Non soltanto prende la vita per la coda ma, una volta salvo, quella vita si mette anche a farla girare. Scopre l’handbike, la bicicletta che si spinge a braccia, si allena come un forsennato, diventa il numero uno nella storia di questo sport. Quattro ori olimpici, vittorie come neanche nella carriera da pilota di Formula 1, pur nobilissima, si era mai sognato di raggiungere.

E quando è già leggenda, invece di riposarsi e godere del gusto pieno di una seconda vita, a 53 anni e passa pensa alle Paralimpiadi di Tokyo 2021 e si inventa una specie di giro d’Italia a scopo benefico per portare un po’ di entusiasmo e di allegria in un Paese che cominciava faticosamente a riemergere dalla prima devastante mareggiata del Covid.

Il fracasso facciale che è la prima diagnosi dopo lo schianto nella campagna senese non lascia molti margini per una terza volta. Eppure succede, eppure Sandrino Zanardi da Bologna non si lascia andare. Millimetro per millimetro, operazione dopo operazione, tra progressi, ricadute, sconforti, lui non cede. Passa persino attraverso le infinite complicazioni della pandemia: i mesi in isolamento, medici e infermieri nascosti da mascherine e ogni misura di protezione necessaria, i familiari più stretti (madre, moglie e figlio) che potevano stargli accanto solo uno per volta e per non più di un’ora e mezza.

Il tutto con le complicatissime funzioni del cervello e dei sentimenti da ripristinare completamente, da riavviare dopo un reset così brutale e senza un ritorno certo alle piene funzioni. Ha davanti un altro Everest, dirà uno dei primi medici. E il problema, per molti e molti mesi, è stato quello di arrivare almeno ai piedi della montagna, già una volta sfidata e vinta. Alex s’incammina.

Gli ricostruiscono testa e faccia, tornano ad aprirsi e a vedere i suoi occhi di un incantevole blu, arrivano i primi sorrisi, ricomincia a muovere le dita, poi le mani, si riprende una briciola per volta quello che gli era stato tolto. E adesso che il peggio è scongiurato, che non c’è più rischio di infezioni delle molte ferite che l’hanno segnato, adesso non viene il bello.

Dopo tanto e tanti ospedali, si torna a casa, come hanno annunciato l’inseparabile Daniela Manni in Zanardi e la Bmw, di cui è ambasciatore. Ma lasciando trasparire, accanto a una più che comprensibile gioia, una prudenza che riflette la consapevolezza che molta strada è stata fatta ma moltissima ne resta da fare, anche per l’uomo dei sogni possibili.

A 55 anni, in una stanza attrezzata per lui, neanche Alex si concede illusioni. Conosce per esperienza diretta la parete dell’Everest e l’immane fatica che crudelmente torna ad aspettarlo ora che ci è arrivato sotto. La voce non esce ancora da sola, ed è comprensibile dopo che è stato intubato per così tanto tempo. Riconosce, cerca di farsi intendere, sta molto meno a letto e si sposta su una carrozzina rafforzata per potere sostenere il collo. Non scrive, non è ancora arrivato il momento, però ha cominciato a spingere una cyclette con le mani, la forza aumenta nelle braccia.

Sta tornando lui. Anzi, non se ne è mai andato, nemmeno negli attimi fatali di quel 19 giugno 2020 dove si è ritrovato in bilico sul filo che ti separa tra il resistere ancora una volta o lasciarsi andare per sempre. La sua Daniela, ai dottori che le chiedevano cosa fare, ha risposto per lui: se c’è una possibilità di salvarlo, fate tutto il necessario. Così è stato.

Merito dei medici, intendendo tutti quelli che in questi interminabili mesi hanno rimesso in sesto una delle due parti del corpo, la testa, rimaste a un gigante vero che quando ha perso la terza parte, gli arti inferiori, si è detto: concentriamoci su quello che abbiamo ancora, tanto è inutile piangere per quello che non avremo più. Merito anche dello straripante amore che gli è arrivato costantemente, senza interruzioni, con un calore che scioglieva i muri delle camere dei vari ricoveri: amore di tifosi, di gente che neanche sa di sport, di bambini a cui hanno raccontato la favola, che favola non è, di un signore con una bella faccia pulita che non si è arreso mai alle cattiverie del destino. E sempre con un modo dolce di fare, che una volta che l’hai visto in tivù o in un’intervista o dal vivo non te lo puoi dimenticare più.

Un tipo gentile, Alex Zanardi, combattente fino all’estremo dei limiti e un po’ oltre, forgiato in un metallo di cui solo pochi conoscono la composizione. Il suo tornare a casa vale di più di un sospiro di sollievo per un campione tanto preso di mira dalla malasorte. La buona nuova è anche una specie di potentissima iniezione di fiducia. Disponibile per tutti, gratis. E dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno. Grazie anche di questo, campione.

 

Fonte: .corriere.it

 

 

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