Alcuni anni fa mi venne scattata una bella foto seduta sul bordo della vasca della Fontana delle Sette Cannelle.

Credo fosse la sera di Ferragosto. Per tutta la giornata aveva fatto un caldo terribile come, del resto, avviene sempre quando regna il solleone.

In agosto a Tuscania si svolge la Sagra del Baccalà, conosciuto, un tempo, come la pietanza dei poveri. In un passato non troppo recente era quasi una dichiarazione d’umiltà  cibarsi di quel pesce  che oggi registra  costi altissimi.

Numerosi stand popolavano la zona della “passeggiata” e lunghi tavoli invadevano le strade pedonali.

Quella sera decidemmo di fare un salto nella ricca e vicina cittadina per trascorrere qualche ora di svago e saziare i nostri appetiti.

Quest’ultima passeggiata per la Tuscia, inizia proprio dal luogo in cui scattai la foto.

La Fontana delle Sette Cannelle

Prima di arrivare a Tuscania, proprio al di sotto delle mura, c’è un parcheggio. Poco distante, si innalza una breve scalinata che conduce a una porta. Il colore ocra del tufo si mescola al verde delle chiome dei giovani ulivi che, dall’interno dei grandi vasi, ornano il paesaggio e lo calano in un’atmosfera calda e rassicurante.

Il centro del paese, cinto da robuste mura, avvolge coloro che lo visitano come fosse una morbida sciarpa a maglie larghe, di quelle che durante la stagione fredda confortano chi le indossa.

La visione, per chi entra da quella porta, regala un ulteriore quadro di serenità. A sinistra un paio di locali con tavoli all’aperto, di fronte quella  che viene anche detta la Fonte del Butinale, ma che è a tutti nota come la Fontana delle Sette Cannelle, antichissima, tanto da risalire all’epoca etrusco-romana. La sua denominazione è dovuta al fatto che l’acqua esce dalla bocca di sette mascheroni.

Il luogo in cui è collocata, e dalla quale prende il nome, era, in un passato decisamente lontano, il centro commerciale e il ritrovo dei cittadini.

Nel primo decennio del XIV secolo venne completamente restaurata dal Podestà Lorenzo di Guglielmo, che la impreziosì inserendovi un’epigrafe e lo stemma del Comune di Roma, il noto acronimo S.P.Q.R. . Nel corso dei secoli, si arricchì di ulteriori stemmi nobiliari, oltre a quello comunale.

La storia ci racconta che la sorgente alimentava le terme romane esistenti presso la chiesa di Santa Maria Maggiore. In tempi più recenti, invece, serviva un mulino situato nei pressi della piazzetta.

Ci siamo incamminati per una strada in salita, accarezzando il selciato abbracciati dai composti e antichi palazzi. Le loro vetuste mura, da cui sporgono dei bei lampioni, ci hanno condotti fino alla moderna struttura che ospita il Teatro del Rivellino, scenario dei tanti spettacoli che non ho visto.

Piazza Franco Basile con il Palazzo del Municipio

Abbiamo proseguito fino a un luogo che conoscevo, ma soltanto distrattamente e di cui mi era sfuggita l’anima più nascosta, Piazza Franco Basile, in cui è collocato il Palazzo del Municipio, una bella struttura cui si accede tramite due scalinate poste in maniera speculare. In alto, un campanile a vela ed eretto nei primi dell’ ‘800.

Ma la storia interessante, riguarda quello che fu il vecchio palazzo comunale, il Rivellino, di cui oggi rimangono soltanto le rovine.

Le prime notizie che lo coinvolgono, e che lo delineano come il nuovo palazzo comunale, sono esplicitate in una pergamena datata 20 maggio 1263 in cui è contenuto un atto riguardante la sottomissione del Castello di Ancarano. Prima di allora il consiglio comunale si riuniva all’interno delle chiese di San Pietro e di Santa Maria Maggiore.

La costruzione dell’edificio, in buona sostanza un palazzo fortificato eretto, secondo alcune teorie,  per volontà del Papa o del Campidoglio sotto il potere del Podestà Albonetto, mirava a fare di Tuscania un borgo di prestigio. Esso annoverava anche una piazza d’armi e un cortile interno, nel quale vi erano due grandi torri d’avvistamento. Dentro il palazzo erano presenti una grande sala e una di dimensioni minori, un cortile con archi al di sotto dei quali esistevano dei sedili in pietra che venivano utilizzati durante le riunioni del Consiglio.

Dinanzi a esso, Piazza della Colonna, il punto da cui si accedeva al palazzo, luogo nel quale, alla fine del XIII secolo, il Rettore del Patrimonio di San Pietro in Tuscia  vi si trasferiva da Montefiascone per svernare.

Nel 1349, il Palazzo del Rivellino, subì le conseguenze delle intense scosse telluriche dovute a  un  forte sisma che si abbatté sul territorio. Per ristrutturarlo, furono necessarie delle grosse somme di denaro. Lo splendore durò davvero poco, tanto che, attorno alla fine del XV secolo, l’edificio era talmente malridotto da meritare l’appellativo di Palazzo Vecchio e di essere considerato un’abitazione indecorosa per un podestà.

Il comune seguì, quindi, altre strade e altre destinazioni. Il palazzo venne definitivamente abbandonato, secondo alcuni, dopo l’attacco delle truppe di Carlo VIII  nel 1485, sebbene sembri che l’azione durò poche ore e si limitò ad alcuni danni e a saccheggi.

A destra dell’attuale Palazzo del Municipio, si apre un arco nelle mura. Una scalinata conduce a un luogo che non potrei che definire ameno.

C’era silenzio. Riuscivo quasi a percepire il suono sordo delle mie scarpe sulla verdissima erba, rinvigorita dalle abbondanti piogge dei giorni precedenti.

La vista sul paese dalla ex Chiesa di Santa Croce

Ci siamo mossi tra l’antica  ex Chiesa di Santa Croce e l’ex ospedale. Non c’era nessuno, come spesso accade nei posti che visitiamo. Il vociare delle persone che arrivava alle nostre orecchie, proveniva dalla piazza che avevamo appena lasciato.

La cittadina si stava risvegliando e, accarezzate dai raggi del sole, alcune persone sedevano ai tavoli dei bar. Parlavano lentamente, e riuscivo a distinguere quella “L” scivolata che incarna una delle peculiarità del posto.

Ciò che più ci ha attratti sono state le tante statue, che fungevano da coperchio per sarcofagi etruschi e che sembravano in uno stato di riposo senza tempo, adagiate sulla balaustra del muro dei giardini.

Con le loro rotondità interrompevano dolcemente il panorama che di lì si gode. ll muschio, annidato tra le pieghe delle vesti in peperino, ci indicava, com’è uso, il nord.

La chiesa, di origine probabilmente medioevale, guarda verso la piazza, al palazzo comunale e alla Chiesa di San Lorenzo, quel giorno chiusa.

L’ex chiesa, che oggi appare piuttosto diversa da come era in tempi remoti per via dei tanti rimaneggiamenti, è attualmente sede dell’archivio storico e della Biblioteca Comunale.

La semplice facciata, originariamente, sembra sia stata ornata da figure zoomorfe, mentre gli interni, a una sola navata, contengono archi a tutto sesto e monofore. Non esistono più neanche i begli affreschi di cui si fregiava: ne rimangono soltanto alcuni frammenti.

La struttura adiacente, invece, costituiva un ospedale, dismesso dopo il terremoto del ’71.

Abbiamo ridisceso le scale, spostandoci verso la porta laterale, e abbiamo iniziato un giro disordinato e famelico per le vie del centro storico.

La Chiesa di Santa Maria della Rosa

Tra vie e viottoli, piazze più o meno estese, palazzi e giardini, siamo giunti nei pressi di una delle chiese più suggestive dell’antica Tuscania, la Chiesa di Santa Maria della Rosa.

Per accedere al suo interno, la cui edificazione va a collocarsi tra il XIII e il XIV  secolo, bisogna spostarsi in discesa, particolare che denota l’antico piano stradale.

Nel ‘400 la bellissima chiesa fu cattedrale, titolo che poi passò alla Chiesa di San Giacomo.

Entrati, siamo stati immediatamente attratti dai tanti affreschi, alcuni dei quali realizzati anche sulle colonne. Gli interni sono divisi in tre navate: in quella di sinistra è presente una tela del XVI secolo, che raffigura la Madonna del Rosario mentre, sul fondo della navata destra si trova un polittico d’altare, risalente al 1581 che rappresenta la Madonna Liberatrice.

In fondo, dietro il presbiterio, la struttura appare rinforzata, risultato dei danni subiti per via del terribile sisma.

Il suo nome sembra derivare dalla Madonna del Rosario per alcuni, mentre, per altri, sarebbe dovuto alla Pasqua Rosata (la Pentecoste). La facciata  è interrotta da tre grandi portali, il principale, che naturalmente si trova al centro, è adornato da colonnine tortili. Sopra di esso fa bella mostra di sé un rosone, talmente elegante, da sembrare cesellato. Il campanile, poco più elevato dell’intera struttura, presenta una base quadrata e si apre tramite delle bifore.

Ci siamo spostati sulla via che taglia la Contrada Borgo Nuovo, e abbiamo camminato un poco, fino a giungere nei pressi della Chiesa di San Marco. Un edificio sacro, semplice sia nel suo aspetto esterno che negli interni, consacrato nell’ottobre del  1333 e rimaneggiato diverse volte. Il restauro più importante che si ricordi, avvenne nel 1843. Più tardi, esattamente cinquant’anni fa, in occasione del terremoto che sconvolse il paese, venne nuovamente restaurata. Grazie agli ultimi lavori, furono finalmente messe in luce alcune strutture architettoniche  originali.

Si stava facendo tardi, e la luce iniziava a calare, complice anche l’avvicinarsi della sera.

La Fontana di Montascide

Avanzando, abbiamo scorto la Fontana di Montascide, realizzata in peperino, che sembra quasi appoggiata alla parete del bel palazzo che le guarda le spalle. Da tre mascheroni, uno più grande e due minori, sgorga l’acqua che va a gettarsi in una vasca rettangolare. A lato dei fregi, e in alto uno stemma.

Siamo discesi lungo la via, abbiamo incontrato la seicentesca Chiesa di San Giuseppe, poco distante dal Duomo.

Essa fu edificata per volere di Don Scipione Bussi, canonico del Duomo, che si assicurò che la chiesa, consacrata soltanto nel 1846, continuasse ad avere un servizio religioso anche dopo la sua morte.

Al suo interno è possibile ammirare, sulla volta centrale, un importante affresco.

Posto più in alto rispetto al piano su cui poggia la chiesa, un campanile dalla particolarissima forma, simile a un silos, in via di ristrutturazione.

Abbiamo continuato a scendere lungo Via Cavour, attraversando il Terziere di Valle e le contrade. Abbiamo raggiunto la Meridiana, mentre qualche goccia svogliata di pioggia iniziava a sbattere sulla tela dell’ombrello che ci proteggeva, per poi spostarci e girovagare tra i composti e silenziosi vicoli. Abbiamo più volte invertito la direzione, fino a giungere alla porta da cui si entra nel centro storico.

La Porta di Poggio, venne “rinnovata” nel maggio del 1770, per volere dei partecipanti al Consiglio Segreto, che discussero intorno al riattamento delle porte urbane. Il  segretario del Consiglio, Luigi Danielli, incaricò quindi l’architetto Giuseppe Maria Antolini.

Lungo quella che considero la via più bella di Tuscania, Via Roma,  per come riesce a trasmettere la vivacità di un luogo che ha visto scorrere millenni senza che il suo fascino ne sia stato mai intaccato, è possibile ammirare le vetrine dei tanti negozi di vario genere che l’hanno scelta come ubicazione ideale.

Addirittura la bottega di un liutaio, tanto rara da attrarre i nostri sguardi.

La Fontana Grande

La piazza, contenuta nell’elegante Terziere di Poggio Fiorentino, su cui si innalza dal XVII secolo  la Fontana Grande, si fregia anche dell’imponenza del Duomo, ovvero la Cattedrale di San Giacomo Maggiore.

La fontana, per tempo erroneamente attribuita al Bramante, in realtà realizzata e ideata da Mastro Antonio di Michelangelo da Cortona, è costituita da una vasca poligonale in nenfro sormontata da una tazza rotonda sorretta da una colonna.

Sullo sfondo, la bella chiesa dalla facciata tanto simile a quella del Duomo di Viterbo, la Cattedrale di San Lorenzo, che fonda le proprie radici al di sopra di un’antica chiesa medioevale e costruita a partire dal XVI secolo.

Nel 1563 iniziarono le operazioni di restauro che la trasformarono in una chiesa moderna e nel 1572 il cardinal vescovo Giovanni Francesco Gambara vi trasferì la sede vescovile.

L’interno,  che alcuni anni fa è stato lo scenario del matrimonio di mia cugina, è suddiviso in tre navate: la  centrale è decorata dai ritratti dei primi quattro vescovi della diocesi, mentre la navata sinistra ospita il piccolo battistero e il fonte battesimale, risalente alla seconda metà del XVI secolo, che presenta un fusto in marmo dalla forma da due delfini che sorreggono la vasca alveolata.

In fondo alla navata destra si trova la cappella di San Giusto e San Giuliano.

Sul sagrato della chiesa, una bellissima foto mi ritrae con gli amori della mia vita, i miei tre figli.

Tuscania, è difficile da raccontare. Tuscania ha visto i popoli protostorici, gli Etruschi, i Romani, i Barbari, le genti medioevali per arrivare, incorrotta, fino a noi.

Ciascuno di questi popoli  ha lasciato tracce del proprio passato che hanno disegnato quello che oggi conosciamo come centro storico e le zone limitrofe, che si esplicano in siti archeologici di vario tipo e notissimi, come, ad esempio, le Tomba della Regina e la Necropoli della Peschiera.

Attorno a Tuscania, verso il mare, altre innumerevoli tesori attendono chiunque voglia goderne.

Il complesso dell’Abbazia di San Giusto

La Chiesa della Madonna dell’Olivo, splendido esempio di architettura rinascimentale, poggia sull’omonima strada che porta all’antica e bellissima Abbazia di San Giusto.

San Giusto, come sono abituati a chiamarla i residenti di questo meraviglioso paese, l’ho visitata di sera. Anche in quell’occasione ho partecipato a un matrimonio, quello della mia cugina più piccola.

Il luogo risplendeva grazie alla luce della luna e delle tante fiammelle accese.

Le mura, che hanno visto il succedersi degli eventi sin dal XII secolo, hanno mantenuto incorrotto il fascino e l’odore del medioevo.

L’abbazia, sottoposta all’abbazia di Fontevivo (Parma)  e all’abbazia madre di Clairvaux, in Francia, venne abitata fino al 1460. Poi, i suoi edifici, caddero in rovina.

Oggi viene spesso utilizzata anche come set cinematografico per produzioni ambientate proprio nei secoli bui.

Lungo quella strada, un altro luogo fatato, i terreni di mio zio, le grandi vallate che scoprono il cielo, popolate da animali che pascolano.

L’incanto di Tuscania, che mi ha fatto volare per le sue strade, sfiorando le tante chiese e i palazzi in cui non sono entrata, che mi ha fatto percorrere la lunghissima storia che non ho raccontato, e incontrare le tante famiglie influenti di cui non ho descritto le gesta e le opere, mi ha riportata in uno dei luoghi più suggestivi: tra i sarcofagi etruschi del Poggio Rivellino.

Lì, ho scattato la foto più bella.

L’oscurità era oramai calata sull’antico borgo, ponendo il termine del mio lunghissimo giro nella terra che mi ha generata e accolta per tutti gli anni che ho vissuto.

E dopo due anni e mezzo, come ho appena scritto, il mio viaggio si è concluso.

Ho iniziato quasi per gioco, con la descrizione della piccola frazione di Sant’Angelo che è agli onori delle cronache  per i colorati murales che adornano le abitazioni.

Ho perlustrato, assieme a chi ha avuto la pazienza, ma anche l’ardore e soprattutto l’ardire di accompagnarmi, prima la Valle del Tevere, poi la mia bella Viterbo, che ho sviscerato via per via, piazza per piazza.

Ho navigato tra le acque del Lago di Bolsena, in una sorta di circumnavigazione ideale, puntando l’occhio su vari comuni che ne sono toccati. Ho risalito i Cimini, mi sono avventurata per la zona verdissima e poco battuta del sud ovest. Ho seguito il corso della Via Amerina e conosciuto luoghi che mai mi era capitato di visitare. Ho visto antichi borghi e rocche in rovina, ho battuto stazioni abbandonate e  ascoltato il grido della natura. Mi sono spostata prima a nord e poi a ovest, verso il mare.

 E poi, l’ultimo rosso al semaforo è scattato e ora non mi resta che togliere la chiave dal cruscotto.

Ho conosciuto tante persone. Tra queste una, che ha lasciato questa Terra poco dopo il nostro incontro,  ce l’ho nel cuore.

Peppe il Capoccia, un signore all’apparenza umile, ma che ha rappresentato la voce e il cuore di uno dei più preziosi gioielli della Tuscia: Grotte di Castro.

Ci ha raccontato il suo paese con un ardore che pochi possiedono. Recitò anche una poesia in mio onore. Proprio un uomo come quelli di una volta, che non possono fare a meno di omaggiare le donne, con garbo ed educazione.

Ho viaggiato su vari mezzi di trasporto: auto, moto, barche e treni. Ho scoperto la disponibilità di tanti primi cittadini, che hanno impiegato il loro tempo a spiegarci ciò che di speciale esiste nei propri comuni. Ho conosciuto anche il Conte Balthus, un personaggio oltre le righe. Ci ha schiuso le porte del suo meraviglioso castello con un lungo caftano di tela indosso e i capelli rasta che sfioravano il pavimento.

Mi batte il cuore, se ripenso alle opere d’arte, alle bellezze naturali, agli orridi boscosi, ai vicoli silenziosi, alle piazze assolate, ai tanti sanpietrini che abbiamo calpestato, alle grida dei bambini che giocavano quel giovedì santo a Gallese, quando abbiamo conosciuto il parroco che ci ha incantati con le sue parole dopo la celebrazione.

 Ho scattato e mi sono fatta scattare tante foto, tra queste, una è nella mia anima.

Ringrazio, per questo, chi mi ha dato la forza di rinunciare a tanto per avere il mondo.

 

Fonte: viterbox.it

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