Il sistema Giustizia in Italia certamente ha qualche cosa che non va.

E non sto parlando di quello che sentiamo da anni, i tempi biblici dei processi, le indagini “farlocche”, a volte gli innocenti in galera e alcuni delinquenti nelle aule universitarie e chi più ne ha più ne metta, ma anche e soprattutto perché oramai si ha la netta impressione che ciascun giudice si senta libero, legittimamente per carità  e coperto da un sistema che evidentemente glielo permette, di interpretare nel modo più diverso, personale e controverso un qualsiasi fatto storico, anche il più evidente ed oggettivo.

Non so bene a cosa sia dovuto l’acuirsi di questo fenomeno, se ad una forma di protagonismo ormai fuori controllo, ad un egocentrismo dilaniante o magari a pseudo ideologie che ancora riescono a far breccia nelle cellule neuronali di qualcuno.

Fatto sta che non capisco cosa ci sia da interpretare e quale significato non illecito ed oltraggioso può avere la frase <<apri il cancello sbirro di merda>>.

Perché cari signori c’è stato un giudice italiano, laureato in legge e vincitore di concorso (quindi non proprio uno stagista liceale), di cui non voglio sapere nome e cognome, che ha pensato di assolvere un detenuto (quindi non propriamente un bibliotecario incensurato in un momento di stress) che si è rivolto in tal modo ad un agente della polizia penitenziaria.

Il problema non è certo questo giudice, certamente cultore del diritto e raffinato interprete del pensiero filosofico, magari anche autore di interessanti opere giuridiche.

Ma vorrei capire cosa c’è di non chiaro nel dover considerare il fatto che quel povero agente è un rappresentante dello stato, quindi di tutti noi, che svolge pubbliche funzioni, per nostro conto, in esecuzioni di norme e leggi emanate dal parlamento, da noi eletto, retribuito con un livello stipendiale quantomeno inadeguato;

non riesco a capacitarmi del perché consentire all’ultimo dei banditi già responsabile di altri reati (certamente non irrisori visto che è evidentemente è uno dei pochi in carcere) svilire in questo modo le fondamenta del nostro Paese, sputare sui principi che dovrebbero reggerne le basi.

Questo non lo capisco. Perché concedere a questa gente, persino in carcere che dovrebbe essere il luogo ove redimersi, di sentirsi onnipotente e più forte dello Stato, di ciascuno di noi. Fargli credere che chi sgarra vince, che chi fa il prepotente prevale, che il tracotante può bearsi davanti a tutti.

Perché queste scellerate decisioni di chi amministra la giustizia non rimangono senza conseguenze.

Fanno poi sentire forti i vari appartenenti a gruppi no – qualcosa, legittimati a questo punto, perché no, a dire al poliziotto di turno <<non ti do i documenti sbirro di merda>>.

Incoraggiano gli scellerati che lanciano pietre ai celerini e i beoti che infamano l’onore di chi è morto servendo questo paese.

Perché non mandare invece ai nostri giovani dei segnali chiari ed inequivocabili: prevale chi rispetta le regole, merita chi si comporta onestamente, vince chi mostra lealtà e rispetto.

Troppo difficile ? non credo.

Credo che ci sia ancora una troppo forte incidenza di pregiudizi politici verso chi deve far rispettare le regole. Verso il vigile, verso l’arbitro, verso chiunque abbia funzioni di regolamentare la vita sociale.

Non è più tempo del tanto siamo tutti uguali, del 6 politico, della libertà a tutti i costi.

Oggi più che mai è il momento delle regole, dei valori, dei principi, della giustizia che prevale sul pensiero contorto del singolo, chiunque esso sia.

Abbiamo bisogno di uno Stato che sia forte con gli arroganti ed i delinquenti, non accondiscendente e timoroso.

E che sia allo stesso tempo ragionevole nel rapporto con i fragili e gli indifesi.

Uno Stato forte con i forti ed accogliente con i deboli. Non viceversa.

Oggi vorrei che ci sentissimo tutti orgogliosamente <<sbirri di merda>>.

 

Alias Giulio Cesare

 

Fonte: coraggiosamente.it

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