Correva di notte sulle scale, pesava 26 kg

Voleva lavorare nel mondo della moda, sorridere dalle pagine social come le più famose influencer e, per raggiungere quella forma che secondo lei era perfetta, è morta di anoressia, dopo essere arrivata a pesare 26 kg. E’ la storia drammatica di Giulia Scaffidi, 17 anni, uccisa da una malattia terribile contro la quale combattono migliaia di persone ogni anno, un mostro che si porta via la vita di chi soffre ma anche quella di giovanissime e giovanissimi spinti dai modelli di forma fisica e avvenenza, spesso irraggiungibili, che vedono sui social e sulle copertine.

A dare l’esempio deve iniziare lo stesso mondo che loro cercano di emulare, le fashion blogger diano l’esempio per prime, evitino di accostare il raggiungimento della forma perfetta ai sacrifici alimentari”, ha detto il fratello di Giulia, Tony, che proprio come stylist di moda lavora, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, “si è belle anche con qualche chilo in più, io sono pronto a dare una mano se serve, mostrando  le foto di come era diventata Giulia, perché altre ragazze non cadano più in quest’errore”.

Il sorriso radioso, i capelli ricci baciati dall’oro, Giulia era una ragazzina che stava crescendo con la voglia di affermare se stessa, il desiderio di emergere e lavorare in un campo dove tantissime giovani oggi sperano di poter guadagnare, tra i social media, le pubblicità e le passerelle. Pur di ottenere quel risultato, non si sa bene per quale ragione credesse che il suo corpicino di piccola donna non andasse bene, ha iniziato a perdere peso e allenarsi senza sosta. “Si truccava ogni giorno, usava creme per il viso e smalti per far risaltare quella bellezza che, dal suo punto di vista, aveva finalmente raggiunto”, ha proseguito nel racconto suo fratello, e per farlo ha tormentato il suo corpo e la sua mente con tazze di acqua calda al posto del cibo e scale fatte di corsa in piena notte. “Come mia sorella ne ho viste fin troppe, modelle che nella spasmodica ricerca della perfezione fisica vivono una vita di privazioni”, ha detto Tony Scafiddi al Corriere, “lavorano per ore e ore senza fermarsi mai: non mangiano nulla per tutto il giorno, nemmeno un caffè, non so come possano reggere». Quando la famiglia, fratello e mamma perché il papà di Giulia è scomparso quattro anni fa, ha capito che lei nascondeva il cibo per non far vedere che non mangiava, l’ha fatta ricoverare una prima volta. Quattro mesi dai quali sembrava uscita nuovamente in forma, con il peso corretto e il sorriso restituito. Purtroppo però ci è ricaduta e dal quel baratro non è più riemersa.

La nostra opinione

Ci sono centinaia di Giulia in Italia, migliaia nel mondo, alcune lavorano nella moda, altre vogliono entrarci, altre hanno dolori che non si riescono a lenire. Non è tutto e sempre colpa della moda, sia chiaro, anche perché in questo senso sono stati fatti tantissimi passi avanti, con l’inclusione di modelle “curvy”, con richieste di peso che non sono più (grazie al cielo) quelle degli anni ‘80/90, e campagne di sensibilizzazione. Il problema però resta la rete. Nel mio piccolo, qualche scatto o due o tre trasmissioni tv, ho sperimentato sulla mia pelle questa sensazione di inadeguatezza. Il giorno in cui ho detto basta a un casting, è stato quando in una nota agenzia, la responsabile mi disse “sei troppo grassa”, e allora pesavo 56 kg, per un metro e settanta di altezza, e le misure canoniche che erano richieste. La taglia 42 non andava bene. A dirmelo fu una signora arrogante, seduta su una sedia in stile trono della regina, e che avrà pesato almeno 90 kg. Non capii come fosse possibile che una donna, per giunta in carne, potesse dire a una ragazzina una cosa del genere con quella cattiveria. Vi risparmio la mia risposta… Se al mio posto ci fosse stata una ragazza più fragile, forse avrebbe iniziato a detestare il suo corpo, avrebbe iniziato a mangiare meno, a pesare il cibo, a correre la notte… Lo stesso, oggi, a volte leggo o ascolto su alcuni video social, dove chi dovrebbe influenzare il pubblico si lascia andare a consigli alimentari senza averne titolo, di allenamenti senza averne titolo, a commenti poco eleganti verso le persone non “model fit”, magari senza neppure accorgersene (pensare prima di parlare non va più di “moda”), o prendendo in giro chi usa dei filtri per emulare l’immagine che loro stesse propongono… Da qui bisogna partire, non perché la moda debba essere necessariamente per tutti, nel senso della professione, ma perché deve essere di tutti e di tutte. L’influencer oggi, grazie al cielo, è un mestiere che apre le porte anche ai contenuti, oltre all’aspetto esteriore, forse sarebbe il caso di porre l’accenno su quello che una giovane o un giovane piacente può comunicare, più della perfezione dei suoi addominali o della tonicità delle sue gambe. Perciò ragazzi e ragazze, scegliete chi seguire soprattutto in base a questo e noi genitori, che sempre dobbiamo vigilare, per quanto possibile, aiutiamo i nostri figli a crescere facendo pace con la loro immagine e con i loro limiti. Migliorarsi non è un delitto, aspirare a modelli che oltre l’aspetto da insegnare non hanno nulla, non ci renderà persone di successo e, soprattutto, felici.

di Valentina Rigano

Fonte: coraggiosamente.it

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