La strada che segna il ritorno, non è stata facile da percorrere. Portava con sé la stanchezza di un viaggio lunghissimo, che ha subito il sorgere e il tramontare del sole per quasi mille volte. Un viaggio che ha visto maturare quanti siano stati coinvolti e che è dovuto sottostare a irrimediabili e incontrovertibili cambiamenti.

Le danze della mente, che mi hanno cullata durante la mia pausa marina, sono state arrestate dal rientro nell’entroterra.

La campagna di Tuscania, nella sua enorme estensione, mostra tutta la poesia, a volte amara, della Maremma.

Le campagne di Tuscania

Le lievi colline, che si ergono quasi a partire dal mare, sembrano appianarsi una volta giunti in prossimità dell’antica cittadina con la quale abbiamo deciso di chiudere questo lungo e meraviglioso viaggio nella terra che ci ha visti nascere e maturare.

A Tuscania sono legata soprattutto per motivi personali. Non posso contare le volte che mi ha accolta. In ogni stagione, a qualsiasi ora del giorno, per ciascuna festività.

Ho camminato in ogni sua via, specie della parte più recente, quella sorta un po’ disordinatamente, che si spinge verso i vari comuni della Tuscia. Ne conosco bene il centro, tanto ricco, dove è possibile contare un altissimo numero di chiese, fontane, palazzi storici e scorci pittoreschi.

Sono dispiaciuta quando penso che sono dovuta arrivare al mezzo secolo per apprezzare in maniera forse non ancora adeguata, la terra su cui poggiano le nostre origini.

Di Tuscania, in tutti questi anni, non avevo capito l’essenza.

Dovevo soltanto sedermi su quel  muretto basso, al Parco Torre di Lavello, alzare il cappuccio della mia giacca in modo che riparasse i raggi di quel sole tiepido e generoso, e inclinare la testa all’indietro. La magia sarebbe iniziata subito dopo.

La Fontana del Parco Torre di Lavello e la Chiesa di San Pietro

La sagoma della grande e suggestiva Chiesa di San Pietro, incanta quanti si siedano sullo stesso muretto dal quale l’ho ammirata io, in questa fine di novembre.

In realtà è anche la prima elegante struttura che si incontra provenendo da Viterbo.

Il colle omonimo, su cui sorge, sembra abbia costituito il primo nucleo abitativo di questo importante centro dell’Etruria interna conosciuta al tempio di Romani come Tuscana, mentre nel medioevo divenne Toscanella.

Sono, difatti, della prima Età del Ferro i ritrovamenti che inducono a pensare ad una primordiale forma di insediamento, nonostante si annoverino vetuste presenze nelle vicinanze di corsi d’acqua.

Il Colle di San Pietro, che si erge nel territorio a sud est della cittadina maremmana, è separato dal più basso Poggio Rivellino che incarna il centro della vita cittadina e su cui è presente il Palazzo del Municipio e il  convento di san Francesco con chiesa annessa.

Il Poggio Rivellino

Il colle, dopo essere stato a lungo occupato, visse un periodo di abbandono per poi essere nuovamente ripopolato nell’epoca in cui venne fondata l’Urbe.

Come avveniva in tempi remoti, la scelta di abitare un luogo, proveniva innanzitutto dall’elevazione dello stesso, che garantiva inattaccabilità, e dalla vicinanza delle acque: proprio lì confluiscono i fiumi Marta e  Maschiolo.

Quest’ultima condizione faceva sì che non sussistessero difficoltà nell’approvvigionamento idrico e che il terreno fosse fertile.

Qualche decennio dopo, per i motivi sopra elencati e per via della sua posizione, vi fiorì un importante centro etrusco.

L’avvento dei Romani non decretò la distruzione dell’abitato. Tutt’altro: esso divenne, a causa della sua vicinanza alla consolare Clodia, un’importante statio.

Non soltanto. Nell’anno 90 a. C. venne eletto a Municipio, e fino al IV secolo l’antico borgo prosperò. I tre secoli che seguirono possono essere definiti bui, nonostante i vescovi della diocesi di Tuscania, parteciparono ai concili che si svolsero a Roma a cavallo tra il V e il VI secolo.

Ma la svolta avvenne nel 787, quando Carlo Magno donò il territorio di Tuscania a Papa Adriano I. La comunità riprese vita e le migliorie non tardarono ad arrivare. Uno degli eventi più importanti che si verificò, secondo gli studiosi, fu proprio l’edificazione di una prima Chiesa di San Pietro, le cui più antiche tracce sarebbero visibili nella zona absidale dell’attuale chiesa, eretta poco dopo la donazione stessa, che abbiamo avuto l’opportunità, e il privilegio di visitare. In quello stesso periodo, il colle venne dotato di una funzionale e forte cinta muraria completa di torri.

Nei due secoli successivi l’abitato crebbe andando ad occupare il Poggio Rivellino, opposto al colle, e il pianoro che il divide.

La storia prosegue con l’occupazione dei Ghibellini nel 1317 e le devastazioni perpetrate da parte dei Guelfi. La rovina fu poi decretata dalle truppe francesi di Carlo VIII che, nel 1495, rese la Civita un territorio disabitato. Anche la cinta muraria, subì consistenti modifiche.

Siamo arrivati sino alla cima del colle con la nostra automobile.

La Chiesa di San Pietro

Un ronzio persistente interrompeva la pace di quel luogo ameno e, se vogliamo, mistico. Ne abbiamo riconosciuto le note, che segnano l’impegno e la fatica che denota una delle attività agricole più diffuse nel nostro territorio di Tuscia: la raccolta delle olive.

Un uomo, appoggiato con la sua scala a pioli ad un robusto e secolare albero, scuoteva i rami della sua chioma affinché il prezioso frutto si adagiasse sopra le grandi reti che ricoprivano il campo. Il grande spazio verde di fronte alla chiesa, presentava, invece, delle sfumature che tendevano al bianco, donate dalla neve artificiale che era stata posata il giorno prima per rendere magnifico quello scenario, già suggestivo di suo, da una troupe cinematografica impegnata nelle riprese di un film su una delle sante più venerate d’Italia.

A passi leggeri ci siamo avvicinati a quello che è uno dei monumenti più grandiosi dell’intera provincia viterbese e che regala uno dei più incisivi panorami del Lazio Settentrionale, che fu cattedrale di Tuscania fino al XV secolo, la Basilica di San Pietro.

Come è stato già detto, alcuni studiosi daterebbero la sua origine all’ VIII secolo, epoca in cui la città faceva il proprio ingresso nel Patrimonio di San Pietro. Un’ipotesi differente, però, la posticiperebbe al secolo successivo. E’ interessante sapere che all’interno del sacro edificio vi siano dei materiali di spoglio risalenti al IV-V secolo a.C.. Questi si possono identificare nei capitelli presenti all’interno della grande cripta che contiene, tra l’altro un bellissimo affresco del ‘300, attribuito a Gregorio d’Arezzo, che rappresenta i tre santi martiri venerati e patroni di Tuscania: Verendiano, Secondiano e Marcelliano.

Il ritratto dei santi, dalle linee tipicamente medioevali, e in cui si nota l’assenza di ogni prospettiva, ci ha immediatamente attratti per via della lucentezza delle sue tonalità, che interrompevano il grigio della pietra di peperino di cui sono fatte le ventotto colonne, quasi tutte di reimpiego e provenienti da edifici romani o alto medioevali,  e che sostengono la copertura ripartita in tante piccole volte a crociera.

In silenzio, siamo risaliti verso gli interni maestosi e suddivisi in tre navate separate da colonne aventi ciascuna un diverso capitello.

Ci siamo mossi sul pavimento, a volte sconnesso, e abbiamo osservato ogni suo particolare.

La Cripta

La navata centrale è arricchita da un pavimento cosmatesco contenente decorazioni geometriche. Esso, indica gli spazi relativi alla prima costruzione, che risulta separata dalle altre attraverso un basso muro nel quale sono stati ricavati dei sedili in pietra. A destra, nella navata laterale, spicca un ciborio risalente al ‘200. Nella navata opposta, invece, al di sopra dell’ingresso alla cripta vi è un nicchione affrescato e alcuni sarcofagi etruschi.

Il presbiterio, rialzato rispetto al piano della basilica, ospita un ciborio, realizzato nel IX secolo, su cui si legge un’iscrizione del 1093.

La bellezza della chiesa non può sommarsi, purtroppo, a quella degli affreschi, andati perduti.  Tra questi ne spiccava uno di scuola romana, con influenze bizantine che rappresentava Cristo Pantocrator  circondato dagli angeli, dipinto negli anni a cavallo tra l’ XI e il XII secolo. La sua scomparsa si deve all’evento moderno più nefasto che travolse la bellissima cittadina il 6 febbraio del 1971: il terremoto, che fece registrare un’intensità tra l’ 8° e il 9° grado della Scala Mercalli e che, tristemente, causò ventidue vittime.

Gli unici affreschi rimasti risiedono nella parte sommitale del presbiterio, e fanno riferimento alla vita di San Pietro. La loro datazione potrebbe variare fra la fine dell’XI secolo e la metà del XII.

Usciti dalla chiesa, immobili nel vasto spazio erboso compreso tra il Palazzo dei Canonici e le possenti torri di difesa, non abbiamo potuto fare a meno di soffermarci di fronte alla ricchezza della facciata. Il prezioso portale maggiore, evidenziato dal chiarore del marmo e incassato nel muro a conci di nenfro, opera di un marmoraro romano di scuola cosmatesca, e il ricercatissimo rosone centrale, circondato da numerosi elementi decorativi, costituiscono i punti di forza su cui si concentra lo sguardo.

Il sole del mattino, iniziava a scaldare i nostri volti, che assumevano una piega di malinconia al pensiero di dovercene andare.

La Basilica di San Pietro, come abbiamo ricordato, data la sua elevazione è ben visibile sia dalla strada che da Viterbo conduce al comune di cui fa parte che dal paese stesso. A conferma di questo, l’altissima abside si staglia verso il centro abitato.

Siamo discesi lungo la via, e abbiamo accostato accanto ad un’altra gemma presente nello straripante scrigno tuscanese.

Il rosone della Basilica di Santa Maria Maggiore

Non c’era alcun turista nella Chiesa di Santa Maria Maggiore. Soltanto un volontario che, carinamente, ci ha regalato informazioni e la libertà di cibarci senza limiti delle preziose bellezze.

Ancora una volta, ci siamo immersi nella storia, stavolta, ancor più lontana.

Abbiamo disceso un paio di scalini, e ci siamo ritrovati in uno spiazzo delimitato da mura basse e due edifici, uno dei quali rappresentato, appunto, da questa interessantissima chiesa nominata, per la prima volta, nell’852 in una bolla di Papa Leone IV indirizzata al vescovo di Tuscania, Omobono II. L’altro è la notevole torre campanaria, in via di ristrutturazione.

La basilica rappresenta la più antica cattedrale del luogo fino all’anno indicato dalla bolla papale. Proprio nell’852, difatti, il titolo passò alla più grande San Pietro. Nonostante fosse stata in qualche modo declassata, mantenne il privilegio del fonte battesimale a immersione confermato, poi, da Alessandro III nella seconda metà del XII secolo.

Venne consacrata il 6 ottobre del 1206, data che segnò anche il completamento dei lavori relativi alla facciata, che si presenta notevolmente ricca di minuzie che hanno incredibilmente attirato la nostra attenzione.

Un elemento sopra a tutti gli altri, è divenuto l’inconsapevole protagonista delle nostre scoperte: il rosone, arricchito da due ordini di dodici colonne ai cui angoli si trovano quattro sculture che simboleggiano gli Evangelisti. Un’aquila, un angelo, un leone e un vitello, che stanno a sostituire Giovanni, Matteo, Marco e Luca.

Con un colpo d’ingegno e un po’ di coraggio siamo riusciti ad ottenere un’immagine che pochi possono vantare.

Al di sotto del rosone, tre portali finemente decorati: quello centrale, in marmo bianco,  fiancheggiato da due colonne scanalate a tortiglione, è ornato da due leoni sovrastati da una lunetta con quattro archi sorretti da doppie colonne sovrastate da differenti capitelli.

Negli stipiti sono scolpite le figure degli apostoli Pietro e Paolo. Danneggiate da un atto vandalico, sono state ricostruite. All’interno della lunetta, le figure della Madonna con il Bambino benedicente e da sinistra, Balaam sull’asina, il Sacrificio di Isacco e l’Agnus Dei.

L’interno della chiesa è in ristrutturazione ma, nonostante le impalcature, abbiamo potuto ammirare i bellissimi affreschi, il fonte battesimale, il pergamo decorato e l’altare maggiore, di pregevole fattura.

Abbiamo notato un’epigrafe in cui è inciso un nome e una data. Margherita di Savoia, prima regina d’Italia, che “visitò ammirando” la basilica il 13 marzo del 1903.

Anche noi l’abbiamo fatto, poi ci siamo spostati verso il cuore del paese.

La Via Clodia

Prima di raggiungere il parcheggio ci siamo fermati nei pressi dell’antico basolato che costituisce un breve tratto della Via Clodia, la consolare denominata anche via delle terme, visti i luoghi che attraversava, e che collegava le più importanti Cassia e Aurelia.

Ci siamo spostati verso il grande parcheggio da cui sarebbe iniziata, poi, la nostra visita all’interno del sorprendente centro storico della città.

L’ultimo giro stava per iniziare…

 

Fonte: viterbox.it

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