La ricchezza di Montalto di Castro, non si esaurisce al borgo antico e al castello. Montalto è molto di più, e le migliaia di persone che ogni anno ne calpestano il territorio, sono la testimonianza di quanto importante sia questo grande lembo di regione posto all’estremo nord ovest della Tuscia.

Usciti dal centro abitato, percorrendo una manciata di chilometri, ci si ritrova al mare.

Sulla destra scorre il Fiume Fiora che, nascendo dal versante grossetano del Monte Amiata, va a gettarsi nel comune di cui stiamo raccontando, dopo aver coperto ottanta chilometri.

La sorgente,  visibile dalla Chiesa della Madonna della Neve, nel comune di Santa Fiora (in provincia di Grosseto), si trova proprio al di sotto del pavimento della chiesa stessa.

Il fiume, che attraversa il confine tra le regioni Toscana e Lazio solcando le valli di Ischia di Castro, negli anni è divenuto un protagonista piuttosto scomodo degli autunni rivieraschi, specie se eccessivamente piovosi.

Quando il Fiora si ingrossa ed esonda, va a coprire e a danneggiare gran parte dell’area della Marina: le abitazioni che incontra, le vetture parcheggiate, gli stabilimenti, sebbene chiusi dopo la lunga stagione estiva.

Il fiume, lascia dietro di sé fango e desolazione.

In estate, invece, se ne scorre verde e pacato accarezzando il lungo molo e le barche.

Mi è capitato di passeggiare sul pontile col mare agitato, con le onde che si infrangevano, violente, contro i massi che ne delimitano il perimetro. La schiuma, candida, gonfia e morbida, dopo aver viaggiato a rotta di collo, sbatteva contro il nemico che, più robusto di lei, la faceva schizzare in aria, e ricadere decomposta in enormi goccioloni, sui nostri abiti leggeri.

Le risa dei miei bambini, rallegrati da quello spettacolo insolito e avvincente, ammorbidivano il fastidio di sentire la stoffa inumidita.

Tramonto sul mare

Lo scenario che meglio affiora alla mente, però, è quello dell’arenile assolato, del bagnasciuga nerissimo sul quale, spesso, mi sono fermata ad ammirare la vicina e imponente sagoma del Monte Argentario.

Ho contato, negli anni, gli stabilimenti e ho notato le differenze tra l’uno e l’altro, che vanno a incidere sul target della clientela.

Noi, andavamo al Cormorano. I bambini erano attirati dall’enorme scivolo che, dopo averli fatti curvare velocemente lungo le sue anse, li gettava con allegria nella piscina tra gli sguardi divertiti di genitori e clienti. E dopo una giornata di mare, concludevamo in bellezza, anzi, in bontà con le creme sublimi del gelato artigianale, oppure con la fumante pizza margherita.

A volte, passeggiavamo sul bagnasciuga. Alcuni giorni ci spingevamo verso la foce del fiume, in direzione nord, molto più spesso, invece, coprivamo una distanza più lunga, dalla parte inversa e giungevamo fino alle Murelle.

Incontravamo stabilimenti e grandi spiagge libere, alcune delle quali semideserte.

Nelle prime ore del pomeriggio, quando faceva più caldo, si andava in pineta, al cui interno vi erano dei giochi in legno su cui i bambini si divertivano.

La sera, invece, la stessa grande pineta, la attraversavamo per andare a casa e, magari, fermarci a fare acquisti alle bancarelle che vendono ottima frutta e verdura.

La Pineta

Non conosco bene la storia di Marina di Montalto e, onestamente, non sono neanche riuscita a fare ricerche soddisfacenti, vista la scarsità di notizie che circola su di essa. Quel che ho capito, però, è che anche nei tempi lontani esisteva.

La testimonianze provengono  da alcuni reperti archeologici che apparterrebbero all’antico porto etrusco di Regisvilla, posto in località Punta delle Murelle. Inoltre, proprio alla foce del fiume, un singolare palazzo a strisce accoglie quanti entrino nella località balneare. L’imponente edificio aveva la funzione di contenere  grandi quantitativi di grano. Nei pressi dello stabile è presente anche una torre a pianta quadrata, risalente probabilmente al XV secolo e che è stata restaurata di recente.

Il palazzo a strisce e la torre

La storia moderna racconta invece, di tre bombardieri inabissatisi a largo di Montalto.

Nel marzo del ’44 decollarono, da una base nei pressi di Cerignola, un centinaio di bombardieri americani diretti al campo di volo nemico di Canino e all’aeroporto di Roma Littorio.

La trasferta non ebbe esiti positivi per diversi motivi: alcuni mezzi ebbero problemi di decollo, era presente una spessa coltre di nubi e la contraerea si oppose loro con durezza.

Quando la formazione sorvolò i cieli viterbesi, uno  dei veivoli, un B24 venne intercettato dalla Flak e allontanato dalla formazione. Venne poi colpito e i motori andarono in fiamme facendolo, irrimediabilmente, precipitare. L’aereo cadde nel Tirreno: i suoi relitti sono ancora visibili a ventotto metri di profondità. Su una delle due ali è tutt’ora visibile il foro di uscita di una pallottola da 20 millimetri, che venne sparata dai caccia tedeschi.

Dei dieci membri dell’equipaggio se ne salvò, purtroppo, soltanto uno.

I corpi dei militari caduti vennero recuperati, mentre due giacciono ancora sul fondo del mare.

L’Associazione Subacquea  Assopaguro ha intrapreso una collaborazione con un dipartimento del Pentagono che ha come missione il recupero dei resti dei membri dell’equipaggio, giovani volontari. Inoltre, da tempo, vengono organizzati tour attorno al relitto del bombardiere, mantenendo il rispetto per quelle giovani vite cadute in mare.

Uscendo da Marina di Montalto, e procedendo per qualche chilometro, si incontra il bivio con la Statale Aurelia, che corre fino a Genova, costeggiando il litorale tirrenico.

Il paesaggio  che viene tagliato è pianeggiante.

Spesso percorro quella striscia d’asfalto fino a Pescia Romana, l’ultima località balneare del Lazio prima di entrare in Toscana.

Le campagne di Pescia Romana

E proprio sul confine tra le due regioni, sorge una delle più affascinanti costruzioni che io abbia mai incontrato: il Palazzo del Chiarone, un’ex dogana pontificia oramai chiusa da decenni, che conta un centinaio di ambienti e addirittura un appartamento papale. Al piano terreno, vi si riconoscono le stalle  e una prigione.

In origine, l’edificio è stata residenza rurale che venne costruita attorno al ‘500. Al tempo in cui fu istituito il confine tra il Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa, la proprietà passò allo Stato Pontificio che lo adibì, appunto, a dogana.

Lì vi si controllava l’ingresso e l’uscita delle merci dallo Stato della Chiesa che transitavano lungo la consolare Aurelia.

Successivamente all’Unità d’Italia, le dogane pontificie furono dismesse e il palazzo venne acquistato dalla Famiglia Boncompagni che vi risiedé per alcuni decenni, fino a che lo vendette alla Famiglia Magrini.

Passando di lì, mi sono sempre chiesta cosa ci fosse all’interno di quell’enorme edificio e il motivo per cui fosse stato eretto proprio a ridosso dell’arteria stradale. Ne ho anche immaginato gli interni, una volta sicuramente vitali, e la strada polverosa che lo affianca, un tempo percorsa soltanto da carri, cavalli e, probabilmente pedoni.

L’abitato di Pescia Romana, si trova poco prima del confine, e l’ atmosfera che vi si respira sa, più di ogni altra, di mare.

Non porta con sé la vitalità tipica delle stazioni turistiche, ma conduce alle antiche genti che la popolarono quasi tre secoli fa.

Il lungo Viale dei Pini delimitato, appunto, da alti pini marittimi, conduce a una grande piazza. Un’altra, invece, ospita una chiesa in tufo, la Chiesa di San Giuseppe Operaio che, assieme alla fontana di Pietro Cascella, costituisce il nucleo centrale del Borgo Nuovo.

La Chiesa di San Giuseppe Operaio

La chiesa ha pianta e  cupola esagonale e il soffitto è affrescato con pitture di pregio. Anche l’altare è un elemento prezioso.

La storia di Pescia Romana non si allinea a quella del comune di cui è parte.

Montalto di Castro, difatti,  intorno all’anno 1300 divenne proprietà della famiglia Orsini ed entrò prima del giungere del XVI secolo nel Ducato di Castro; il territorio di Pescia Romana rimase invece nell’ambito della Camera Apostolica. Nel 1820, la “Tenuta di Pescia” venne concessa alla Famiglia Boncompagni Ludovisi, Principi di Piombino, di cui rimase proprietaria fino alla Riforma Agraria.

L’abitato è costituito da due nuclei principali, il già citato Borgo Nuovo ed il Borgo Vecchio. Da essi si irradiano un alto numero di casa coloniche, adagiate nella bella campagna circostante.

Il più antico tra i due borghi, si sviluppò, presumibilmente, dopo l’anno 1700 attorno ad una piccola chiesa edificata dai Gesuiti e intitolata al loro fondatore, Sant’Ignazio di Loyola.

Il più recente, invece, che si è sviluppato a ridosso della statale, venne inaugurato sessanta anni fa e ben regala un’idea di comunità rurale, nata successivamente a quella riforma agraria che, negli anni ’50, distribuì appezzamenti di terreno, tramite l’Ente Maremma, a famiglie prevalentemente originarie dell’Alto Lazio, decretando la fine dei latifondi.

Ma Pescia Romana deve la sua fama non soltanto alla fiorente agricoltura, alle grandi distese di cereali, verdura, frutta e agli enormi campi di meloni, cocomeri e asparagi, o all’allevamento, soprattutto pastorizia, o al bestiame tenuto allo stato semi-brado, che viene macellato e lavorato a chilometri zero.

E’ il mare a renderla una vera e propria attrazione, per via  delle sue spiagge ancora selvagge e delle sue acque limpide perché lontane dalle condutture di scarico.

La lunga strada che porta al mare costituisce un occhio sulle costruzioni moderne del piccolo borgo e sulla scuola. Edifici che assomigliano a cattedrali nel deserto, per quanto poco sono assemblate alla realtà.

Quando si giunge sul litorale, ci si rende ancor più conto di quanto incontaminate siano le sue spiagge e di quanto suggestivo sia il tombolo, quel cordone formato da dune e macchia mediterranea.

Mi  vedo che cammino a lungo, sotto il sole, in una calda giornata  d’estate.

La mia mano destra cerca di tenere fermo il cappello di paglia a falde larghe che indosso.

La spalla scoperta si scalda sotto i raggi di un sole allo zenit e si segna per effetto della borsa pesante.

Arrivo alla spiaggia, mi tolgo le infradito, tiro fuori l’asciugamano dalla borsa e lo distendo sulla sabbia.  Ingaggio una lotta col vento, che mi schiaffeggia come, magari, vorrebbe fare qualcun altro…

L’arenile sembra un immenso tappeto dalle forme irregolari. La sagoma dell’Argentario mi porta alla mente serate lontane.

Mi distendo, appoggio la testa sopra alla borsa, come fosse un cuscino. Prendo un libro. Lo apro, leggo due righe. Il sole è forte, e il chiarore della carta non è attenuato neanche dalle lenti nere dei miei occhiali. Chiudo il libro. Lo appoggio al mio fianco.

Chiudo poi anche gli occhi e celo lo sguardo. La mia mente danza… ho qualche ora di relax, per restare sola coi miei pensieri.

La mente danza ancora, si perde. Lo sbattere delle onde mi culla verso un sonno vigile. Ripercorro la strada. Il mio viaggio sta per terminare. Ancora qualche settimana, poi sarò a casa…

 

Si ringraziano la signora Francesca Niccoli e i signori Vittorio Gradoli (Presidente di Assopaguro) e Antonio Muoio per le testimonianze e le foto fornite.

Grazie.

 

Fonte: viterbox.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *