Le vacanze coi miei figli. Quando erano piccoli. Non andavo a riposarmi, tornavo a casa dimagrita di tre chili e con la pelle color del cuoio.

Da ragazzina, negli anni ’80,  ero una cittadina, sebbene soltanto per il periodo estivo di Tarquinia Lido, più vivace e divertente della sonnolenta Montalto Marina.

Poi, dopo un periodo di distacco, ho ricominciato a frequentare le coste del Viterbese, forse non sfolgoranti di bellezza e dalle acque turchine, ma di certo comode e a soltanto un’ora di strada da casa.

Dopo la bella e ricca Tuscania, è necessario percorrere la SP Dogana per circa 27 chilometri. La via corre tra le ampie curve della bella e desolata Maremma.

Raramente in terra di Tuscia si trovano strade tanto lunghe che non attraversino i centri abitati. La rete viaria è interrotta da un alto numero di paesi più o meno estesi che, se da una parte rallentano il traffico, dall’altra ravvivano il viaggio.

La terra di Maremma

I lunghi rettilinei, si alternano a curve secche. Io mi distraggo spesso, se non guido. Tendo a  non parlare, a far scivolare lo sguardo, in maniera ondulatoria su quei rilievi tondeggianti.

A circa due terzi del percorso, ai lati della strada, una bancarella che vende  meravigliosa e variopinta frutta e verdura fresca a chilometri zero. I campi in cui viene raccolta, si trovano proprio dietro all’abitazione dal colore giallognolo  che sembra voler dominare il rettilineo.

Quelle case, così lontane e isolate.

La campagna, in estate, si veste di giallo. In quel lembo di Tuscia, lo spazio non manca e l’orizzonte è lontano, sia che si guardi dalla parte del mare, sia che si guardi verso l’entroterra.

In fondo all’ultimo e lungo rettilineo, c’è una rotonda.

Svoltando a destra si torna verso l’interno della regione; la strada, conduce a Canino. Andando invece verso ovest, si giunge al mare.

Lo struggente panorama, fatto di terreni fertili e dissodati, ci ha osservati mentre percorrevamo l’interminabile via. Imboccata la strada del mare, ho guardato verso la Toscana, regione vicina  e confinante col comune che, di lì a poco, avremmo visitato.

Il cielo azzurrognolo, a tratti tendente al violaceo, interrotto da nubi dalle forme irregolari e padrone di tutte le sfumature del grigio, era cinicamente spezzato dagli alti piloni rossi e bianchi che si dipartono dalla celeberrima Centrale Enel che, da decenni, segna le cronache e lo sviluppo della zona.

Andavamo di fretta, purtroppo.

Il tempo sembra essere il nostro peggior nemico, subdolo, non dichiarato, infido. In grado di influenzare le nostre giornate  e di variare le nostre esperienze.

Il panorama su Montalto di Castro

Kronos, non si mostra benevolo con noi. Non si concede mai per più di qualche ora. Nonostante le sue innegabili colpe, lascia che le sensazioni più forti e più belle penetrino nelle nostre menti e in esse alberghino per sempre.

Il tempo meteorologico, invece, in quella mattina di novembre è stato clemente.

Il mercurio contenuto all’interno della colonnina del termometro, era più dilatato di come è normale che sia in questo periodo che, irrimediabilmente, si avvicina all’inverno.

Avevo scelto, per  la mia visita a Montalto di Castro un vestitino dalle tinte autunnali ma dal peso contenuto, i miei immancabili stivali e una giacca di pelle con un avvolgente collo in pelliccia. Inoltrandoci nel paese, dopo aver osservato il moderno Teatro Lea Padovani, dedicato all’attrice nativa di questo borgo, ci siamo ritrovati davanti il grandioso castello.

Un edificio passato attraverso i secoli, carico del fascino che  regala il tempo e vivace per via di coloro che lo abitano.

Lo sguardo di chi mi accompagnava, è stato visibilmente rapito da una figura. Una ragazza, o forse una donna, tanto eravamo lontani che poco se ne distinguevano i lineamenti, si è affacciata ad un balconcino, come se fosse un’antica castellana  o, forse, una principessa.

Portava una canotta retta da sottili bretelline e un paio di pantaloni in felpa. I capelli, erano tenuti da una pinza. Si è rimessa poco dopo, forse sentendosi osservata.

Lì, ho capito che il tempo che avevo impiegato per acconciarmi i capelli, truccarmi e scegliere i miei abiti, era stato del tutto sprecato…

La vista del cuore del borgo, ci ha riportati indietro di tanti secoli, fino a quando, Montalto, vide le proprie origini.

Il Centro Storico

Secondo una prima versione, pare che il Castrum Montis Alti venne fondato circa cinquecento anni dopo la nascita di Cristo da coloro che scappavano dalla vicina città di Gravisca, posta versante sud del litorale e distrutta, dopo aver ospitato per quasi un millennio prima gli Etruschi e poi i Romani, dai Visigoti, una popolazione barbara che infestava i mari.

Secondo altre fonti, invece, il castello fu fondato soltanto nell’VIII secolo dal re longobardo Desiderio.

Ambedue, però, non sono che ipotesi. Le prime notizie certe che si hanno di Montalto, risalgono soltanto all’852. Papa Leone IV, difatti, lo menzionò in una bolla diretta al vescovo di Tuscania. Nello scritto si legge che  Castrum Montis Alti era parte del territorio della più potente e vicina cittadina.

A cavallo dell’anno 1000,  venne spesso attaccata e distrutta. Uno tra gli eventi più cruenti che si ricordano, è quello databile 1109, quando Papa Pasquale II la fece radere al suolo dalle milizie normanne allo scopo di sconfiggere Stefano dei Corsi, che lì si era arroccato.

In quei tempi, però, alla foce del Fiume Fiora, che sbocca nel Mar Tirreno proprio all’altezza di Montalto,  nacque anche uno scalo portuale: esso costituì un punto d’approdo di notevole importanza per le navi che solcavano quel mare e che trasportavano grano e cereali vari.

Con gli anni il centro storico iniziò a popolarsi, raggiungendo circa mille persone. Crescendo gli abitanti, crebbe anche il prestigio del territorio. Fu così che il Papa, Roma e le più importanti famiglie dell’epoca, come gli Orsini, a cui si deve la costruzione del Castello Guglielmi,  e i Prefetti di Vico, iniziarono a contenderselo.

Le lotte e la cattività di papi in Avignone, misero in crisi il paese, la cui popolazione scese a 250 uomini.

Fu nel 1421 che, grazie  a Martino V, le condizioni migliorarono. Il pontefice, nato dalla Famiglia Colonna, aveva tutto l’interesse a mantenere vivo un centro abitato che controllasse la Dogana dei Pascoli. Va ricordato che nella Maremma Laziale, in seguito al periodo avignonese, il tesoriere del Patrimonio di San Pietro gestiva i pascoli compresi nei territori dei castelli acquisiti. Il Papa, emanò quindi una bolla che promuovesse il ripopolamento della zona.

Fu questo il fatto da cui scaturì il legame di Montalto al sistema agricolo e pastorale, alla transumanza e al lavoro stagionale.

Nonostante gli sforzi, la zona fu costantemente compromessa dalla malaria e dalle dure e proibitive condizioni di vita. Gli abitanti, nel tempo, cercarono spesso di andarsene verso l’interno o, addirittura, in Corsica.

La Piazzetta

La vera svolta avvenne sotto Papa Paolo III Farnese, allorché concesse il paese al figlio Pier Luigi. Era il 22 dicembre del 1535  e dopo qualche anno, nacque il Ducato di Castro. In quegli anni Montalto era ricca e florida. La sua fortuna, però, non durò neanche un secolo: dopo aver raggiunto l’apice e un fisiologico periodo di declino, la cittadina venne nuovamente rasa al suolo a causa delle guerre contro Castro e tornò in possesso allo Stato Pontificio.

I terreni comprendenti e circostanti la cittadina, vennero dati in affitto a un appaltatore, che ne fece luoghi di pascolo e di coltivazione di grano.

I primi del ‘700 furono anni terribili per Montalto, tanto che la sua popolazione ebbe un altissimo decremento, arrivando a contare centottantadue unità. La notizia della sua situazione che, con un eufemismo, potremmo definire non rosea, arrivò sino al Governo Pontificio che per risanarla si impegnò in importanti investimenti: dal ponte sul Fiora alla costruzione di un nuovo ospedale all’interno del Monastero di San Sisto.

Quasi sul finire del XVIII secolo, Papa Pio VI cercò di risollevare e incrementare la popolazione, annullando i debiti e abolendo i dazi.   Aumentò, poi, i diritti e cercò di stimolare alla coltivazioni delle terre. I risultati ottenuti furono decisamente positivi, sebbene non riuscirono ad annullare quelle che erano le problematiche esistenti, come la malaria, la povertà e le epidemie.

Gli effetti furono un innalzamento fino alla soglia dei seicento abitanti e la nascita della borghesia agricola. In quel periodo fu anche restaurata la Chiesa di Santa Maria Assunta e costruita la Fontana delle Tre Cannelle, venne anche innalzato di un piano il Castello Orsini. Nuove abitazioni furono erette per far fronte all’aumento demografico.

La situazione continuò a migliorare grazie al tesoriere Cardinale Fabrizio Ruffo e, in quel periodo, nacque anche l’agglomerato di Pescia Romana, sostanzialmente una grande azienda agricola al centro della quale sorse un grande casale, oggi chiamato Borgo Vecchio.

Durante il primo e il secondo decennio del XIX secolo, lo Stato Pontificio fu attraversato dai passaggi e dalle invasioni dell’esercito francese. Montalto risentì profondamente della nuova  e sfavorevole condizione. Le terre demaniali furono privatizzate e il lavoro nuovamente sfruttato. Questa fu la vena che caratterizzò i decenni successivi fino a giungere al secondo dopoguerra che vedrà, per merito della Riforma Agraria, l’esproprio ai grandi proprietari e la lottizzazione.

Abbiamo fatto una veloce colazione nel bar che guarda al castello. Non era molto caldo, e abbiamo preferito consumare sulla panchina, riscaldati dal sole.

Ho ingoiato velocemente il mio energetico croissant, e ancor più velocemente ho bevuto il cappuccino.

Ci siamo incamminati verso la porta del centro storico e  soffermati ad ammirare l’arco, al cui culmine abbiamo scorto l’acrostico IHS, che campeggia in tutto ciò che contiene un valore simbolico.

Abbiamo risalito le strette vie, voltandoci ora a destra ora a sinistra, per evitare di perdere il benché minimo particolare.

L’aria umida, pian piano, stava freddando le mie mani, riscaldate dai raggi del sole che ogni tanto mi toccavano o dal calore delle altre mani, che mi accompagnavano anch’esse.

Passeggiando, abbiamo raggiunto Piazza Giacomo Matteotti e il Palazzo Comunale.

Accanto alla costruzione, una torre di avvistamento, ora dell’Orologio, che, anticamente fu il campanile del convento che lì esisteva sin dal XIII secolo.

A due secoli dalla sua edificazione fu abbandonato e i frati si trasferirono a Castro. Il suo destino fu quello di divenire fortezza. Venne adibito a Casa Comunale nel 1810 e, una sua ala, fu sede della caserma.

Giravano pochissime persone, per le piccole strade che segnano il nucleo del paese; ci siamo mossi nel silenzio, accompagnati dallo scalpitio dei nostri passi.

Gli interni della Chiesa di Santa Maria Assunta

Siamo giunti di fronte a uno slargo, e ci è apparsa la stessa chiesa che avevamo notato dalla Castrense. In posizione dominante rispetto all’abitato, la Chiesa di Santa Maria Assunta, che sorge dove era la più antica chiesa dedicata alla Vergine Maria, consacrata nel 1204. Attorno ad essa, crebbe l’abitato.

Nel corso del tempo subì numerosi restauri e, alla fine del XVIII secolo, fu costruita una nuova chiesa, che è quella che noi vediamo.

Siamo entrati, e una suora dall’abito blu acceso, ci ha sorriso.

Il suo interno non appare particolarmente ricco, nonostante siano in essa contenuti una pala di Domenico de Angelis, un dipinto di Pietro Angeletti e le reliquie dei Santi Quirino e Candido, i patroni del paese.

Poco più avanti, abbiamo notato quello che certamente era un portale, ora murato. Abbiamo percorso qualche metro costeggiando uno dei lati e ci siamo ritrovati di fronte a una piccola Chiesa, detta di Santa Croce, edificata probabilmente attorno al 1300.

Gli interni della Chiesa di Santa Croce

Nella chiesa vi è un solo altare, al di sopra del quale si riconosce un quadro in cui è rappresentata la Madonna della Vittoria, a cui i Montaltesi sembra siano molto devoti.

Anche qui abbiamo visto delle suore assorte nelle loro preghiere.

Il sole stava salendo e, con esso stava terminando il tempo che avevamo a disposizione.

Siamo giunti sulla bella e pittoresca  piazza, una delle più particolari in cui io sia mai stata.

Me la sono immaginata in assenza di pavimentazione, con la polvere che si alzava ad ogni passaggio, che fosse di uomo, di animale o di carro.

Quello che ho percepito è stata la profonda vitalità di quel castello, in parte ancora vissuto, e l’anima di quel luogo che ha visto il maniero di Re Desiderio essere distrutto dalle truppe del pontefice.

L’attuale struttura, sebbene molto rimaneggiata, venne costruita dagli Orsini nel 1200. Poco più di due secoli dopo, fu munita di una torre quadrangolare, che non doveva certo esser sola, almeno a giudicare dai resti di quelle che furono.

Nei tanti decenni in cui regnarono i Farnese, la rocca venne ristrutturata e mantenne il suo aspetto per oltre duecento anni.

L’edificio tornò, poi, di proprietà della Camera Apostolica successivamente fu venduto alla famiglia Guglielmi che lo innalzò di un piano e fece aggiungere la loggia e la merlatura.

Siamo usciti dalla porta che guarda a Nord Est. L’asfalto era ingrigito dall’umidità, ma presto si sarebbe schiarito, grazie al sole.

Ci siamo incamminati, conversando e scrutando ogni minimo particolare e abbiamo incontrato due gattini, uno grande e l’altro piccolo, di una dolcezza infinita.

La vista del castello, poi, ci ha nuovamente incantati. Ci siamo soffermati sul colore dei mattoni, sui ciuffi d’erba che sono cresciuti tra gli spazi, sulla forma delle finestre e sugli infissi, disordinatamente diversi e, proprio per questo, straordinariamente affascinati.

Abbiamo alzato gli occhi verso le antiche merlature e gli ordinari discendenti.

Ho notato una panchina, mi sono seduta, ho accavallato le gambe, posato la borsa e chiesto  che mi venisse scattata una foto che, tra qualche anno, potesse ricordarmi quella bellissima e tiepida mattinata di novembre.

Il Castello e la panchina

 

Fonte: viterbox.it

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