La strada che porta a Torre Alfina, corre tra i campi e la boscaglia. La luce del sole, che quel giorno di primavera inoltrata splendeva, in alcuni punti veniva respinta dall’infittirsi delle chiome degli alberi.

La zona, relegata ai margini del Lazio, non la conosco bene. E’ distante da Viterbo, tanto da non rientrare tra i luoghi che visito per abitudine, o perché ne conosco attrazioni o locali.

Serbo in me, però, alcuni lontani ricordi, che si rifanno a pomeriggi e serate piacevoli trascorsi in quello che potrebbe esser definito, a pieno titolo un borgo delle fiabe.

Il Castello di Torre Alfina

Eravamo forse in giugno, era domenica, e decidemmo di fare un giro che toccasse alcuni comuni della provincia nord e della bassa Toscana. La mattina la passammo sull’alto colle senese che accoglie la celebre e deliziosa Radicofani. Immortalammo diversi quadri in cui sono ritratta, ahimè molto più giovane, con i miei figli più piccoli. Nel pomeriggio, tornando verso casa, ci fermammo a Torre Alfina per mostrare ai bambini uno dei castelli meglio conservati della provincia.

Con l’occasione consumammo l’ottimo gelato che contribuisce a renderla nota.

La denominazione del piccolo paese, sembrerebbe derivare dal latino ad fines, che stava a indicare la sua collocazione ai confini (fines) dell’altopiano rispetto al territorio del Comune di Orvieto che la dominava.

La nostra passeggiata ebbe naturalmente come meta l’elegante maniero che spicca al centro dell’abitato. Ci incamminammo lungo i viottoli, ai lati dei quali sorgono le caratteristiche case in pietra, fermandoci spesso sugli appoggi che interrompono la continuità e, infine, sulla grande piazza che rivolge lo sguardo alla chiesa.

Frazione del comune di Acquapendente, il borgo sorge ad un’altitudine di 602 metri che ne fa un territorio di montagna.

Le origini del castello che lo domina, si perdono nella notte dei tempi. Pare, difatti, che nell’ VIII secolo venne eretta una torre d’avvistamento, detta “torre del cassero”. La sua storia si intrecciò con quella di Desiderio, Re dei Longobardi: almeno  questo è ciò  cui  rimanda la tradizione. Le testimonianze scritte, invece, risalgono al 1200,  tempo in cui fecero la loro comparsa le prime importanti dinastie. Tra queste i Monaldeschi del ramo della Cervara, gli stessi che dominarono sulla zona sud dell’orvietano e di cui abbiamo rilevato l’antica presenza nei paesi del circondario.

La torre del castello

Qualche secolo più tardi, il condottiero di ventura Sforza Monaldeschi della Cervara, celebre uomo d’armi, che affiancò Girolamo Orsini contro l’abate di Farfa Napoleone Orsini, ebbe il privilegio di trasformare l’oramai vetusto edificio in un’elegante residenza di campagna sul modello rinascimentale.

Grandi furono le menti che ne rinnovarono  l’aspetto: Ippolito Scalza e Cesare Nebbia, rispettivamente per ciò che attiene a scultura e architettura, e alle decorazioni pittoriche.

Fino al 1600 i Monaldeschi ne detennero la proprietà che, poi, passò alla famiglia Bourbon del Monte (da cui discende anche la madre dell’industriale italiano Gianni Agnelli)  sino al 1880, quando il Marchese Guido la vendette al banchiere di origine ebrea Cahen che ordinò, nuovamente, il restauro del castello. Fu così che l’antico maniero perse per sempre il suo aspetto medioevale, nonché le stratificazioni rinascimentali, e venne rivestito in pietra grigia di Bagnoregio

E la famiglia di banchieri, oltre a castello, entrò in possesso anche delle terre circostanti e di una villa adagiata sul territorio umbro. La proprietà in questione, è attraversata dal fiume Paglia e unita da un ponte edificato oltre un secolo fa e crollato, a seguito di un’alluvione, nel 1937. Rimasto in una condizione di inagibilità per oltre settantacinque anni, fu ripristinato nel 2012 ma, incredibilmente, dopo soli due mesi, crollò nuovamente.

Quel pomeriggio a Torre Alfina, non fu coronato dal sogno di tutte le bambine. Le porte del castello restarono chiuse, e soltanto la fervida immaginazione di una mamma, fece in modo che gli occhi potessero vedere ciò che non furono in grado di fare. Ampi e splendidi saloni, pavimenti lucidissimi, stucchi dorati, pareti affrescate, statue in candido marmo, lunghe tavole lussuosamente imbandite, e chissà  quanto ancora…

I vicoli attorno del borgo

Con un po’ di delusione negli occhi, ma con  la certezza che, prima o poi, le porte di qualche castello si sarebbero dischiuse e avrebbero accolto la piccola principessa, scendemmo verso la piazza che accoglie la Chiesa dell’Assunta,  il principale edificio di culto del borgo, che si trova sull’omonima piazza, la principale del paese.

La chiesa vanta antiche origini sebbene sia  stata completamente ricostruita: in età contemporanea la famiglia Cahen ordinò di restaurare il castello modificando anche l’ingresso dell’edificio ecclesiastico.

La decisione comportò la quasi totale demolizione del tempio sacro e, così, fu costruita la Chiesa dell’Assunta.

In zona, c’è una grande riserva naturale, conosciuta per merito del monte che si eleva in essa, il Monte Rufeno (734 metri slm). L’ambiente è meta di escursioni e gite scolastiche, grazie anche all’interessante Museo del Fiore che in essa sorge.

L’area protetta, interamente compresa nel comune di Acquapendente,  si estende per circa 3000 ettari ed è attraversata dal fiume Paglia e solcata da diversi affluenti.  Il suo territorio è prevalentemente  collinare e per gran parte ricoperto da boschi.

All’interno della riserva, vi sono numerosi casali un tempo  abitati, e oggi sono lì a testimoniare l’antica tradizione architettonica.

Al Museo del Fiore andammo con le classi della mia scuola diversi anni fa, i bambini si cimentarono nelle attività laboratoriali proposte e facemmo una lunga passeggiata nel bosco, scoprendo sentieri e rivoli d’acqua, cascatelle e fontanili. Di tanto in tanto ci capitava di vedere piccole zolle di terra alzata, segno che di lì erano passati i cinghiali.

Acquapendente, invece, il comune di cui Torre Alfina è frazione, è una bella cittadina con un importante centro storico.  Come traspare dalla sua denominazione, questo borgo in cui dimorano poco più di 5400 abitanti, può contare sulla presenza di numerose cascatelle che si nutrono delle acque del  Paglia.

La Concattedrale del Santo Sepolcro

All’ingresso del paese, si trovano diversi stabili dall’aspetto moderno e ordinato. Ma l’edificio che più attrae, è certamente la Concattedrale del Santo Sepolcro di Acquapendente, posta sulla Via Francigena.

La storica chiesa, è situata su di una grande piazza all’ingresso del paese. Il colore rosato dello  stucco, era illuminato dai raggi del sole che si stava abbassando. eravamo piuttosto stanchi quando siamo arrivati nelle sue vicinanze. Avevamo esplorato una piccola contrada nella quale saremo tornati poco più tardi.

La vista della Concattedrale, mi ha ricordato un  matrimonio a cui partecipai molti anni fa.

La casa della sposa, era nelle vicinanze del luogo in cui lei avrebbe detto “sì” e, arrivando, vedemmo la macchiolina bianca del suo abito tra il verde della vegetazione del bel giardino.

Noto come il principale luogo di culto della cittadina, storicamente appartenente all’ordine benedettino, venne edificato, assieme al convento annesso, nel XII secolo, epoca in cui splendeva lo stile romanico.

La sua nascita è legata alla madre dell’imperatore Ottone I, Matilde di Westfalia.

Mentre la regina di Germania si recava dal suo regno a Roma, con l’intento di costruirvi una chiesa dedicata al Santo Sepolcro, fu costretta a fare tappa ad Acquapendente. Essa recava con sé un grande quantitativo d’oro, che le sarebbe stato necessario per portare a termine il suo progetto. Per un gioco del destino, o più semplicemente per la stanchezza,  i muli che lo trasportavano si arrestarono, inginocchiandosi,  e non vollero più andare avanti.

Durante la notte, Matilde fece un sogno in cui le veniva ordinato di far erigere la chiesa proprio ad Acquapendente.

Due fila di pilastri suddividono l’interno della grande basilica in tre navate. Il transetto e l’abside sono sopraelevati e, al di sotto di questi, si apre una cripta in stile romanico risalente addirittura al IX secolo.

Nel silenzio che si deve ad ogni luogo sacro, abbiamo disceso le scale che portano al suggestivo ambiente. L’oscurità quasi totale che regnava ha reso ancor più solenne la nostra visita: stavamo camminando su pietre che sono lì da oltre dodici secoli.

Avevamo di fronte a noi colonne plurimillenarie con capitelli scolpiti. Mille anni… quante volte la luce sarà filtrata dalla finestrella posta sul retro, rischiarando quella pietra grigia…

La cripta della basilica

All’interno della stessa cripta, in una rientranza totalmente oscura, è posto il sacello contenente la reliquia del Santo Sepolcro, una copia fedele, nonché la più antica, dell’omonima chiesa di Gerusalemme. Inoltre, dall’alto medioevo vi è conservata una pietra macchiata di sangue che, secondo la tradizione, proviene proprio dalla città, santa perle maggiori  tre religioni.

Attualmente, la chiesa, ha un aspetto diverso dall’originale, a causa degli interventi subiti. La facciata è di epoca settecentesca, sebbene sia stata restaurata a seguito dei danni provocati dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale,  e porta la firma di Nicola Salvi, l’architetto cui dobbiamo lo splendore della Fontana di Trevi. I lavori, che interessarono anche l’interno, furono voluti da Papa Benedetto XIV.

Il busto di un papa, Innocenzo X Pamphili, colui che mise a ferro e fuoco, facendolo cadere, il Ducato di Castro, è riprodotto sulla facciata stessa. Il pontefice, di cui si conserva il busto originale nel Museo della Città, dopo l’ultimo e definitivo atto contro Castro, fece trasferire la diocesi proprio ad Acquapendente.

Dentro la chiesa, oltre ai tipici elementi  che la accomunano alle altre, trovano spazio delle installazioni particolari e uniche nel loro genere: i Pugnaloni, enormi quadri realizzati con la tecnica del mosaico, i cui tasselli sono petali di fiori.

La Festa dei Pugnaloni, che celebra la libertà e il ringraziamento alla Madonna, si tiene durante il mese di maggio, tradizionalmente quello in cui la natura mostra con forte impeto la sua potenza e regala i colori più belli.

Le origini di queste vere e proprie opere d’arte, risale addirittura al 1166, quando dominava Federico Barbarossa. Due contadini assistettero, con grande stupore, alla fioritura di un ciliegio oramai secco. I paesani che vennero a conoscenza del prodigio, considerarono questo come un buon auspicio e decisero, così, di insorgere contro il sovrano, nonostante non possedessero armi. Attaccarono il castello soltanto con pungoli e attrezzi da lavoro, ma riuscirono comunque a cacciare i sovrano e a distruggere il castello in cui egli dimorava.

Data la sua posizione lungo la Via Francigena, durante il Medioevo, la basilica era frequentata da pellegrini e crociati.

Ci siamo soffermati qualche minuto in quel luogo silenzioso, riflettendo su quale itinerario scegliere per proseguire il nostro cammino.

Acquapendente è uno degli ultimi borghi ancora da esplorare. Tra poco più di un mese, le nostre passeggiate termineranno e, per un verso, qualcosa sta già venendo a mancare.

Come tutti i viaggi, anche i più belli sono destinati a concludersi,  sebbene lascino nel cuore  emozioni che nessuno sarà in grado di cancellare.

 

Fonte: viterbox.it

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