Con acqua e terra Prometeo plasmò gli uomini e donò loro il fuoco che celò in una ferula, di nascosto da Zeus.

(Apollodoro)

Si potrebbe definire ribelle colui che combatte le forze superiori rappresentate dalle divinità, dal destino o dal potere dispotico economico-politico-sociale, che dominano l’essere umano reprimendone la libertà, la vitalità, pur sapendo che può fallire nel suo intento. Senza i ribelli la società si congelerebbe nel conformismo, nel vittimismo, nell’appiattimento, nella rassegnazione, mortificando il pensiero critico nell’analizzare il quadro complessivo della situazione.

Fino a quando tra noi ci saranno dei ribelli avremo ragione di sperare che la nostra società possa essere salvata. Il ribelle è il portabandiera dei visionari che a poco a poco accrescono la levatura etica dell’uomo…

(René Jules Dubos, ambientalista e umanista)

La filosofia umanistica di Dubos è illuminante per comprendere la connessione tra l’ambiente e lo sviluppo fisico-mentale-spirituale dell’umanità, egli pensa che la vita e la natura umana siano flessibili, dinamiche, in continuo mutamento e che l’evoluzione sociale consista nella modulazione delle azioni sociali dal locale al globale, il suo motto infatti è: “Pensa globalmente, agisci localmente”.

Cito Dubos perché si collega al processo di disumanizzazione della vita al quale stiamo assistendo da tanto tempo, a piccoli passi, alla miopia della visione che non guarda lontano, non è lungimirante nel considerare gli effetti delle scelte dettate da comportamenti aggressivi per accumulare sempre più denaro e prestigio, dalla distruzione dei paesaggi e del patrimonio storico e monumentale, dallo spreco delle risorse naturali e dall’uso privo di etica della tecnologia che rappresenta una minaccia anche per la salute degli esseri umani. A tutto ciò si ribellano coloro i quali hanno una visione allargata e futurista della realtà, hanno a cuore il bene degli altri e i valori fondamentali che ci rendono ‘umani’ e che costituiscono le basi per lo sviluppo evolutivo della società. L’aspirazione naturale dell’uomo è l’amore, la solidarietà, la compassione, l’armonia. Il possesso origina la brama di potere che inquina tale aspirazione e che conduce l’uomo a svalutare se stesso.

Colui che desidera assicurare il bene di altri si è già assicurato il proprio.

(Confucio)

L’origine della condizione esistenziale umana è l’atto di ribellione di Prometeo, dal greco antico “colui che riflette prima”, che simboleggia la sfida all’autorità e alle leggi imposte vincolate alle ideologie sottostanti.

Prometeo è un titano figlio del titano Giapete e della oceanina Climene, i titani sono nella mitologia greca gli dei generati da Urano e Gea. Amico dell’umanità, rubò infatti il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, ribellandosi al potere di Zeus. Prometeo può essere considerato un simbolo di ribellione ma anche come metafora del pensiero ed archetipo di un sapere sciolto dai vincoli del mito, della falsificazione e dell’ideologia.

Il mito racconta che Prometeo aveva cinque coppie di fratelli gemelli, dapprima virtuosi e saggi ma che presi dall’avidità furono puniti dagli dei che distrussero il loro paese.

Contrariamente ai suoi due fratelli Atlante e Menezio che combatterono gli dei insieme a Crono e ad altri titani dopo il diluvio, Prometeo si schierò dalla parte di Zeus ottenendo così la possibilità di accedere all’Olimpo e di partecipare alla nascita di Atena dalla testa di Zeus che lo stimava molto dandogli l’incarico di forgiare l’uomo. Prometeo modellò l’uomo col fango e con il fuoco lo animò. Gli dei affidarono a Prometeo e a suo fratello Epimeteo il compito di attribuire delle buone qualità agli uomini, ma quando il fratello terminò di attribuire alla rinfusa il limitato numero di qualità, Prometeo rubò ad Atena uno scrigno dove erano riposte l’intelligenza e la memoria, donandole agli uomini. A quel tempo gli dei e gli uomini si riunivano per banchettare in allegria e in una di queste riunioni conviviali fu portato un bue che doveva essere spartito tra Zeus e gli uomini, incarico che fu dato a Prometeo che ingannò gli dei con un abile sotterfugio: quando sacrificò l’animale lo divise in due parti, agli uomini destinò le parti migliori nascondendole sotto la pelle del toro mentre agli dei nascose le ossa sotto uno strato di lucido grasso. Poi chiese a Zeus di scegliere ed egli accecato dalla brillantezza del grasso scelse le ossa, accortosi dell’inganno lanciò una maledizione agli uomini e decise di togliere il fuoco e di nasconderlo, all’insaputa di Prometeo.

L’amicizia tra Prometeo e gli uomini era per Zeus una minaccia al suo potere assoluto, gli uomini con le loro qualità avrebbero potuto evolversi e diventare anch’essi potenti ed egli non poteva permetterlo. Risale a questo episodio il rituale di sacrificare animali mangiandone la carne e lasciando le ossa come offerta agli dei.

Ma senza il fuoco gli uomini morivano, così Prometeo mosso da compassione chiese ad Atena di accedere di notte all’Olimpo e dalla torcia nella fucina di Efesto ne rubò una scintilla e la portò agli uomini. Si scatenò l’ira di Zeus che ordinò ad Efesto di forgiare Pandora, la prima donna del genere umano, alla quale gli dei infusero lo spirito vitale e doni meravigliosi, e di offrirla a Epimeteo per punire la razza umana ma egli rifiutò facendo così infuriare Zeus che decise di punire Prometeo incatenandolo a una rupe per poi farlo sprofondare nel Tartaro, il luogo sotterraneo delle tenebre. Ordinò poi che ogni giorno un’aquila gli squarciasse il petto e gli dilaniasse il fegato, che gli ricresceva durante la notte. Epimeteo triste per la sorte del fratello decise alla fine di sposare Pandora che, ignara del tranello ordito da Zeus, aprì il vaso regalatole da lui che conteneva tutti i mali preposti per affliggere l’umanità: la vecchiaia, la malattia, la fatica, la passione e la morte, solo la speranza rimase nel vaso frettolosamente richiuso, l’unica fonte di sollievo dalla disperazione che è rimasta agli uomini. Così si attuò lo spietato piano di Zeus, ma dopo molti anni Eracle, il semidio dalla forza sovrumana, passando dalla regione del Caucaso, trafisse con una freccia l’aquila che tormentava Prometeo e lo liberò spezzando le catene.

Alla fine al ribelle Prometeo viene concessa la libertà perché ha agito in nome degli ideali di giustizia, di bene. Egli agisce furbescamente per sovvertire l’autorità il cui intento è quello di mantenere lo status quo, il potere, imponendo regole ingiuste, quasi malvage e ne paga lo scotto di cui è consapevole ma che non lo fa indietreggiare nella sua lotta, non conosce il suo destino ma combatte per amore degli uomini.

Albert Camus diceva «sono ribelle, quindi esisto». Ma ribelli si nasce?

L’anticonformismo così come il conformismo sembrano possedere una base biologica innata nella struttura del cervello. Secondo una ricerca scientifica condotta dall’Università di New York in collaborazione con la danese Aarhus University e il Wellcome Trust Centre of Neuroimaging dell’University College di Londra, pubblicata sulla rivista Current Biology, la tendenza ad adattarsi ai comportamenti e alle opinioni altrui dipende dal volume di materia grigia presente in un’area del cervello chiamata corteccia orbitofrontale laterale.

A volte la ribellione riesce a ribaltare l’autorità, altre volte conduce ad una esistenza solitaria, controcorrente ed emarginata. Senza i ribelli, però, non sarebbero state abbattute le dittature, l’ingiustizia sociale dilagherebbe incontrollata, il mondo sarebbe sempre se stesso, con padroni e schiavi, senza coraggio e possibilità di discussione. Il ribelle è colui che non dà nulla per scontato, che non giustifica ogni imposizione, ma la verifica con spirito critico. Egli non si adatta ad una Legge ingiusta, ma si stupisce, ne osserva i limiti guardandola da molteplici punti di vista, la confuta e cerca di cambiarla. Per Platone, infatti, la Legge, se ingiusta, va messa in discussione, motivo per cui è sacrosanto ribellarsi ad essa.

È pur vero che la libertà si conquista anche con l’esercizio dello spirito critico e del coraggio, ma in primo luogo proviene sempre da una condizione interiore. È una aspirazione che riguarda la natura umana stessa, spesso incapace di liberarsi dai suoi legami e schiavitù.

Secondo il filosofo mistico indiano Sri Aurobindo (1872-1950), per l’appunto:

Tutto il mondo aspira alla libertà, e tuttavia ciascuna creatura è innamorata delle proprie catene. Tale è il primo paradosso e il velo inestricabile della nostra natura.

Il viaggio dell’eroe inizia sempre da una ribellione, da una rottura di schemi limitanti, sovente i ribelli vengono svalutati e considerati le pecore nere ma la loro azione deflagrante permette sia ai sistemi familiari disfunzionali che alle società di evolvere. Essere ribelli è scomodo, richiede coraggio. La trasgressione delle regole imposte che vengono ritenute ingiuste anche dagli altri componenti che siano famiglie o gruppi sociali, attuata dall’anticonformista liberano anche gli altri che temendo il cambiamento rimangono inermi.

Mi piace pensare, per dirla con Rita Levi-Montalcini, che:

Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.

Fonte: Wall Street International

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