Com’è bella Proceno... Mi ricorda una gemma d’ambra adagiata nel verde del velluto. Non che gli edifici siano del colore dell’affascinante resina, ma sembrano riflettere la tonalità giallognola dei versanti di cui le innumerevoli colline che la circondano sono ammantate.

E’ il comune più a nord della Tuscia, e naturalmente del Lazio, e potrebbe detenere anche il primato del meno abitato, se non fosse per la piccola Tessennano.

Non è roba da poco raggiungere questo estremo comune dalla città di Viterbo: se si sceglie di percorrere il solo territorio laziale, il tempo impiegato raggiunge l’ora e mezza. Se, invece, ci si sposta sulle strade toscane, i chilometri diminuiscono così come i minuti.

Noi, siamo passati per Acquapendente, cittadina estrema in cui si respira un’aria diversa, che ha il potere di immergere il visitatore in un contesto che va oltre la nostra regione.

Subito dopo averla lasciata, ci siamo lanciati lungo la solitaria strada che conduce al borgo che è stata la nostra meta di una freddissima domenica d’ottobre.

Il panorama collinare  faceva da protagonista, e gli ampi spazi differivano sempre di più dai paesaggi, decisamente più ristretti, tipici del viterbese. Mentre ci spostavamo, ammiravamo degli abitati arroccati sulle cime. Tra questi, ci sembra di aver riconosciuto la pittoresca e antica Radicofani e l’altrettanto storica Castell’Azzarra, ambedue in terra toscana, sebbene collocate in due diverse  province, rispettivamente Siena e Grosseto.

La campagna intorno a Proceno

Ci siamo avvicinati al ciglio della strada, al limitare di un avvallamento che prendeva le forme di un vasto, e probabilmente, pregiato vitigno.

Abbiamo immortalato quello scenario talmente statico da sembrare che non prevedesse forme di vita. Il cielo, man mano che il sole iniziava a declinare, assumeva sfumature color indaco sbiadito. Il sole, andava  a sistemarsi verso la linea che lentamente lo ingoia per regalarlo a coloro che albergano a molti meridiani verso ovest.

Talvolta mi soffermo, e immagino che l’ultimo raggio da cui sono stata colpita sia quello che bacerà per primo la mia bella bambina bionda.

Poche decine di metri verso sinistra, un piccolo poggio costituisce la base su cui è collocata una piccola chiesa, alla quale si accede percorrendo una breve salita alberata.

La Chiesa della Madonna del Giglio

La Chiesa della Madonna del Giglio, vide la luce tra il XIV e il XV secolo, nonostante nel corso del tempo sia stata più volte rimaneggiata. Al suo interno vi è un interessante  presbiterio, la nicchia, originale dell’epoca della costruzione e notevoli affreschi datati 1500.

In quel momento spirava un forte vento, che sollevava gli aghi di pino che si erano arresi all’autunno.

Stretta nel mio soprabito, ho ammirato la bella e chiara facciata della piccola chiesa, sono ridiscesa avviandomi verso la mia automobile, pensando che la prossima fermata sarebbe stata in paese.

Le ruote hanno girato fino a un’ultima, ulteriore, salita. Sulla destra spiccava una bellissima chiesa che aveva tutta l’aria di aver attraversato molti secoli. I raggi del sole, colpendola di sbieco, conferivano sfumature ramate alle pietre con cui era stata eretta.

La Chiesa di San Martino

La Chiesa di San Martino, conosciuta anche come la “chiesa dei frati”, poiché nel Medioevo esisteva un convento adiacente ad essa, venne eretta, a giudicare dallo stile gotico che la caratterizza, nel XII secolo. L’esterno è arricchito da un pregiato rosone in travertino, mente all’interno vi sono degli affreschi attribuiti alla scuola del Lorenzetti.

Del convento, invece, non rimangono che poche tracce. Esso fu demolito durante il periodo napoleonico, a seguito della soppressione degli ordini religiosi.

Mentre ci spostavamo sul tappeto erboso, e osservavamo le basi dei tronchi dei grandi pini che furono, diverse persone in tenuta da trekking, scendevano dall’abitato: queste stavano compiendo un cammino lungo la Via Francigena, che tante volte ha incrociato il nostro errare nella  Tuscia.

Il borgo di Proceno, data la sua collocazione, viene difatti considerato la porta del Lazio sulla via che dalla britannica Canterbury arriva a Roma.

Abbiamo parcheggiato la nostra automobile a fianco dei graziosi giardini pubblici, posti accanto a una schiera di abitazioni. Vista l’amenità del posto, ho pensato a quanto quieto  possa essere lo scorrere della vita durante l’inverno, quando la luce non prevale sul buio e le temperature, certamente rigide data la conformazione del territorio, non permettono di star fuori casa.

Non sapevo in quale atmosfera mi sarei immersa di lì a poco. Non conoscevo affatto il bellissimo borgo che avrei scoperto in quella fredda domenica pomeriggio così, prima di entrare, sono andata a leggerne la storia…

Le origini di Proceno sembrerebbero risalire al periodo etrusco, e una leggenda ne descrive la fondazione. Pare che Porsenna, lucumone in Chiusi, impegnato in una battuta di caccia proprio tra i boschi di quelle terre, decise di fermarsi per la notte prima di ritornare nel suo regno. Su quelle colline, dimoravano decine di feroci cinghiali. Essi, con facilità, raggiungevano le pianure e depredavano i campi e le coltivazioni.

Mentre il re si trovava assorto nei propri pensieri, fu ridestato dall’inatteso rumore dei rami, calpestati da un enorme mammifero che lo stava attaccando. Porsenna, armato della sua spada, gli inferse un colpo mortale. Il lucumone si convinse che la sua salvezza fosse merito della Dea Uni e per ringraziarla e onorarla fece incidere una stele ed erigere una città con tre porte in suo onore.

La stele non venne mai ritrovata, ma si dice che sia stata posta in cima al poggio che costituirà il luogo in cui si svolsero molti altri importanti avvenimenti.

I vicoli di Proceno

Diversi secoli dopo, giunse su quell’altura Sant’Agnese da Montepulciano e lì compì uno dei suoi miracoli, divenendo così l’amata patrona del paese, che le intitolò una bellissima chiesa.

Nell’Alto Medioevo Proceno era compresa nel Marchesato di Toscana, che fu ereditato dalla Chiesa dopo la morte della Granduchessa Matilde di Canossa, avvenuta  nel 1115.

Esso, a partire dal XII secolo, passò di mano tra papi e signorie, fu coinvolta nelle vicissitudini che seguirono i conflitti tra Guelfi e Ghibellini. Fu occupata dai fuoriusciti ghibellini orvietani e liberata grazie a un accordo tra il futuro Enrico IV, figlio di Federico Barbarossa, e Napoleone Orsini, che permise alla fazione di rientrare nella propria città.

Agli inizi del ‘200, fu dominata poi da Ottone IV per tornare, dopo poco più di dieci anni, sotto la Santa Sede. E così, passando da una dominazione all’altra, assoggettata anche al Comune di Siena, arrivò ad esser parte dei possedimenti delle grandi famiglie del Rinascimento, gli Orsini prima e gli Sforza poi.

Il cardinale Guido Ascanio Sforza di Santafiora, primogenito della figlia naturale di Papa Paolo III Farnese,  ne ottenne il governo a vita. Dalla famiglia Sforza si passò a quella dei Mozzanti prima e dei  Selvi dopo, prima di tornare ancora sotto il dominio dello Stato Pontificio   fino all’Unità d’ Italia.

Subito dopo esserci staccati dal parapetto che dà sul suggestivo belvedere, da cui si scorge la grandiosità delle campagne sottostanti, abbiamo percorso qualche decina di metri col vento alle spalle che ci spingeva. Ho dovuto chiudermi nel mio cappotto, stringendo i petti e sovrapponendoli l’un l’altro, in modo che il calore corporeo non si disperdesse nella frizzante aria d’ottobre.

Palazzo Sforza

Sulla piazza principale del paese, sorge il maestoso Palazzo Sforza, fatto edificare dal Cardinale Guido Ascanio della medesima famiglia, Camerlengo di Santa Romana Chiesa e Governatore di Proceno, nella metà del XVI secolo. La facciata mostra un leone rampante, simbolo degli Sforza di Santa Fiora e i gigli Farnese, simbolo invece del ramo materno. Anche quest’opera sembra sia stata progettata dal Sangallo.

Dopo la scomparsa del cardinale e a seguito della distribuzione del suo territorio, l’edificio, il paese intero e il territorio circostante, vennero affidati al fratello Paolo, che diventò Marchese di Proceno. Questi fece  sì che si concludessero i lavori e diede ordine di costruire una cappella, un muro esterno e una loggia che si affacciava sulla Valle del Paglia.

Questa parte, sebbene completata per ultima, subì i danni dei due crolli avvenuti rispettivamente nel 1873 e nel 1890.

Negli interni, finemente affrescati e con soffitti a cassettoni, si svolgono mostre e convegni. Nel cortile, invece, spicca un pozzo in travertino.

Ci siamo incamminati lungo Corso Regina Margherita, stretti tra due fila di dimore e locali che, orgogliosamente e con eleganza, mostravano tutti gli anni che avevano visto scorrere.

Un bel palazzo dalle porte in legno, anch’esso visibilmente appartenente ad un’epoca oramai lontana, accoglieva sulla facciata il titolo di Scuola Materna, curata dalle Maestre Pie Filippini.

Per un attimo mi è tornato alla mente l’odore del legno dei mobili in mogano della prima scuola in cui ho insegnato, gestita anch’essa da suore, e il verde del grande ficus che campeggiava nella sala di ricevimento.

Chiesa del Santissimo Salvatore

Abbiamo proseguito per Via Roma incontrando, su uno slargo, detto la Piazzetta, la bella e duecentesca Chiesa del Santissimo Salvatore, la cui facciata è finemente abbellita da un rosone e  tre finestre, due delle quali ospitano statue di santi.

Il suo campanile, innalzato nel 997, e quindi precedentemente della costruzione della stessa, costituiva la prima Rocca di Proceno.

Tra lo sfolgorante verde delle piante e il rosso acceso dei gerani, superando la piccola contrada del Bottino (nome che deriva dalla presenza di un bottinaccio cui i procenesi traevano acqua),  sede, nel XV secolo, del ghetto ebraico e della sinagoga, siamo giunti al luogo più rappresentativo del borgo, dove alberga, da secoli, il Castello.

La via per raggiungerlo, è  in salita. In quel momento il sole era uscito da dietro alle nuvole e si mostrava senza tentennamenti. La luce rifletteva con vigore sulle pietre color ocra, donando alla  fortificazione millenaria una tonalità lievemente dorata.

La vista sul Castello di Proceno

Innalzato sopra a uno sperone di roccia vulcanica, ha mostrato più volte un’ottima efficienza difensiva come, ad esempio, quando le truppe di Papa Eugenio IV assediarono la cittadina che resistette a lungo, capitolando poi a causa del tradimento del Capitano Bernardo d’Utri.

Le mura, di forma pentagonale, un mastio, due torri minori e il camminamento, racchiudono quello che sembra un unico borgo antico.

Ce ne siamo andati da quel sogno dalle forme altomedioevali.  Sfidando il forte vento,  ci siamo ritrovati di fronte a una porta. Questa è una delle tre, assieme a quella “del Bottino” e a quella “di San Martino, detta anche Nuova o Romana”  che connotano il borgo. Porta Fiorentina è conosciuta anche con il nome di Porta Ripa.

Erano le prime ore del pomeriggio, e dalla finestra di una casa, ardimentosamente spalancata usciva la voce di un radiocronista. Mi sono stupita, pensavo che non esistesse più gente che ascolta la partita.

L’apertura e le mura, le cui prime forme sarebbero sorte attorno al IX  secolo, sono realizzate in pietra e tufo, così come l’intero centro storico. Al di fuori la vista si perde nella bellezza del panorama che guarda a Castell’Azzara e al Monte Amiata.

Ci siamo incamminati sulla strada del ritorno, mentre il solito vento spazzava le vie e tagliava la pelle. Siamo tornati sulla bella piazza, da lontano ci arrivava il dolce aroma delle castagne che, scricchiolando sul fuoco si trasformavano in caldarroste, dolce ricordo di tanti inverni.

Siamo saliti per Via Sant’Agnese, verso il poggio, il punto più alto di Proceno, a 418 metri slm.

L’ulivo pluricentenario

La particolarissima chiesa intitolata a Sant’Agnese,  venne eretta nel XIII secolo laddove sorgeva il monastero delle Suore del Sacco, fondato dalla santa.

Agnese, nata nel 1268 da nobile famiglia toscana, entrò giovanissima nel monastero delle “sorelle del sacco” di Montepulciano. Sei anni dopo si trasferì nel nuovo convento di Proceno, e ne divenne  badessa  appena un anno dopo.

Dell’antico monastero non rimane più nulla, se non un ulivo pluricentenario posto nell’orto e che fu testimone della comunione miracolosa che Agnese ebbe il privilegio di ricevere da un angelo.

Abbiamo rivolto lo sguardo verso la vallata verdeggiante e mossa dal vento, poi siamo tornati verso la nostra automobile.

Qualche chilometro e siamo arrivati a Centeno, che segna, facendo rifermento alla Via Francigena,  le cento miglia ancora da compiere prima di arrivare a Roma.

Il minuscolo paese, fino al 1870, era sede della dogana pontificia. Al tempo, vi era anche una stazione di posta e una locanda in cui, nel 1625,  dimorò Galileo Galilei.

Lo scienziato pisano era in viaggio verso Roma: lo attendeva il giudizio del Santo Uffizio.

Eravamo nella zona di confine, nell’ultimo fazzoletto di terra laziale.

Il vento continuava a schiaffeggiarci, e il sole si stava abbassando. Era ora di tornare a casa: la strada sarebbe stata lunga.

 

Fonte: viterbox.it

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