L’ex premier, la sua ex ministra e l’attuale deputato del Pd risultano indagati proprio nel filone di inchiesta per l’ipotesi di reato di finanziamento illecito ai partiti.

Agli altri indagati – Patrizio Donnini, Alfonso Toto, Riccardo Maestrelli, Carmine Ansalone, Giovanni Caruci, Pietro Di Lorenzo – vengono contestati a vario titolo i reati di finanziamento illecito ai partiti, corruzione, riciclaggio, traffico di influenze.

Finanziamento illecito ai partiti, corruzione, riciclaggio, traffico di influenze. Sono i reati contestati dalla procura di Firenze alle undici persone indagate nell’ambito dell’inchiesta sulla fondazione Open, quella che secondo i pm era la “cassaforte” della corrente di Matteo Renzi ai tempi della scalata al Pd e la successiva entrata a Palazzo Chigi. Gli inquirenti hanno recapitato agli indagati l’avviso di conclusione indagini: adesso, dunque, potrebbero chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione.

Coinvolti nell’indagine ci sono tutti i più alti esponenti del cosiddetto Giglio Magico: l’ex premier Renzi, l’ex ministra e attuale capogruppo di Italia viva alla Camera Maria Elena Boschi, l’ex sottosegretario e attuale deputato del Pd Luca Lotti, l’avvocato Alberto Bianchi – già presidente di Open – e l’imprenditore Marco Carrai. Coinvolte nell’inchiesta anche quattro società. I pm Luca Turco e Antonino Nastasi hanno fatto notificare gli avvisi anche a Patrizio Donnini, Alfonso Toto, Riccardo Maestrelli, Carmine Ansalone, Giovanni Caruci, Pietro Di Lorenzo. Avvisi di chiusura indagine anche a quattro società: la “Toto Costruzioni”, la “Immobil Green”, la “British American Tobacco Italia spa” e la Irbm spa (già Irbm Science park spa). Secondo i magistrati della procura fiorentina la Fondazione Open avrebbe agito come l’articolazione di un partito e tra il 2012 e il 2018 avrebbe ricevuto “in violazione della normativa” sul finanziamento ai partiti 7,2 milioni di euro, spesi almeno in parte per sostenere direttamente l’attività politica della corrente renziana del Pd. Va detto che per due volte la Cassazione ha annullato il provvedimento di sequestro dei documenti e del pc di Carrai, non considerando provato che la Fondazione Open agisse come un’articolazione di partito. La procura, però, ne rimane convinta. Dal 7 novembre 2014 all’11 luglio 2018, stando al capo di imputazione, la Fondazione ha ricevuto 3.567.562 euro. Una lunga lista di finanziatori individuati dalla Guardia di finanza alcuni dei quali – stando al pm Antonino Nastasi che firma le 15 pagine insieme al procuratore aggiunto Luca Turco e al procuratore capo Giuseppe Creazzo – avrebbero corrotto Luca Lotti perché nella sua carica segretario del Comitato Interministeriale per la programmazione economica li agevolasse nei rispettivi settori.

Le accuse al Giglio magico: Open “diretta” da Renzi – Nell’avviso di conclusione indagini c’è scritto che Bianchi, Carrai, Lotti e Boschi erano “componenti del consiglio direttivo della Fondazione Open, riferibile a Renzi Matteo (e da lui diretta)”. E dunque per i pm all’ex premier viene contestato il reato di finanziamento illecito ai partiti come direttore ‘”di fatto” della stessa fondazione. Renzi, Bianchi, Carrai, Lotti e Boschi sono indagati per l’ipotesi di reato di finanziamento illecito ai partiti perché “ricevevano, in violazione della normativa citata, i seguenti contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla Fondazione Open; somme utilizzate per sostenere l’attività politica di Renzi, Lotti e Boschi e della corrente renziana”. Si tratta di un totale di 3.567.562 euro dal 7 novembre 2014 all’11 luglio 2018. Solo nel 2016 1,4 milioni. Nel lungo elenco di finanziatori, i più generosi – estranei alle indagini – è la società Moby che nel 2015 ha dato 100mila euro e Vincenzo Onorato, patron della stessa società di collegamenti marittimi – che ha bonificato 50mila euro nel 2016. Molto generose anche le donazioni di Tci telecomunicazioni italia (200mila nel 2017 e 300mila nel 2018) e Tci elettromeccanica srl (200mila nel 2017 e 200mila nel 2018). Dallo stampatore Vittorio Farina, invece, sono arrivati 200mila euro divisi in 2 tranche da 50mila nel dicembre del 2016 e una da 100mila nel maggio del 2017. Nell’elenco anche i bonifici di Getra power e la Getra distribution che versano a Open rispettivamente 75mila e 75mila euro il 13 ottobre 2016: due giorni prima Renzi aveva visitato gli stabilimenti di Marcianise.

L’affare del tabacco – La società British American Tobacco, poi, ha donato poco più di 253mila euro in totale negli anni 2014, 2015 e 2017. Proprio per l’affaire British – la società è indagata per la legge 231 – a Lotti e Bianchi viene contestata la corruzione per l’esercizio della funzione. A Lotti, che all’epoca in cui Renzi era a Palazzo Chigi era segretario del Comitato Interministeriale per la programmazione economica, si contesta di essersi “ripetutamente adoperato, nel periodo temporale 2014 – 2017, in relazione a disposizioni normative di interesse per la spa British American Tobacco Italia spa (delega fiscale 2014 in materia di accise sui tabacchi lavorati, procedura comunitaria 2015 relativa al c.d. ‘pacchetto generico‘, emendamenti a legge di bilancio 2016, emendamento onere fiscale minimo legge bilancio 2017)”. Sempre per questa vicenda sono indagati Giovanni Caucci e Carmine Gianluca Ansalone, rispettivamente vice presidente del consiglio di amministrazione e responsabile dell’ufficio relazioni esterne. per l’ipotizzato finanziamento illecito. Per questo affare la procura rileva una contestazione anche all’ex presidente dei Open: Alberto Bianchi per gli inquirenti avrebbe emesso una fattura falsa (con data 3 agosto 2016) dell’importo di 83.200,00, ma in realtà avrebbe versato il ricavato (al netto delle imposte) alla Fondazione Open per nascondere la donazione.

Le leggi a favore di Toto – Sempre Lotti è accusato di essersi adoperato affinché in Parlamento venissero approvate norme favorevoli alla Toto costruzioni, titolare di concessioni autostradale. In cambio avrebbe ottenuto in cambio di queste ‘attenzioni’ finanziamenti per la fondazione. In particolare, come ricompensa per l’operato di Lotti, il gruppo Toto avrebbe versato all’allora presidente di Open, avvocato Alberto Bianchi, 801.600 euro a fronte di una prestazione professionale fittizia. Di questa somma, Bianchi avrebbe poi versato 200.000 euro alla Open e altri 200.000 al comitato per il Sì al referendum sulla riforma costituzionale. Per quest’episodio oltre a Lotti sono accusati di corruzione Bianchi, l’imprenditore Patrizio Donnini e Alfonso Toto, quale referente della Toto Costruzioni.

Sempre in relazione allo stesso episodio, a Toto viene contestato anche il reato di finanziamento illecito ai partiti. Sia Alfonso Toto che Patrizio Donnini inoltre devono rispondere dell’accusa di traffico di influenze in concorso illecite: per l’accusa, Donnini, si sarebbe fatto pagare da Toto circa 1 milione di euro per una sua mediazione illecita con Luca Lotti. Il denaro, è la tesi dei pm, fu corrisposto attraverso Renexia spa (gruppo Toto) alla Immobil Green srl amministrata da Donnini. Quest’ultimo, accusato anche di autoriciclaggio, per mascherare la provenienza dei soldi, avrebbe impiegato parte delle somma ricevuta in due società attive nel settore del turismo e in acquisti immobiliari.

Il capitolo Maestrelli – Tra gli indagati c’è anche Riccardo Maestrelli, l’imprenditore nominato dal governo Renzi nel cda alla Cassa depositi e prestiti nel 2015 e il cui nome era emerso per il prestito ricevuto dal senatore per l’acquisto della villa di Firenze. All’imprenditore viene contestato il finanziamento illecito per tre versamenti alla Open attraverso tre società: la Framafruit per 70mila euro, la Tirrenofruit per 50mila euro, la Fondiaria Mape per 30mila euro. Tutte donazioni avvenute tra il 22 2 il 23 febbraio del 2018. Denaro utilizzano secondo i pm “per acquistare beni e servizi destinati a Renzi”.

La tv scientifica e il traffico di influenze – L’ultimo capitolo della chiusura indagini ha come protagonisti ancora l’avvocato Bianchi e Pietro Di Lorenzo. Secondo gli inquirenti l’ex presidente di Open – sfruttando la sua relazione con Lotti – si faceva dare da Di Lorenzo “come prezzo della propria mediazione illecita” 130mila euro tramite la società Irbm tra l’ottobre del 2016 e il giugno del 2017. Una mediazione che avrebbero dovuto riguardare l’erogazione di finanziamenti pubblici per la realizzazione di una tv scientifica su piattaforma digitale e satellitare in favore del consorzio Cnccs (Collezione nazionale dei composti chimici e centro screening) partecipato dalla stessa Irbm e dal Consiglio nazionale delle Ricerche e dll’Istituto superiore di Sanità. I 130mila euro, stando ai calcoli delle Fiamme gialle, sono stati versati in cinque tranche: tre da 30mila euro e due da 20mila.

Fonte: Il Fatto Quotidiano.it

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