Anticamente Viterbo era conosciuta come la città dalle cento torri e dalle cento fontane. Purtroppo non tutte le torri e le fontane sono giunte fino a noi.

Non intendo fare un elenco esaustivo di tutte le fontane di Viterbo, bensì parlare di quelle più importanti sia dal punto di vista storico, che quello artistico. Ma anche qualche curiosità.

Chiesa santa Maria del Poggio, o Crocetta.

Iniziamo, se non altro per rendere omaggio alla nostra santa Patrona, santa Rosa, con quella di fronte alla chiesa della Crocetta. La fontana è del XIII secolo ed è situata a Piazza della Crocetta di fronte alla chiesa santa Maria del Poggio. Sia la piazza, sia la fontana, devono il nome ai padri Crociferi, che, dal 1600 risiedono nella parrocchia. Sulla vasca circolare si innalza la classica forma a fuso tipica delle fontane medievali. Le quattro cannelle che la alimentano fuoriescono da teste di leoni. La scultura sulla cuspide rappresenta un miracolo di Santa Rosa. Si narra che, la santa veniva ad attingere acqua a questa fontana e un giorno, dato che ad una compagna si era rotta la brocca, ne raccolse i cocci e la ricompose miracolosamente.

A Santa Rosa vengono attribuiti moltissimi miracoli, e quanto prima racconteremo della nostra Patrona.

Piazza della Morte 

A piazza della Morte, troviamo un’altra fontana medievale del XIII secolo   ovviamente dalla caratteristica forma a fuso.

Questa è sicuramente una delle più antiche di Viterbo. Prende il nome di San Tommaso dalla chiesa cui apparteneva, ma, è più conosciuta come

“Fontana della Morte”. La piazza non si chiama così perché, come qualcuno credeva, ci si uccidessero le persone, ma bensì deve questo nome alla compagnia della “Buona morte” che, aveva la propria sede nella chiesa e che, come scopi aveva quello di assistere i moribondi e quello di provvedere alla sepoltura dei morti delle campagne.

Scendendo da Porta Romana troviamo Piazza Fontana Grande. 

Questa piazza, armoniosa nel suo insieme, vanta la più antica e prestigiosa fontana che è possibile ammirare in città. Eretta intorno al 1206 fu portata nelle forme attuali nel 1279 sotto il podestariato del celebre Orso Orsini. La struttura così leggiadra e unica ha ispirato pittori e poeti, in una gara di continua esaltazione di linee architettoniche tanto inusitate.

Un antico stornello toscano che dice:

E sete la più bella mentovata/ più che non è di maggio rosa o fiore/ più che non è d’Orvieto la facciata/ e di Viterbo la fonte maggiore.

Questo innamorato dice alla sua ragazza che è più bella perfino della facciata del Duomo di Orvieto e della Fontana Maggiore (Fontana Grande) di Viterbo. Questo vuol dire che la fontana era considerata una delle opere più belle della zona.

La Fontana fu sempre tenuta in gran conto tanto che era prevista una forte multa per chi avesse aperto il suo tubo di scarico o avesse abbeverato animali nella sua vasca. Venne chiamata Fontana del Sepale o del Separe. Il nome Sepale forse deriva dalla siepe o dalla staccionata che circondava la fontana originaria.

Sepale venne poi cambiato in Separi che vorrebbe significare “sine pari” cioè senza pari, proprio per sottolineare la bellezza della fontana che non somiglia ad alcun altra. Osserviamola un po’ più da vicino.

Sotto presenta una vasca a croce. Al centro di questa si alza un’alta colonna che regge due vasche più piccole. Ciascuna vasca piccola ha quattro vaschette che la fanno somigliare a un fiore.

La fontana termina con una punta che ricorda la parte finale delle fontane a fuso, anche se è decorata con maggiore ricchezza.

L’acqua che zampilla dal pinnacolo è quella della Palanzana.

Su questa Piazza, fino al 1496, si affacciava un raro e bellissimo palazzo del XII secolo, esemplare raffinato della più geniale architettura romanica, appartenente alla famiglia Gatti che fu fatto radere al suolo da papa Borgia (Alessandro VI). Detto Palazzo si estendeva da via San Pietro dell’Olmo  (oggi Via Card. La Fontaine) sino alla Piazza del Sepale ( oggi Piazza Fontana Grande).

Fu lasciato in piedi, non è dato sapere per quale ragione, un grande moncone che è ancora visibile in Via Card. La Fontaine sopra la fonte del S. Moccichello. Parte di questa area ricavata dall’abbattimento del palazzo Gatti fu poi occupata nel 1634 per costruirvi il convento dei PP Carmelitani Scalzi e l’annessa chiesa di S. Giuseppe e Santa Teresa ( locali che dal 1880 e sino a pochi anni fa furono adibiti a Tribunale e Uffici Giudiziari).

Piazza della Rocca e la sua fontana

E’ la piazza delimitata dalla Rocca eretta nel 1354 per volere del Card. Egidio Albornoz per garantire allo Stato della Chiesa il dominio della città.

Venne rinforzata con grossi muri per ordine di Bonifacio IX nel 1395, ingrandite e migliorate le stanze interne, ad opera di molti viterbesi bramosi di lucrare indulgenze.

Nel 1523 venne concessa dal Pontefice Clemente VII ai Cavalieri Gerosolimitani esuli dall’isola di Rodi ai quali fu permesso anche di officiare nella vicina chiesa di S. Faustino e Giovita. Paolo III Farnese, cittadino viterbese, intorno all’anno 1537 provvide al restauro del fabbricato inserendovi la propria arma e la scritta nel fascione sotto le colonne della loggia.

Nel 1682, dalla Camera Apostolica venne data in enfiteusi al nobile locale Sebastiano Zazzera ereditandola successivamente il figlio Giuseppe.

L’ultimo castellano è stato il marchese Lotario Ottieri che, nell’agosto del 1741, consegnerà la Rocca all’Ospizio degli Esposti a seguito dell’acquisto fatto dal Card. Caracciolo nel 1738.

La Piazza è adornata anche da una imponente fontana ma sulla paternità del disegno della stessa i maggiori storici viterbesi ( Pinzi- Scriattoli- Signorelli- Gargana- Egidi) sono in disaccordo perché è dubbio se attribuirla al Vignola oppure a Giacomo Barozzi o a Tommaso Ghinucci.

Di notevole pregio è anche il Palazzo Grandori immortalato nel 1953 dal regista Fellini nelle scene del carnevale inserite nel film “ I Vitelloni”.

Certo, allora la piazza era diversa, non c’erano giardinetti e neppure i muretti che dividono la strada dal parcheggio.

Questa piazza è stata, poi, una delle più importanti della città. Era un posto dove la gente si riuniva in diverse occasioni: qui si assisteva alla “tombola” e, sempre qui, che fu proiettato il primo film a Viterbo.

Lo spettacolo avvenne all’aperto e il telo dove venivano proiettate le immagini era trasparente, affinché il film si potesse vedere sia da una parte sia  dall’altra. Sempre su questa piazza, alla fine dell’800, quando c’era ancora la pena di morte, il boia uccideva i condannati a morte. Tra questi ce n’era uno molto particolare, tanto che i Viterbesi ancora, lo ricordano. Si chiamava Cicoria ed era un gran delinquente, ma riusciva a fare lo spiritoso anche di fronte alla morte. Si racconta che, mentre era portato in Piazza della Rocca per essere giustiziato, vide la gente correre per occupare il posto e

per meglio vedere lo “spettacolo”, diciamo così, allora rivolgendosi alla piazza disse:

“Nun currete, tanto se non arrivo io, lo spettacolo non comincia!”

Quando poi, arrivò davanti al boia, esclamò. “ Aho e ‘na cosa così nun m’era capitata mae”. Intanto si annuvolava e lui diventava nervoso. Alla fine disse al boia:

“Sbrigate a tajiamme ‘sta capoccia, sennò pijamo  pure l’acqua!”

“ …quando si dice ironia…”

Nel prossimo articolo continueremo a parlare delle fontane di Viterbo.

Rosanna De Marchi

Foto by Federico Botarelli Photography

Instagram federico.botarelli.ph

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