“Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore”.

Lo scrittore talvolta diventa un fantasma che si aggira nelle vite degli altri, un osservatore che fa e disfa trame, ruba le sembianze e gli eventi dalla vita e li inserisce in un sogno da lui immaginato.

Questa è la sorte del protagonista de Le notti bianche, scrittore ideale ma non di professione, un giovane senza amici, “né buoni conoscenti, né qualcuno con cui dividere la propria gioia nei momenti di gioia”.

La solitudine è il motore della sua immaginazione che lo porta a vagare per le vie di una San Pietroburgo notturna, anelando a un incontro capace di suscitargli delle emozioni reali e non solo immaginate.

Il suo desiderio è sincero per quanto la sua indole l’abbia sempre portato a preferire i suoi sogni alla compagnia dell’Altro. Non si tratta infatti di un essere ripugnante ma di un giovane uomo, che conosce tutti ma che nessuno conosce, bloccato tra l’attesa della vita e la paura di viverla.

‘Le notti bianche” è un racconto giovanile di Fëdor Dostoevskij, pubblicato per la prima volta nel 1848, sulla rivista Otečestvennye zapiski (Annali patri), n. 12.

L’opera prende il nome dal periodo dell’anno noto col nome di “notti bianche”, in cui nella Russia del nord, inclusa la zona di San Pietroburgo, il sole tramonta dopo le 22.

L’immaturità sentimentale del protagonista del capolavoro russo, verrà messa alla prova da un incontro, che la vita gli ha riservato, quello con Nasten’ka, una ragazza con una storia da raccontargli.

Egli s’innamora di lei e, di fronte a questo sentimento autentico, anche il più vivido dei sogni ingrigisce; la fantasia si mostra per quello che è: “schiava di un’ombra, di un’idea”. Invano il sognatore fruga nei suoi vecchi sogni, cercandone uno che possa scaldarlo come l’emozione che ha provato nell’incontro con l’Altro. Perché anche la più elaborata delle fantasticherie non può competere con la vita,

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