I gabbiani, però, non si accontentano di mirare le terre. In genere, prediligono la costa.  Li ho immaginati lanciarsi in mezzo a quelle ali in pietra costituite dai  palazzi, lungo la via che da Piazza Giacomo Matteotti  giunge alla Barriera San Giusto, quella stessa via che ero abituata a percorrere in salita nei pomeriggi estivi.

Talvolta, anche andare in spiaggia può essere un peso, e una località come Tarquinia offre un’ottima opportunità per chi volesse distaccarsi per qualche ora dall’arsura del sole. Noi, andavamo nel tardo pomeriggio. Ci piaceva passeggiare lungo il Corso e curiosare nelle vetrine allestite con cura.

Piazza Giacomo Matteotti

Scendendo verso la grande piazza, in cui sostavano decine di avventori dei tanti locali presenti, ci siamo voltati verso destra, ed abbiamo notato degli edifici che avevano tutta l’aria di aver visto centinaia di cicli stagionali. La grande lastra in travertino indicava che la via era intitolata a un orfanotrofio. Abbiamo cercato tra le costruzioni un simbolo, o una targa, che potesse distinguerlo dagli altri.

Il palazzo che lo ospitava possiede un interessante loggiato e una torre. Sulla facciata è visibile l’incavo che un tempo era occupato dalla Ruota, nella quale venivano lasciati i figli illegittimi.

Sembra che, in quella strada, venne fondato un ricovero per fanciulle. Il fautore di questa benefica opera fu il cardinale Marcantonio Barbarigo, che fu vescovo di Corneto dal 1689 al 1706.

Nella cittadina, a quel tempo, vagavano per le strade molte ragazze senza famiglia e sottoposte a pericoli contingenti, Barbarigo fece in modo che avessero un riparo e un’educazione, impartite in un primo momento da una maestra che la storia vuole si chiamasse Vincenza. Col tempo, e siamo già al 1729,  grazie a donazioni effettuate da filantropi, fu anche aperto un ospedale in cui erano assistite le donne che lavoravano nei campi.

Vagando per le vie della cittadina medioevale, ci siamo stupiti ad ogni passo per le innumerevoli testimonianze che, pian piano, ci si mostravano. Le vie di Tarquinia, non sono strette e oscure come quelle degli altri borghi che ci siamo trovati a visitare.

E’ strano, nella mia infanzia e adolescenza questa zona era tra quelle che più frequentavo. Sia nella bella che nella stagione più rigida. Ci siamo recati frequentemente al mare in inverno. Le temperature non sono mai troppo basse, ma il vento esprime con vigore la propria potenza. Con esso ho un duplice rapporto, quasi fosse un odio che non riesce a vincere sull’amore. Mi infastidisce, sebbene io corra spesso a cercarlo. Ne sono attratta con la stessa forza con cui mi attraggono gli estremi.

E anche se Tarquinia è stata meta per decenni delle mie gite domenicali, non mi ero mai spinta nei luoghi più silenziosi che ne fanno una perla rara e senza alcuna imperfezione.

Di questo comune si è detto tanto, forse si è detto tutto. Non è semplice narrarlo senza correre il pericolo di ripetere quanto è stato già evidenziato.

Nel nostro vagare, non siamo riusciti a seguire un percorso regolare, ci siamo spostati indifferentemente in varie direzioni, cogliendo quanto più ci emozionasse.

Il percorso a baionetta

C’è un luogo, a Tarquinia, che incarna più di ogni altro l’essenza storica della terra. L’abbiamo raggiunto in macchina, certi che nel poco tempo che avevamo a nostra disposizione, non saremmo riusciti a rendere merito alle vestigia presenti.

Un lungo muro, al di sotto del quale si staglia l’ampia vallata attraversata dal Fiume Marta e dalla Strada Provinciale Tarquiniese, contiene uno spazio verde, il Belvedere della Ripa, in cui abbiamo visto alcune persone che godevano dell’aria tiepida al calar del sole.

I nostri passi, che si adagiavano morbidamente sul fresco tappeto d’erba, ci hanno condotto alla Torre di Matilde di Canossa.

Per capire come la figura della Granduchessa si inserì nella storia di Tarquinia, è necessario ripercorrere tutte le tappe che l’hanno portata a essere una delle città più di rilievo dell’Etruria.

Il panorama dal Belvedere

L’antica Tarchuna, che pare abbia preso il nome dall’aruspice etrusco Tarconte, conobbe un periodo di massima espansione nel IV secolo a.C.. Da quel periodo in poi, iniziò un’epoca di spopolamento che condusse la popolazione a spostarsi verso un’altura poco distante.  Nel V secolo entrò a far parte del Regno Romano Gotico di Teodorico. Nel secolo successivo fu coinvolta nella guerra gotica e pochi decenni dopo passò sotto il Ducato di Tuscia. Così, nel VII secolo, nacque Corneto, nome con cui il borgo maremmano è conosciuto fino al secondo decennio del ‘900 (sebbene dal 1872, venne accompagnato a questo Tarquinia). E’ probabile che la denominazione Corneto derivi dalla pianta di corniolo, di cui il pianoro era ricco.

In quel periodo, dopo aver arricchito i domini carolingi,  venne donata al pontefice e iniziò ad esser parte dello Stato della Chiesa, allora istituito.

L’antica rocca  Corgnetum, sorgeva su di un colle dal quale si vedeva il mare. Era l’VIII secolo, e in quelle amene terre non c’era ancora traccia della Torre di Corgnitu che sarebbe stata poi eretta nel 939 e che avrebbe dato inizio allo sviluppo di quel centro medioevale che iniziò svilupparsi tra il 1000 e il 1100.

In quegli anni la potente feudataria Matilde di Canossa, sostenitrice delle investiture papali,  arrivò a dominare tutti i territori italici a nord dello Stato Pontificio.

E tra queste terre sorgeva Corneto, nel dominio, appunto, di Canossa. In realtà, la torre venne costruita soltanto nel XV secolo nel luogo dove era situato un castello in cui, già nel 1080 Matilde dirimeva le più importanti controversie cittadine.

Narra la leggenda,  che durante le  notti più oscure, nel torrione è possibile incontrare la contessa che si aggira tormentata a reclamare felicità.

La torre, che presenta una base quadrata, si dice che sia stata edificata per volontà del cardinale Giovanni Vitelleschi tra il 1435 e il 1439.

Di lì, dopo aver attraversato un percorso detto “a baionetta”, formato da due fila di mura e da due porte, si giunge allo spazio in cui sorse uno dei migliori esempi di stile romanico della Tuscia.

Mi sono fermata al di sotto della Porta di Castello per farmi ritrarre, con l’inganno, in una foto. La mia figura ancora abbronzata, semplicemente abbigliata con un paio di jeans e una blusa in sangallo bianca, sembrava quasi confondersi tra le dorate pietre di macco.

L’interno della Chiesa di Santa Maria in Castello

Allontanati dalla porta, abbiamo raggiunto l’antica Chiesa di Santa Maria in Castello, costruita nel XII secolo in una zona disabitata della città chiamata, al tempo Castrum Corgnetum.

Ci siamo avvicinati alla chiesa ammirandone l’imponente facciata e gettando l’occhio sull’altissima torre che la precede, la più elevata dell’intera città. Il cielo era di un azzurro splendente, interrotto da qualche nuvola che ci ricordava che era oramai finita l’estate. Al di sotto del piazzale, ancora un’altra porta che apriva sulla campagna che si avvia verso la Valle del Marta.

Le sue mura  furono innalzate a partire dal 1121, seguendo un progetto che venne affidato a vari architetti. Questa affermazione è possibile farla in quanto sul portale sono presenti iscrizioni in cui vengono citati Pietro e Nicola di Ranuccio, poi Giovanni e Guittone, autori, probabilmente, anche delle decorazioni. La chiesa fu terminata quasi un secolo dopo, nel 1207, e  consacrata da Innocenzo III. In essa vennero officiate le funzioni fino al 1435. Molti furono i restauri che si succedettero. Nella seconda metà del XVI secolo fu sconsacrata e abbandonata.

Siamo entrati dall’ampia porta centrale. L’altezza delle sue volte, tese verso l’Altissimo, ci ha emozionati. Gli interni, scevri da affreschi e dipinti, sono impreziositi dalla particolarissima pavimentazione cosmatesca. I raffinatissimi mosaici, tra cui spicca anche un’iscrizione etrusca, appaiono purtroppo rovinati e frammentari a causa del trattamento ricevuto dai membri appartenenti alle truppe francesi giunte in Italia  per volontà di Papa Pio IX. Quella che era una volta, ed è fortunatamente ora, una bellissima chiesa, venne adibita a stalla.

Nella navata di destra, fa mostra di sé un particolarissimo fonte battesimale di forma ottagonale. Ciascun quadrante, rivestito in marmo, proviene, almeno secondo quanto narra la tradizione locale, dalla città romana di Gravisca, distrutta per mano dei Barbari. Dopo il lungo permanere all’interno del sacro edificio, ce ne siamo andati, ripercorrendo a ritroso la strada che ci aveva condotti fin lì, al limitare di Tarquinia.

Rientrati nelle mura, abbiamo notato una terrazza da cui si vedeva il mare. Abbiamo oltrepassato l’ingresso e, nonostante fosse privata, ci siamo spinti fino al parapetto, per rubare uno scatto e immortalare la superficie laminata del mare.

Abbiamo proseguito per le vie della città, ritornando spesso sui nostri passi, per esser certi di non aver dimenticato nulla e di aver visto tutto.

Piazza Titta Marini

Tornando verso il centro, ci siamo imbattuti in uno slargo dedicato a  Titta Marini, poeta locale e amico del grande Cardarelli. Una figura sicuramente pittoresca, un uomo benestante, alla ricerca di uno stile esteriore perfetto, almeno da quello che si desume dalle cronache. Tanti aneddoti vennero raccontati su di lui, specie sul rapporto boccaccesco e, se vogliamo, poco rispettoso, che aveva con le donne. Scherniva il perbenismo e i perbenisti, e cercava di non nascondersi, apparendo proprio per quello che era: anticonformista, provocatorio e tagliente.

Sulla piazza a lui intitolata, in un grazioso edificio, è situato l’ Archivio Storico Comunale. Nello stesso, aveva sede il vecchio ospedale di S. Spirito, costruito nel XV secolo dall’ordine ospitaliero romano che nei luoghi limitrofi aveva edificato anche il palazzo priorale e la propria chiesa .

Se ripenso  oggi a quel pomeriggio tarquiniese, mi viene in mente un cassetto pieno zeppo di foto dalle diverse dimensioni, alcune a colori, altre tinteggiate di seppia, altre ancora in bianco e nero. Capita, a volte, che i cassetti cadano e le foto si spargano a terra. Alcune con la stampa rivolta verso l’alto, altre al contrario. Questo è ciò che mi rimane della cittadina maremmana. Alcuni monumenti, chiese, palazzi, vicoli, torri e piazze li avrò per sempre impressi nella mente. Di altri, sebbene li abbia largamente apprezzati nel momento in cui mi si sono rivelati, avrò soltanto un ricordo sfuocato.

Tra le chiese, quelle che ricordiamo maggiormente sono la piccola Chiesa di San Pancrazio, della quale non è certa la data di costruzione, nonostante gli elementi architettonici presenti, di chiara derivazione normanna,  riconducano l’origine a cavallo tra i secoli XII e XIII. Nei primi anni del ‘900 venne dismessa e  lasciata nell’incuria, fino a che, nel 1950, iniziò l’opera di recupero. Ad oggi, viene utilizzata come sede per eventi culturali. Negli anni in cui mi recavo a Tarquinia per assistere ai concorsi musicali, ebbi il piacere di entrare in questo gioiellino per ascoltare le note che uscivano dal violino di mio figlio.

Usciti dalla stretta Via di Porta Castello, in cui delle basse case in pietra avevano segnato il nostro percorso da destra, ci siamo trovati su un’ampia piazza dalla quale il Duomo grida la propria condizione.

Gli interni del Duomo

La Chiesa di SS. Maria e Margherita, si impone anche grazie all’ampia e chiara facciata. Essa venne edificata nel 1260 ed elevata a cattedrale di Corneto  il 5 dicembre 1435. Per volere di Bartolomeo Vitelleschi, nel corso del 1400, venne ampliata ma nel 1643 fu distrutta da un devastante incendio. Prontamente ricostruita, nel XIX secolo fu restaurata e ingrandita. La chiesa fu poi consacrata dal Vescovo di Corneto e Civitavecchia nel 1879.

Lasciato il Duomo alle spalle, ci siamo introdotti nelle viuzze che collegano la piazza al raffinatissimo Palazzo Vitelleschi, eretto nel XV secolo e sede del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia.

Tra belle e antiche chiese, e piazzette accoglienti, nelle quali sembra sempre che si stia facendo festa, siamo arrivati al museo.

L’edificio è una meraviglia architettonica, in cui il gusto esteriore si mescola divinamente ai tesori che contiene. Ceramiche villanoviane, e quindi precedenti al periodo etrusco, reperti fenici, egizi, greci, ceramiche attiche e monete d’oro provenienti dalla colonia romana di Gravisca.

Nelle sale sono presenti anche le ricostruzioni di alcune tombe, degli oggetti che venivano offerti, per devozione, alle divinità e i magnifici Cavalli Alati, che erano parte delle decorazioni del tempio dell’Ara della Regina.

Il cortile interno di Palazzo Vitelleschi

Palazzo Vitelleschi, sorto in posizione dominante e aperta sulle campagne e sul mare, si trova poco distante dalla Barriera di San Giusto, quella che era Porta Firenze, ideata negli ultimi anni del XIX secolo, e nelle forme attuali dal secondo decennio del ‘900. Anticamente, lì si trovava la Porta della Valle. I pilastri in travertino sono sormontati da stemmi comunali. A metà degli anni ’30 venne rimossa la cancellata in ferro.

Sulla strada del ritorno abbiamo incontrato l’elegante e finemente affrescato Palazzo Bruschi Falgari, edificato tra il XVII e il XVII secolo, nelle cui stanze sono conservati i testi della biblioteca tarquiniese, tra l’altro, intitolata al poeta che più rappresenta la splendida cittadina colma di arte e di storia che, per narrarla per intero, avremmo bisogno di tanta e tanta pazienza da parte del lettore.

Ci limitiamo a dire, che nel corso del XII secolo divenne un libero comune che seppe resistere poi all’assedio di Federico II.  Passò poi sotto la Signoria dei Vitelleschi, i saccheggi di Albornoz e Orsini e due gravi pestilenze che depauperarono la città di due terzi degli abitanti.

Arrivarono poi i papi Clemente XII e Pio VII, i quali realizzarono rispettivamente il porto e gli impianti per l’estrazione del sale. Il momento della rinascita, venne poi frenato dalla venuta delle truppe napoleoniche prima e francesi poi. Nel 1815 tornò allo Stato Pontificio per restarci fino all’annessione al Regno d’Italia.

La nostra visita era giunta al termine. Un alito di aria tiepida, ci ha sfiorati. Un graffito della stagione più calda ci stava trasportando in una dimensione, ancora una volta, estiva.

Nessuna promessa terrena

 può dare pace al mio cuore

quanto la certezza di sole

che dal tuo cielo trabocca

“Estiva”

Vincenzo Cardarelli, 1915

 

Fonte: viterbox.it

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