Spettacoli, concerti, manifestazioni pubbliche. Queste tre espressioni di raduno della collettività recano con sé, per definizione, lo stesso finale: l’applauso.

Nei secoli passati, battere le mani aveva specifiche funzioni: nell’antica Mesopotamia serviva per coprire le urla delle vittime sacrificali durante riti religiosi, nell’antica Roma era il motore dell’incitamento dei gladiatori nell’arena e spesso sfociava in aperta violenza.

Ma l’applauso non era solo sangue e follia. Nell’antica Grecia, i teatri pullulavano di battiti di mani e di piedi, di rumori e di risate fragorose come segno di apprezzamento degli spettacoli.

Ben presto, però, l’applauso da strumento di mera approvazione divenne arma di legittimazione del potere: l’applauso lungo e scrosciante con il quale veniva accolto un senatore o un oratore era quasi certamente sinonimo di vittoria alle elezioni per uno e di accresciuta fama per l’altro.

Ma la folla non era facilmente prevedibile e per evitare “inconvenienti”, il plauso divenne d’obbligo: guai a non accogliere Cesare di ritorno da una campagna militare con un applauso. Ad orchestrare il battito di mani intervenne una figura creata ad hoc (il claque, la stessa che si trova oggi negli studi televisivi e nei teatri, per intenderci, atta a far applaudire il pubblico in momenti stabiliti).

Dall’antica Roma alla Germania di Hitler l’applauso non è invecchiato di un giorno: è sempre lui il protagonista principale sulla scena, accompagnando i discorsi del Fuhrer, di Mussolini e di Castro e confermandosi l’indicatore più affidabile di consenso.

Un consenso che sa di fiducia cieca e assoluta, che spesso poco ha a che fare con i meriti e che somiglia più all’acclamazione di un dittatore che alla celebrazione della democrazia. Riecheggia ancora il rumore dei lunghi applausi che hanno accompagnato Bettino Craxi alla vittoria (per acclamazione, appunto) nel 1984 e Berlusconi al potere come “uomo nuovo” nel 1994. Nei panni di uomo nuovo ci è entrato anche Beppe Grillo, che ha fatto degli applausi delle piazze gremite di adulatori il principale strumento di battaglia contro gli avversari. Anche per Grillo la vittoria è un battito di mani.

Insomma, l’applauso è espressione di approvazione, di apprezzamento, è quel gesto fragoroso che da solo dice “ciò che abbiamo visto ci è piaciuto”. Si è parlato di piazze gremite, di folle in delirio che applaudono e osannano ora questo ora quell’altro oratore.

 Ma sempre tutti insieme, perché battere le mani è contagioso. Uno studio condotto dall’università di Uppsala, in Svezia, e pubblicato sulla rivista scientifica Royal Society Interface, ha dimostrato che è l’entusiasmo degli altri ad attivare il nostro, cosicché dall’applauso di uno, parte la manifestazione d’apprezzamento degli altri. Un po’ come succede con lo sbadiglio, anch’esso contagioso.

Gli studiosi svedesi hanno chiesto a un gruppo di studenti di applaudire al termine di una lettura per testare la reazione del resto del pubblico. Risultato: esattamente come vi immaginate, gli studenti hanno fatto da traino per l’applauso che ha coinvolto l’intera sala.

Spontaneo o meno, l’applauso è il premio che ogni oratore o artista spera di ricevere alla fine della performance. L’applauso è quella forma di apprezzamento a distanza che, se si manifestasse da vicino, sarebbe traducibile in una pacca sulla spalla o in una forte stretta di mano.

Le più antiche testimonianze sull’applauso risalgono al periodo del teatro classico greco. L’idea originaria è quella di esprimere approvazione con rumori, perciò il pubblico gridava, batteva le mani e pestava i piedi. L’uso passò poi ai Romani, il cui entusiasmo era spesso così scomposto da arrivare alla violenza: Augusto fu costretto a regolare gli applausi, imponendo un disciplinatore che dava il segnale di inizio. Col passare dei secoli l’uso dell’applauso si è modificato e, per fortuna, non arriviamo alle gazzarre di una volta.

Per concludere, se ciò che vediamo, o ascoltiamo ci piace, battiamo le mani!

Rosanna De Marchi

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