Dopo decenni di tentativi, dovrebbero sparire i bolli per passaporti e laurea e alcune addizionali locali.

Era il 1986 quando uscì un libro di Giulio Tremonti e Giuseppe Vitaletti, Le cento tasse degli italiani, destinato a svelare quella che era diventata una vera giungla fiscale, ma che non aveva raggiunto però il livello di massima espansione dei decenni successivi. Fin da allora, tutti i governi e i ministri delle Finanze e del Tesoro hanno promesso di disboscarla a colpi di machete. Senza riuscirvi.

Ora è la volta dell’esecutivo Draghi che, nella delega tributaria approvata qualche giorno fa, ha inserito la missione di un taglio drastico delle micro-imposte e dei micro-balzelli che fruttano poco all’erario ma fanno dannare tanto gli italiani: dal superbollo alla tassa sul passaporto a quella sulla laurea. E così, se davvero questa dovesse rivelarsi l’occasione propizia, nel giro di un anno non dovremmo più fare i conti con una miriade di micro-tributi che hanno un gettito che è stato quantificato come inferiore allo 0,01% del totale delle entrate tributarie per lo Stato e allo 0,1% per le Regioni e i Comuni.

Nel complesso, secondo la stima contenuta nel documento che le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno messo a punto, si tratterebbe di 250 milioni di euro per una ventina di micro-tributi. Tali forme di imposizione — scrivono i parlamentari — contribuiscono alla complessità del sistema e presentano costi gestionali elevati, con onerose procedure di accertamento e riscossione a fronte dell’irrisorietà del gettito prodotto. Del resto, anche il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, si è espresso criticamente contro la frammentazione impositiva, “che è un freno per gli investimenti e rende oscuro il mondo del fisco ai contribuenti”. Ma quali sono i micro-prelievi che potrebbero essere cancellati da uno dei prossimi decreti legislativi di attuazione della delega?

Nell’elenco rientrano il Superbollo, la tassa di laurea, le tasse di pubblico insegnamento, l’imposta sugli intrattenimenti, la maggiorazione del tributo comunale sui rifiuti, la tassa regionale di abilitazione all’esercizio professionale. Ma anche: l’addizionale regionale sui canoni per le utenze di acque pubbliche, i diritti di licenza sulle accise, l’imposta erariale sui voli dei passeggeri di aerotaxi e sugli aeromobili privati, la tassa sulle emissioni di anidride solforosa e ossidi di azoto, l’imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili civili. Si tratta, come si nota, di imposte con le quali siamo costretti a fare i conti in molteplici occasioni, ma che, una volta eliminate, non determinerebbero gravi buchi nelle casse dello Stato.

Al contrario, la loro eliminazione favorirebbe un netto miglioramento della qualità delle vita delle famiglie e dell’efficienza delle imprese. Lo scopo-chiave dell’operazione, del resto, è duplice: evitare adempimenti vessatori ai contribuenti, ma anche lavoro inutile alla macchina del fisco. D’altra parte, di questi balzelli, ha sottolineato più volte lo stesso Ruffini, “ce ne sono tanti: eliminandone una parte avremmo una vita più semplice noi in agenzia e, soprattutto, i contribuenti che devono fare una corsa a ostacoli”. A questo punto c’è solo da augurarsi che questa sia la volta buona e che non ci si arrenda davanti alla ricerca di 250 milioni di euro di gettito da trovare: basterebbe, anzi, solo recuperare il lavoro degli addetti alla riscossione e al controllo di imposte dal sapore medioevale.

Fonte: Quotidiano Nazionale.net

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