La battaglia di Antonio e la lettera al governo: “Lasciatemi andare sarà come rinascere”

ROMA – Sulle scrivanie dei ministri Roberto Speranza e Marta Cartabia c’è una lettera di diffida, per conoscenza comunicata anche al premier Mario Draghi. L’ha scritta l’avvocata Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Luca Coscioni, in nome e per conto di Antonio, di cui è anche co-difensore. Perché la Asl delle Marche gli ha negato il diritto al suicidio assistito che pure la Corte costituzionale ha riconosciuto possibile tre anni fa se ricorrono quattro condizioni. La Asl invece gli ha detto no, senza fare le verifiche necessarie. Adesso la diffida è lì, su quei tavoli, perché il governo, come dice Gallo, “ha il potere di attivarsi nel caso di mancato rispetto del diritto da parte delle istituzioni”.

Nel giorno in cui 1.239.423 firme testimoniano la volontà di altrettanti italiani di cambiare le norme sull’eutanasia è giusto scrivere la storia di Antonio. Lui la racconta così: “Questa non è più la mia vita. Prima facevo tutto da solo, adesso devo chiedere qualsiasi cosa. Dipendere da qualcuno è la cosa che mi fa più male, è quella che non riesco ad accettare. L’appoggio della mia famiglia è stato per me di grande importanza nei momenti più difficili ed ora posso dire grazie a mio padre, a mia madre, ai miei due fratelli se ho la forza e il coraggio di affrontare questa nuova sfida che mi riporterà a una rinascita”.

La sfida di Antonio – che oggi ha 43 anni – è lasciarsi la vita alle spalle. Per una scelta volontaria. Perché nel 2014, quando di anni ne aveva 36, la sua storia è cambiata di colpo. Aveva un bel lavoro che gli consentiva di viaggiare in tutt’Italia, e quel giorno si trovava in Sicilia, ben lontano dalla Marche, la regione dov’è nato, dove ha sempre vissuto, e dove vive tuttora. Purtroppo un bruttissimo incidente ha cambiato la sua storia. La situazione è apparsa subito drammatica, il referto parlava chiaro, “frattura delle vertebre C6-C7 con lesione mielica e tetraplegia di immediata comparsa”.

Operano Antonio d’urgenza, e subito dopo passa in un centro di riabilitazione anche famoso. Un anno dopo eccolo di nuovo a casa. Ma a leggere quello che scrivono i medici si capisce subito che nulla sarà più come prima, perché la sua situazione è drammatica: “Permane tetraplegia completa…”. Il seguito di quel referto parla da solo: “Si associano vescica e intestino neurogeni gestiti rispettivamente con cateterismi ad intermittenza ed evacuazioni indotte e programmate…”.

Antonio non può più muoversi da solo, dipende dagli altri per tutte le sue funzioni vitali. Il passato è solo un ricordo. Amava tutto quello che adesso gli è negato. Per sempre. Gli piacevano le auto. E correre con la moto. Adorava la neve, e camminare e arrampicarsi in montagna. Faceva snowboard. Adesso sono solo ricordi. Quelli che gli fanno dire “questa non è più la mia vita”. E che gli fanno scegliere in piena coscienza di lasciarsela alle spalle. Come ha fatto Dj Fabo. Come avrebbe voluto fare Daniela. Come vorrebbe fare Mario. Ma quando Antonio – il 2 ottobre del 2020 – si rivolge alla sua Asl di competenza “riceve un diniego privo di qualsiasi motivazione”, dice Filomena Gallo. Nessuna istruttoria medica, come ammette lo stesso Comitato etico. La diffida è inevitabile. Come sottolinea Gallo “Antonio è in possesso di tutti i requisiti previsti dalla Consulta per accedere al suicidio assistito in Italia. Un diritto arbitrariamente negato dall’Asl senza neppure effettuare le verifiche prescritte dalla sentenza. Per questo, adesso tocca al governo ripristinare la legalità violata dall’inerzia delle istituzioni competenti”.

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