L’obbligo di certificato colpirà pure la manodopera agricola. Ma tanti lavoratori non intendono vaccinarsi. L’allarme delle aziende: «Difficile trovare i sostituti». E chi ha ricevuto il russo Sputnik rimane nel limbo.

Si sarebbe tentati di sorridere, a prima vista, leggendo la notizia che stiamo per riferirvi: ma poi, pensandoci meglio, il sorriso si spegne subito e, semmai, subentra un rafforzato senso di sconcerto per il distacco dalla realtà di chi scrive norme – da Roma – senza rendersi minimamente conto delle conseguenze concrete che si determineranno per interi settori economici.

La notizia l’ha data il quotidiano La Nuova Ferrara: nonostante la gran parte del lavoro agricolo – per definizione – si svolga nei campi, e quindi all’aria aperta, senza rischi di contatto diretto e di contagio, il 15 ottobre prossimo scatterà comunque l’obbligo di green pass pure per i lavoratori di quel settore. Senza eccezioni, senza alcun riguardo per gli inesistenti problemi sanitari: l’obbligo si imporrà comunque, in modo ottusamente burocratico. Lo ha spiegato con chiarezza, interpellato dalla citata testata locale, il direttore di Confagricoltura Paolo Cavalcoli: «Ci siamo informati al ministero, non esistono deroghe e quindi le imprese dovranno adeguarsi».

La conseguenza è fin troppo facile da immaginare: quote consistenti di lavoratori – tuttora – non possono o non vogliono vaccinarsi. Morale: in mancanza di un tampone ogni 48 ore (con i relativi costi, non necessariamente sostenibili da parte di percettori di stipendi medio-bassi), quei dipendenti rischiano di dover essere messi da parte. Anzi: in base a un’interpretazione rigida delle norme, devono essere temporaneamente allontanati dal luogo di lavoro.

La Nuova Ferrara ha opportunamente dato voce alle preoccupazioni degli imprenditori agricoli. Ecco Paolo Bruni, presidente Cso: «Non possiamo negare che c’è un  rande problema, legato in particolare alla manodopera rumena, polacca e in generale dell’Est. Eravamo già sott o organico l’anno scorso: la manodopera locale che aveva colmato qualche deficit è probabilmente tornata ai precedenti lavori e quindi c’è il rischio che qualche azienda debba rinunciare a delle lavorazioni». Il quotidiano locale annota correttamente che è in gioco la raccolta delle mele tardive e dei kiwi.

La sensazione è che non pochi lavoratori dell’Est possano decidere di tornare in patria, facendo mancare risorse decisive per questa stagione del lavoro agricolo in Italia. E, di tutta evidenza, per le imprese non sarà affatto facile organizzarsi all’ultimo momento, e quindi trovare sostituzioni adeguate nei numeri e nei tempi.

Esiste anche una variante del problema, e cioè il caso dei lavoratori stranieri eventualmente vaccinati, ma con un diverso tipo di siero (in primo luogo, lo Sputnik) tuttora non riconosciuto dalle autorità italiane ed europee. Anche in quel caso, da un punto di vista giuridico, è come se la vaccinazione non ci fosse affatto.

Questo tipo di problema rischia di essere particolarmente forte nel comparto del lavoro domestico (colf, baby-sitter e badanti), dove le persone provenienti da paesi coperti da Sputnik sono in numero assai significativo. Anche in questo caso (tra persone non vaccinate o vaccinate con Sputnik), alcune stime arrivano a considerare a rischio quasi la metà delle attuali collaborazioni familiari in Italia. Anche qui, la domanda nasce spontanea: che si fa, si tronca il rapporto con una persona di fiducia, lasciando senza un supporto fondamentale un bambino, oppure un anziano, oppure una persona bisognosa di assistenza costante? Dalla sera alla mattina, le  famiglie italiane saranno dunque costrette a scelte così dirompenti e dagli effetti così negativi per la loro quotidianità?

Inutile girarci intorno. Si torna una volta di più al tema sollevato nei giorni scorsi dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro: i controlli funzioneranno (si fa per dire) solo se gli italiani chiuderanno un occhio, o forse entrambi gli occhi, determinando una larghissima disapplicazione del decreto. Ma è serio procedere così? È serio confidare nel fatto che le norme siano scritte in Gazzetta Ufficiale, ma che poi un po’ tutti si comportino come se il decreto non esistesse affatto?

A maggior ragione, rilanciamo un appello urgentissimo ai parlamentari. Oggi è il 6 ottobre: mancano cioè nove giorni al 15, quando scatterà l’obbligo di green pass anche per lavorare. Nove giorni sono pochi in assoluto, ma non sono pochissimi nel calendario parlamentare. Sarebbe opportuno (e serio) che Camera e Senato utilizzassero questo fazzoletto di giorni per correggere il decreto, e quindi per convertirlo in legge introducendo (quanto meno) le modifiche necessarie ad evitare queste conseguenze dannose e paradossali. Volendo, si può: e se si può, allora si dovrebbe farlo.

Fonte: La Verità.info

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