Come varia il colore
delle stagioni,
così gli umori e i pensieri degli uomini.
Tutto nel mondo è mutevole tempo.

Ed ecco, è già il pallido,
sepolcrale autunno,
quando pur ieri imperava
la rigogliosa quasi eterna estate.

Vincenzo Cardarelli

(Corneto 1887-Roma 1959))

Chissà se quel distinto signore col cappello, che appare sorridente in una foto scattata alla fine degli anni ’50, avrebbe scritto le stesse cose recandosi nella sua Corneto, l’odierna Tarquinia, in questo caldissimo inizio autunno del 2021.

Il sole riluceva quasi con violenza  sulla vasta superficie marina.

Panorama di Tarquinia

Sono stata amante del mare per tantissimi anni, fin quasi a percepire un profondo struggimento se per un po’ non lo vivevo.

Le situazioni forti modificano le abitudini e, quest’anno, che segna ancora una volta il percorso del  cambiamento, non mi sono bagnata nell’acqua salmastra, né ho affondato i passi sulle morbide sabbie del bagnasciuga. La voglia di mare mi è venuta a settembre, quando l’estate ha ceduto il passo alla stagione che la segue.

Abbiamo percorso la strada più veloce, accarezzando con lo sguardo l’acquedotto settecentesco detto delle “Arcatelle”, che decora il già bellissimo tratto che da Monte Romano conduce al bivio per Tarquinia.

Non siamo arrivati al crocevia. Abbiamo girato a destra per immetterci nella scorciatoia che attraversa i campi, gialli e incolti, delimitati da alte piante di finocchio che sembrano volersi impadronire  della via. Sulla sinistra abbiamo notato uno spazio davvero fuori dal comune. Un cartello indicava “archeologia industriale”. Non so se si riferisse al quel campo sterrato in cui erano presenti alcuni bambini che, accompagnati dalle proprie mamme, si divertivano tra colorati giochi di plastica e di metallo dall’aspetto un po’ trasandato. Tutto ci è sembrato tanto strano, come fosse una scenografia post atomica.

Dall’altro lato, poco prima, avevamo notato i tumuli di terra che celano uno dei tesori più preziosi, le celeberrime tombe etrusche.

Ci siamo fermati soltanto per pochi minuti, ma era nostro desiderio visitarle con calma, e le abbiamo lasciate come fossero l’ultimo cioccolatino, quello più gustoso, adagiato nell’elegante scatola in carta patinata.

Nonostante fosse una giornata limpida e calda, il vento spazzava il pianoro arruffando i capelli in maniera irreversibile.

Il luogo in cui è collocata la necropoli, è distante dalla Tarquinia “nuova” o medioevale, la bellissima città delle torri che tutti apprezziamo, ma non dall’antica Tarchuna, di cui avremo molto da raccontare.

Sbattuti dal vento in quell’inaspettato anticipo d’autunno, è stato naturale percepire la vetusta quiete che quel luogo sicuramente avrà donato a chiunque, nel tempo, vi si sia recato.

Acquedotto delle Arcatelle

Avvicinandoci alla cittadina maremmana, dopo aver puntato, per una volta ancora, lo sguardo verso il regno di Poseidone, abbiamo scorto una stradina di campagna cui fanno da cornice le arcate dell’acquedotto che, per decenni, ed erroneamente, ho pensato fosse stato edificato dai Romani. Senza saperlo, stavo compiendo un doppio errore. Il primo materiale ed esplicito, in quanto ignoravo il tempo in cui venne progettato e realizzato, il secondo implicito, dato che, anche fosse stato di epoca romana, non avrebbe portato acqua a nessuno, difatti sul colle da cui ora Tarquinia domina il territorio sottostante, due millenni fa, non vi si era ancora stabilito alcun popolo.

In corrispondenza della preziosa necropoli che avremmo avuto modo di visitare più avanti, si trovano i resti dell’antico e glorioso abitato etrusco.

Sul Pianoro della Civita, sorgeva l’antica Tarchuna. Sembra che il suo nome derivi da Tarconte, il mitico figlio di Telefo, re della Misia  che condusse assieme al fratello Tirreno una migrazione dalla regione dell’Asia Minore e fondò, sempre insieme al consanguineo, la dodecapoli etrusca. La sua figura ebbe tanta risonanza da comparire addirittura nell’Eneide, il poema epico di riferimento della cultura latina in cui sono narrate le gesta di Enea che, da Troia, approda sulla foce del Tevere e istituisce una nuova stirpe da cui deriverà, poi, il popolo romano.

Le prime testimonianze dell’esistenza di Tarchuna si collocano tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Nel tempo il suo prestigio accrebbe al punto che, tra le città-stato della Dodecapoli, fu quella che   riuscì più a influenzare sia dal punto di vista politico che economico, la nascente Roma. Come ben si sa, due furono i re che assunsero il potere nell’Urbe: Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo.

Oggi, nel luogo che stiamo raccontando, è possibile ammirare l’Ara della Regina, il più grande tempio etrusco di cui si ha notizia e vari altri elementi, come una cisterna che serviva un’abitazione e addirittura un arco a tutto sesto totalmente integro.

Durante l’età romana il tempio venne arricchito con statue e monumenti commemorativi. Tra questi ultimi, la Fontana di Cossuzio, una vasca in marmo con una dedica a  Q. Cossutio, magistrato del municipio tarquiniese.

Oltre a questi elementi di origine più datata, vi sono i resti di mura difensive e la chiesa rupestre di Santa Restituita, riconducibile al XII secolo. E’ necessario sottolineare che la cittadina ben resistette alla conquista romana e, in parte, alle incursioni dei Goti e dei Longobardi.

Date le vicissitudini, durante il Medioevo l’abitato iniziò a spopolarsi a favore del nuovo insediamento denominato Corneto, sorto sul non distante Colle dei Monterozzi. E così, a seguito dell’abbandono, per l’altopiano della gloriosa Tarchuna iniziò il processo di desertificazione e gli edifici pian piano si interrarono e affondarono nell’oblio.

Le Mura e Porta Tarquinia

Lo splendore della città dorata ci si è mostrato sin dal momento in cui ci siamo avvicinati alle mura di cinta.

Il tratto che guarda a sud, dall’aspetto completamente intatto, racchiude l’affascinante borgo dalle svettanti torri, così snelle e  slanciate da sembrare che vogliano acchiappare il cielo, dalle innumerevoli chiese antiche, composte nella loro urlante misticità, dai bei ed eleganti palazzi, che racchiudono le ricchezze dei nostri progenitori e dalle vie più o meno vivaci che per un attimo fanno dimenticare di essere prossimi al mare.

Dentro le mura, è tutto un chiarore. E lo si deve al macco, una pietra calcarea estratta già dagli Etruschi.

Ci siamo introdotti nel borgo fondato nel Medioevo attraverso un varco denominato Porta Tarquinia. La linearità dell’apertura non fa della porta un elemento appariscente. Nella parte superiore, si può notare uno stemma dalle dimensioni contenute e un decoro tondeggiante.  Un’effige, domina su tutte. Potrebbe essere il trigramma JHS, simbolo della cristianità, che proclama Gesù Salvatore dell’umanità.

Da quel punto, è accessibile alla vista un’ampia porzione di mura. Sulla destra, si apre un ampio parco verdeggiante che termina sul Belvedere e giunge alla Valle del Marta, il corso d’acqua emissario del Lago di Bolsena, e al Pianoro della Civita, laddove era situata la Tarquinia Etrusca.

Chiesa di San Francesco

Abbiamo percorso qualche decina di metri, e la fulgente bellezza della Chiesa di San Francesco, mi ha per un attimo distratta dall’edificio che avevo conosciuto qualche anno addietro.

Alcune persone stavano uscendo ed avevano raggiunto il sagrato, mentre noi, con lo sguardo ammirato, osservavamo  la maestosa chiesa costruita a cavallo tra il 1200 e il 1300. Antiche fonti testimoniano che essa venne lì edificata a seguito di un miracolo che il santo compì in quel luogo dove, all’epoca, sorgeva un oratorio dedicato alla SS Trinità officiato dai frati minori francescani. A partire dal XVI secolo, nella chiesa sono stati effettuati numerosi interventi di restauro che ne hanno stravolto l’aspetto. Oggi, è finalmente tornata nelle forme originali, grazie a un restauro integrale disposto dalla Soprintendenza.

L’elegante e lineare facciata romanica si contrappone agli interni gotici che sembrano voler arrivare fino in cielo. La suddivisione della prima, corrisponde a quella delle tre navate interne. Il sole filtrava dal raffinato rosone romanico e i suoi raggi andavano a posarsi sui banchi vuoti. In fondo alla chiesa, un parroco che dialogava con un fedele ci ha sorriso, facendo in modo che ci sentissimo a casa nostra.

Ci siamo saziati della visione del sacro ambiente, in cui si mescolano stili variegati e in cui si aprono diverse cappelle, tra cui due dedicate rispettivamente a Sant’Antonio da Padova e all’Immacolata.

Dopo aver scandagliato ogni singolo elemento, siamo usciti e abbiamo notato la bella fontana realizzata nel 1453 e ornata da un bassorilievo raffigurante un leone che sembra ricordare il leone di Venezia o di San Marco.

La fontana di fronte alla chiesa

Attiguo alla chiesa, e alle spalle della fontana, il convento che ospita i frati dell’Immacolata, fino agli anni settanta sede del liceo scientifico. All’interno del complesso monastico, un bellissimo chiostro e un pozzo rinascimentale.

Di fronte alla chiesa, si apre una piazza e da questa si diparte Via Santa Lucia Filippini, la strada in cui nacque la nobile ragazza, fondatrice di una congregazione di “Maestre Pie”, che venne proclamata santa nel giugno del 1930 da Pio IX.

Nella stessa strada, nel 1887, vide la luce anche colui che scrisse la poesia con cui si apre questo racconto e tante, tante, altre sempre cariche d’emozione, Nazareno Caldarelli, da tutti conosciuto come Vincenzo Cardarelli. Il futuro giornalista e poeta, non ebbe, nella sua Corneto, un’infanzia serena. La sua crescita fu segnata dall’abbandono della madre, da una salute compromessa e dalla solitudine. Uno stato che all’età di diciassette anni lo spinse ad allontanarsi da casa per recarsi nella capitale, dove visse e lavorò fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1959. La morte lo colse, ancora una volta, solo e povero.

Alcuni anni fa, in quella via, si svolse un concorso per giovani musicisti, a cui partecipò anche mio figlio, che all’epoca suonava il violino. I concerti, a cui presero parte varie scuole del Lazio, si svolsero in un bellissimo palazzo dalle ampie e affrescate sale, che resero ancor più gradevole quel bel pomeriggio di fine primavera. Dalle finestre si ammirava un fantastico panorama e un cielo limpidissimo che accolse l’uscita festosa dei ragazzi, soddisfatti dall’aver sostenuto una prova tanto importante.

Abbiamo percorso a passi lunghi e veloci Via di Porta Tarquinia, stretti tra le graziose e basse costruzioni, tutte contraddistinte da evidente cura, poi abbiamo svoltato verso la via che conduce al Belvedere, l’ Alberata Dante Alighieri.

E’ stato impossibile non notare i tanti locali e la gente seduta ai tavoli che consumava un tardo pranzo o, semplicemente, una bibita.

La pietra dorata di macco, cedeva spesso la sua luce alla vividezza del verde che permea le  foglie dei tanti rampicanti.

Chiesa della SS Trinità

A metà strada, la Chiesa della SS Trinità: stavolta dalle porte serrate. Fu fondata nel XIII secolo e venne ricostruita circa trecento anni dopo. Fino al  1631 ospitò la Confraternita della Trinità, dopodiché venne lasciata in abbandono per oltre due secoli, fino al 1841, quando passò alla Confraternita della Misericordia.

Finalmente, siamo giunti al Belvedere dell’Alberata . E’ lapalissiano affermare quanta bellezza siano in grado di sprigionare le terre di Maremma.

Dal parapetto della terrazza abbiamo ammirato la campagna sottostante, ancora imperniata dell’oro estivo, la lunga e sottile striscia d’asfalto che corre, sottile, nella valle e tocca, con delicatezza, un grande edificio industriale dismesso; abbiamo scorto, leggere, le arcate dell’acquedotto e la Rotonda della vicina Monte Romano che capeggia in cima alla collina.

Sul bordo del muretto, una dopo l’altra, tante mattonelle che raccontano la storia del paese e dei dintorni. Peccato, molte di loro erano rovinate, probabilmente per mano di qualcuno che non riesce a comprendere l’importanza di far sì che le cose comuni siano ben conservate.

Mentre ero impegnata nel cogliere la migliore inquadratura, ho notato, sulla destra, una grande porta, da cui partiva una strada in discesa.

Ci siamo diretti verso di essa e l’abbiamo attraversata. Nella parte alta, abbiamo osservato lo stemma. Conteneva i gigli farnesiani. Era chiaro che fosse un’altra delle opere dei duchi.

Porta Nuova o Porta Farnese

Porta Nuova, come indica il nome, fu una delle ultime porte aperte nella cinta muraria. La sua realizzazione risale al XVI secolo. Non è un’opera che reca molti ornamenti, almeno sulla parte interna. Quella opposta risulta difatti più decorata. La strada in discesa, che di lì si diparte, raggiunge la vallata del fiume Marta.

La Famiglia Farnese, come abbiamo potuto intendere, arrivò anche qui. Estese i confini del proprio ducato dal Lago di Bolsena al mare, passando, appunto, per quella che era Corneto. La storia non ci racconta episodi particolari che li riguardino,  sebbene vi sia una zona collinare, situata tra Tarquinia e i Monti della Tolfa, e attraversata dal fiume Mignone, particolarmente rigogliosa, che ha assunto proprio il nome di Farnesiana in quanto fu di proprietà della nobile dinastia che nel 1754 vi impiantò un’azienda agricola.

Ci siamo lasciati alle spalle il belvedere e la valle e siamo discesi lungo la via che porta verso il centro della splendida cittadina.

Prima di andarcene, abbiamo guardato ai larghi spazi e immaginato come possano sentirsi liberi gli uccelli in volo, un po’ come me…

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

(V.C.)

Fonte: viterbox.it

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