Quella telefonata, poi, si è conclusa. E anche il vento, troppo freddo per essere una giornata di fine estate, ha iniziato a farsi più insistente.

Gli ultimi giorni d’agosto  preludono a un autunno non ancora alle porte. Lo ricordano nei tratti principali, come l’irrefrenabile accorciarsi delle giornate e il doloroso calo delle temperature.

Talvolta, l’arrivo della stagione mediana, appare come un ristoro. E’ un declinare verso il freddo, verso la decadenza estrema della natura in attesa della rinascita primaverile.

Anche l’appropinquarsi della tarda maturità, concede quel sollievo cui si anela durante la frenesia della gioventù.

Non si ha più nulla da dimostrare e, in alcuni casi, anche poco da perdere.

Quindi, quel raggio di sole che ha deciso sfrontatamente di bucare le nuvole ci è giunto come un regalo inaspettato.

La Pieve di San Clemente

Abbiamo lasciato la panchina per fare il nostro ingresso nella grande chiesa dedicata a San Clemente, che apre al borgo in maniera grandiosa.

Dalle dimensioni decisamente importanti, per una piazza tanto piccola, la facciata non contiene elementi che colpiscono l’occhio: un grande portale al centro e i due canonici a lato, sormontati da altrettante finestre. Sopra al portale la rappresentazione iconografica del santo, realizzata a mosaico e un rosone contenente i simboli dell’uomo di fede.

San Clemente Papa, cui l’edificio sacro è intitolato, fu il quarto pontefice e visse nel I secolo, al tempo delle persecuzioni cristiane. Responsabile della conversione di persone di alto rango, pagò la sua opera con la tortura prima e, inesorabilmente, la morte poi.

Non è possibile dipingere un quadro della vita del santo, in quanto non è stata rinvenuta alcuna fonte scritta. Non c’è neanche chiarezza su quella che fu la data della sua dipartita, per alcuni, il 100, ma l’anno è controverso in quanto il suo successore salì al Soglio di Pietro nel 97. Se questa notizia fosse certa, Clemente potrebbe essere stato il primo papa a  rinunciare all’ufficio di romano pontefice per causa di forza maggiore.

Con delicatezza, abbiamo spinto la pesante anta del portone in legno che separa l’atmosfera mistica della chiesa da quella, forse più terrena, ma connotata da sfumature pittoresche, del borgo.

L’antico e pregevole organo

La policromia degli interni, assieme alla maestosità dell’organo, ci hanno rapiti. Ai banchi, erano sedute alcune persone in attesa della celebrazione. Non era un giorno festivo, di quelli in cui i praticanti si sentono quasi in obbligo ad entrare in chiesa e assistere alla messa.

Quelle presenze, mi hanno ricordato i tanti pomeriggi in cui vedevo le donne, anziane, del mio quartiere recarsi alla messa. Tra queste c’erano le mie anziane zie, anzi, le zie di mia madre e mia nonna. Le prime, devote all’impossibile, non saltavano una funzione e vi si recavano non prima di aver reso i propri abiti come se fossero usciti da una lavanderia.

Oltre alla fede, avevano un profondo rispetto per la chiesa come istituzione e per il prossimo, e quel loro modo di essere sempre a posto ne era la chiara dimostrazione. Pian piano, tutte quelle donne, e uomini, nati nei primi anni del novecento, se ne sono andati, lasciando un vuoto impossibile da riempire.

La Chiesa di San Clemente, venne innalzata in tempo molto remoti: probabilmente è di origine longobarda. Ad essa facevano capo molte altre chiese, e rappresentava l’unica sede battesimale delle vicine San Salvatore, San Pietro e Santa Maria a Mezzano.

Ciò che resta dell’edificio dell’epoca è la facciata in stile romanico e un arco inglobato nel Palazzo Ducale.

Per volere dei duchi stessi, nella fattispecie Mario e Ferrante, nel 1598 fu ricostruita. Il campanile, invece, visibilmente realizzato in un altro stile, che ricorda quello Borrominiano, fu progettato dall’architetto Ridolfi.

Le tre navate sono ornate da capitelli, cornicioni e pilastri lavorati, risalenti al ‘700; al di sopra della centrale, spicca un meraviglioso soffitto a cassettoni seicentesco, decorato in maniera certosina.

San Clemente è raffigurato in una pala d’altare dipinta attorno al 1810 e, lateralmente all’altare maggiore si trovano i dipinti che raffigurano i primi compatroni di Latera, San Pancrazio e San Macario.

Molte altre sono le tele, e le opere,  che arricchiscono questa preziosa chiesa. Tra queste un crocifisso in legno scolpito che venne donato dai Farnese nel XVII secolo e il pregiatissimo battistero in basalto del 1590 divenuto, oggi, un tabernacolo eucaristico.

Il tabernacolo eucaristico in basalto

Abbiamo alzato lo sguardo al di sopra del portale d’ingresso e ci siamo meravigliati di fronte alla solennità trasmessa dal prezioso organo a canne.

L’antichissimo strumento venne donato, nel 1626, dal Duca Pietro Farnese. La particolarità dell’elegante organo, risiede nell’originale cassa armonica in legno dorato che contiene un nuovo organo, che venne costruito e perfezionato nel 1800.

Un po’ controvoglia siamo usciti dal sacro edificio e ci siamo incamminati verso una delle vie che scende verso quello che c’era stato indicato soltanto come il Comune.

La temperatura continuava a calare e il vento stava diventando fastidioso. Presa da alcuni pensieri che vagavano nella mia mente, sono giunta a ridosso di un antico palazzo la cui porta, però, poteva dirsi quasi anonima.

Sono entrata, superando uno scalino piuttosto alto. Camminavamo da un po’, e le scarpe chiuse, che da tempo non calzavo, iniziavamo ad infastidirmi e a far sì che io assumessi un’andatura piuttosto incerta.

Ho superato la rampa e sono giunta in uno degli uffici del Comune.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel constatare che mi ero recata in quella che, alcuni secoli fa, fu una residenza ducale.

Il Palazzo Ducale, oggi sede dell’Amministrazione Comunale

Il Palazzo Farnese, venne edificato a metà del XVI secolo per mano del Vignola, al secolo Jacopo Barozzi  detto il bello.

Realizzato in stile rinascimentale, mostra il suo squarcio migliore sulla bella e insolita Piazza della Rocca. La meravigliosa facciata si contrappone e lega alla perfezione col suggestivo panorama delle valli che vanno a chiudersi sul colle sopra al quale poggia l’abitato di Valentano.

Sono stata fortunata il giorno della mia visita a Latera, dato che ho avuto la possibilità di incontrare e di intavolare una piacevolissima chiacchierata con il giovane sindaco del  borgo, Francesco di Biagi.

Mostrando l’evidente amore per la propria terra, il sindaco mi ha illustrato le mille particolarità del suo paese, approfondendo ogni singolo aspetto, con il risultato che la già ottima impressione che avevo avuto si trasformasse in eccellente.

Abbiamo sfogliato le pagine più interessanti di Latera, sia quelle che coinvolgono la sua lunga storia, che quelle relative alla natura e alla gastronomia. E di parole da scrivere, ce ne sono davvero molte.

Il luogo in cui ci siamo trovati a conversare, nel 2019 è entrato a far parte della rete Dimore Storiche del Lazio. Quello che fu il salone centrale, è oggi la sala consiliare:  un camino in peperino e dei dipinti alle pareti, ci riportano indietro di alcuni secoli.

Ho avuto il privilegio di scoprire alcune gemme contenute nel palazzo, come un affresco originale dell’epoca, una campana in bronzo lavorata a mano e uno dei luoghi più insoliti in cui io sia mai entrata.

Una stanza, di apparente funzione secondaria, nasconde una finestrella che si affaccia sulla pieve adiacente.

La finestrella da cui i duchi seguivano la messa

Mi sono dovuta abbassare affinché potessi mettermi alla stessa altezza da cui i duchi assistevano, oramai quattro secoli fa, alla messa. Essendo nobili e signori del feudo, non amavano mescolarsi al popolo che, invece, sedeva ai banchi della chiesa.

Chissà com’era l’espressione dei loro occhi quando ascoltavano la parola di Dio e guardavano, se guardavano, verso quella folla che loro, fisicamente ed economicamente, sovrastavano.

Quel pertugio incorniciato d’avana e protetto da doghe spesse e irregolari, rappresenta, a mio parere, l’anima più profonda dell’intero palazzo. Un pezzo di storia che ha percorso quattrocento anni ed è arrivato sino a noi.

Usciti dalla stanza, sono stata accompagnata sul balcone che domina il cortile interno, in cui si riconoscono le “arcate vignoliane”. In quel momento, al cospetto di tanta beltà, sembrava quasi che l’aria si fosse riscaldata, un po’ come il mio cuore ogni volta che ha a che fare con questi tesori nascosti e sconosciuti ai più.

Lasciando il palazzo, ho ringraziato il primo cittadino e chiesto notizie sui luoghi in cui poter consumare un buon pasto, ricevendo degli ottimi consigli.

Ci siamo di nuovo incamminati per le vie del borgo, scorgendo edicole sacre, piazzette, vicoli e archi. Mi sono soffermata di fronte all’esterno di quello che, molti anni fa, era un negozio di alimentari, o forse un emporio. Arrugginiti cartelli metallici, mi hanno ricordato le botteghe in cui ci si recava quando ancora i supermercati costituivano soltanto un luogo in cui fare le grandi spese. Il quotidiano, era rappresentato dalle piccole attività.

Uno dei tanti vicoli

Dopo aver calpestato le grandi pietre quadrate che costituiscono la pavimentazione, e disceso uno dei tanti vicoli che compongono quel pittoresco groviglio di strade, abbiamo incontrato una porta, conosciuta come Arco del Buon Consiglio o, molto più semplicemente, come Porta Sud. Aperta al tempo della dominazione longobarda, e quindi la più antica in assoluto, nonostante siano stata rivista nei secoli a venire, viene chiamata anche Porta dei Quattro Archi, in quanto in essa  vi si incrociano quattro strade sormontate, appunto, da archi.

Quelle che segnano il Nord e il Sud erano le porte di accesso al castello, mentre le alte immettevano ai camminamenti delle milizie. Ciò si deduce anche percorrendo le strade, che conducono attorno al palazzo e alla piazza da cui era possibile osservare qualsivoglia minaccia si avvicinasse. All’interno della struttura, abbiamo notato un’icona sacra, che rappresenta la Madonna del Buon Consiglio.

Contrapposta a quella che è la più antica, è la Porta Nord, anche detta Arco di Poscia,  che introduce in maniera imponente al borgo medioevale e alla Chiesa di San Clemente (di cui abbiamo precedentemente discusso).

Il Duca Mario Farnese la commissionò nel XVII secolo, ed è composta da due torri di vedetta e da un ponte levatoio. Quel ponte, lo abbiamo notato dal basso, mentre, reduci da una giornata pesante, salivamo i ripidi vicoli e gli scalini. Del vetusto ponte, resta la robusta struttura in pietra.

Il Duca, per regolamentare gli accessi al castello, inserì la porta nello Statuto e pose una dogana poco distante dalla Chiesa della Madonna delle Grazie.

Latera è conosciuta anche per l’alto numero delle chiese, protagoniste di un percorso che prende il nome da esse, il “giro delle sette chiese”.

Abbandonata la Porta Sud, abbiamo vagato per le bellissime stradine, fino a incontrare un caratteristico ristorante, conosciuto come La Cantina del Mago, e noto per la qualità delle pietanze proposte. Riccardo, il proprietario, ci ha aperto le porte del suo locale. Peccato, non era l’ora del desinare, e ci siamo diretti verso la nostra automobile, che di lì a poco ci avrebbe riportati a casa.

La Chiesa di San Rocco

Sulla strada ci siamo fermati ad ammirare la piccola  Chiesa di San Rocco, risalente con ogni probabilità al  1400 e posta al di fuori del paese. Sembra sia stata eretta per metter fine alla peste che, in quei tempi, fu responsabile della morte di innumerevoli persone.

Sebbene di dimensioni estremamente contenute, al suo interno si trova un particolare altare in marmo monoblocco e un prezioso affresco del Santo.

Poi, ci siamo addentrati  nell’affascinante territorio rappresentato dalla superficie di quella che è conosciuta come la “buca di Latera”, ossia la celebre caldera, una vasta depressione dalla forma  ellittica, la cui massima estensione raggiunge i nove chilometri. La sua origine si fonda sullo svuotamento della camera magmatica al di sotto dell’area. Il punto massimo di dislivello, raggiunge i duecento metri. Si originò circa duecentomila anni fa e fu successivamente occupata dalle acque di un lago.

La Chiesa di Santa Maria della Cava

Abbiamo seguito le indicazioni di un cartello che riportava la parola “cava”. Nei pressi, difatti, esisteva una cava di zolfo e una miniera di pirite. La Chiesa di Santa Maria della Cava, eretta attorno al 1400 per coloro che desideravano  fermarsi a pregare prima di intraprendere la strada che portava a quei luoghi bui e misteriosi, era considerata la più miracolosa del comune.

Gli antichi abitanti dei dintorni credevano, difatti, che penetrando nei meandri  della miniera e nelle viscere della Terra, la si violasse e la Madonna era ovviamente vista e adorata come protettrice.

Ricca di affreschi e di dipinti, alcuni dei quali distrutti durante i bombardamenti del ‘44, di cui resta una bomba inesplosa accanto alle mura della chiesa, è stata considerata miracolosa anche in tempi più recenti. Tanti sono i fatti e gli eventi che si rifanno a essa, tra questi i bombardamenti stessi, che non provocarono danni all’abitato e l’assenza di vittime tra le persone coinvolte nel crollo della miniera.

Nel silenzio di quel posto mistico, siamo rimontati in macchina e ci siamo allontanati.

Abbiamo percorso al contrario la strada che ci aveva condotti in quello splendido comune, che in cinquant’anni non avevo mai avuto l’occasione, e forse anche la curiosità, di visitare.

Come ogni volta, uscire dal sogno di un borgo incantato, è sempre spiacevole. Stavolta, forse, lo è stato ancor di più.

Ci siamo ripromessi di tornare, magari per una cena dal “Mago”, oppure per gustare l’ottimo marrone, accompagnato dal delizioso vino della zona, durante la sagra omonima.

Mi sono voltata, e ho guardato fuori dal finestrino. Un velo sottile di nebbia stava calando e ammantava  quel presepe adagiato sulla collina.

L’autunno stava arrivando…

 

Fonte: viterbox

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