Non solo per il suo percorso costellato di formidabili successi, né solo per la fortuna che lo ha portato a vendere oltre novanta milioni di dischi. Andrea Bocelli è una fenomenica eccezione perché caparbio, un uomo di fede innamorato della vita, che non si lascia scoraggiare dalle obiezioni.

Tra vicende tenorili e sfere pop, la musica ed i valori di uno dei grandi miti del terzo millennio

Un’infanzia trascorsa a Lajatico, in provincia di Pisa.

«Ricordo d’estate le partite di pallone, insieme a tanti amici coetanei, nel piazzale davanti alla nostra casa colonica, le merende, le scorribande nei campi e nei fiumi…»

Tra l’amore per la propria terra d’origine e i cavalli, Edi Aringhieri e Alessandro Bocelli crescono Andrea alla luce di valori semplici, essenziali, testimoniati con l’esempio.

«I valori sono quelli, universali, che personalmente rintraccio nel Vangelo, cuore della sapienza. Basti pensare a concetti quali “Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te”. I miei genitori mi hanno educato ai valori cristiani soprattutto attraverso l’esempio. E lo stesso ho cercato di fare io con i miei figli.»

Nonno Alcide gli regala la sua prima cavallina, Stella, di razza avelignese. È il 1966. A distanza di oltre cinquant’anni, le profonde riflessioni di un uomo sull’importanza del dono.

«In età adulta, il dono più prezioso, tra persone che si vogliono bene, resta sempre e comunque il tempo: il proprio tempo – che mai si riproporrà nella medesima forma – donato a chi si ama.»

In un certo senso, fino a quando s’impara qualcosa, si cresce, quando non s’impara più, s’invecchia.

«Però inutile negare che il corpo abbia le sue stagioni e non ho alcun timore del suo autunno e del suo inverno. Il tempo è fonte continua di sorprese. Solo che, nella vecchiaia, quelle positive, temo siano un po’ meno di quelle negative.»

Tuttavia esiste il per sempre, anche se non in questa terra.

«Esiste, ne sono convinto. Su questa terra possiamo intenderne giusto la promessa, in cui confido. Ad esempio, nell’amore che provo per i miei figli.»

C’è chi sostiene che la musica sia il linguaggio di Dio, un Dio che si manifesta nella nostra fede: ovvero quella necessità di mistero, quel motore imprescindibile che ci rende curiosi dell’esistenza umana.

«Il mio rapporto con la fede è intenso, anzi cruciale. Senza fede, d’altronde, la vita intera si esaurirebbe in una tragedia annunciata. Mi piacerebbe avere una “fede di cuore”, come quella di un bimbo che si affida totalmente al padre, mentre la mia è ancora una fede razionale. Credo, perché non trovo un elemento al mondo che mi possa far dubitare dell’esistenza di un “grande progettista”. Ma capire che non ci possa essere un orologio senza orologiaio è solo il primo passo. Poi, bisogna mettersi in cammino e cercare di conoscerlo, ogni giorno.»

La paura è un veleno, la speranza il suo antidoto, la preghiera la sua antitesi.

«Qualcuno ha detto: “La paura è la sola cosa di cui si debba avere paura”. Non temo la morte e neppure le malattie. Mi preoccupa semmai il dolore fisico, perché quando oltrepassa la soglia della sopportazione rischia di sottrarci la dignità.»

Sarebbe bello poter far sì che ogni essere si ponga senza filtri difronte alla propria coscienza.

«Bisognerebbe far comprendere a tutti quanto sia sciocco cedere alla lusinga di mettere “io” al posto di Dio, attraverso quella che i greci antichi chiamavano Hýbris, che significa orgoglio, tracotanza, vanità. È la vanità, nelle sue molteplici sfaccettature e implicazioni, il vero flagello. A ben pensarci, è l’orgoglio, attraverso cui l’uomo crede di percepire la propria potenza, la ragione d’essere superiore agli altri, il virus che innesca le guerre, i soprusi.»

Di fatto tutte le sofferenze sociali ed i conflitti trovano la forza scatenante in questa folle presunzione. Per edificare una società tesa al bene occorre fare molta attenzione a dove ciascuno di noi posiziona il piccolo mattone di cui dispone.

«Sono convinto che il bene stia al male come il costruire sta al distruggere. Distruggere è facile, immediato, e guadagna puntualmente una vasta risonanza, anche mediatica, mentre costruire è operazione lenta e sovente silenziosa, chiede costanza, impegno, fatica.»

L’inguaribile ottimismo di chi crede che il mondo, seppure faticosamente, continui a migliorare.

«Ancorché lentamente, il mondo sta comunque diventando un luogo migliore. Credo che le nuove generazioni siano sempre un po’ migliori di quelle che le hanno precedute. Se guardiamo alla storia, a ciò che accadeva cinquecento, ma anche solo cent’anni fa, credo che la qualità della vita sia drasticamente migliorata. A dispetto di tutti coloro che non perseguono il bene, il mondo va sempre meglio e le persone di buona volontà sono sempre di più.»

Con fini strumenti di indagine, ricercare il buono e il vero, per rivelare la più autentica bellezza.

«Mi prefiggo di avvicinarmi e corteggiare la verità della bellezza. Bellezza che naturalmente è difficile definire, in quanto percepibile ma non catturabile: è uno slancio, che possiamo riconoscere nella buona musica, come in ogni altra forma d’arte. L’arte nasce dalla ricerca della vera bellezza, che potenzialmente è in ogni cosa ed è sempre, fatalmente, collegata al bene.»

È ciò che è in noi e fuori di noi, è potenzialmente ovunque la vita esprima sé stessa in armonia con il resto del creato, è ciò che è ci riempie il cuore e ci rende migliori. La bellezza salverà il mondo.

«Ne sono convinto. Si tratta di un impegno etico che ciascuno dovrebbe assumere, un impegno che si traduce nella concretezza del quotidiano. C’è il male, con la sua profittevole banalità, e c’è il bene, che con silenziosa energia contribuisce ogni volta a migliorare la qualità del mondo, e puntualmente è come se mettesse una firma al capolavoro che è la vita. La storia dell’umanità poggia sulle spalle di chi sta dalla parte del bene, producendo bellezza.»

di Gino Morabito

Fonte: musicaintorno

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