Manera: «Sono stato per alcuni anni in Africa come medico volontario: mai si chiedeva se un malato apparteneva ad un’etnia piuttosto che ad un’altra, se era un guerrigliero o un civile innocente: si curava e basta».

Intervista al dottor Stefano Manera, rianimatore. I medici che ragionano così «sono arrivati a un punto di saturazione che richiede in molti casi di fermarsi».

Ci aveva dedicato il suo tempo nel novembre dello scorso anno (vedi qui), per prendere le distanze dalla “strategia” di paracetamolo e vigile attesa. Il dottor Stefano Manera, specializzato in anestesia e rianimazione, prende nuovamente la parola, questa volta per esprimere sconcerto di fronte alle continue minacce, puntualmente rilanciate dai media, da parte di operatori sanitari, giornalisti e politici, che minacciano ogni male verso chi ha scelto di non vaccinarsi.

Dottor Manera, negli ultimi mesi abbiamo assistito al fenomeno crescente di medici e infermieri, che dichiarano pubblicamente che, in presenza di un non vaccinato, potrebbero non trovare la vena di un prelievo, o provare una certa soddisfazione ad intubarlo o ancora che potrebbero esaurire la propria compassione. Come siamo arrivati fin qui?
Questo fenomeno mi pare molto grave. Abbiamo letto da più parti di operatori sanitari che scrivono, con tono minaccioso, che stanno esaurendo l’empatia, lasciando chiaramente intendere che potrebbero non curare più nella maniera opportuna certi pazienti… Molti operatori sanitari arrivano a un punto di saturazione, nella loro carriera; questa situazione si chiama burn-out, un quadro clinico riconosciuto causato dallo stress, che richiede in molti casi di fermarsi, di fare un percorso di aiuto, magari di cambiare mansione per un po’. Il burn-out può portare a compiere meno bene il proprio lavoro e nel caso di chi ha a che fare con persone, oltretutto malate, questo comporta rischi seri.

Qui però ci sono dichiarazioni pubbliche.
Infatti, la cosa preoccupante è proprio questa: sdoganare la mancanza di empatia e farci degli articoli di giornale che, anziché denunciare questo fenomeno, lo vanno quasi a sostenere, mi pare gravissimo. L’aspetto pazzesco è che queste esternazioni vengono fatte da persone deputate alla cura, alla presa in carico del paziente.

Secondo lei è più un aspetto di esaurimento per tutto quello che da quasi due anni stiamo vivendo o c’è dell’altro?
Il meccanismo del burn-out porta a perdere i limiti e sarebbe comprensibile dopo quello che abbiamo vissuto dal febbraio dello scorso anno. In questo caso, però, si tratta di persone che dichiarano cose spesso passibili di denuncia; e i mezzi di comunicazioni gli fanno eco, gli strizzano l’occhio. Qui allora si esce dall’ambito del burn-out per entrare in quello dell’intolleranza, che porta a mettere gli uni contro gli altri. Come se la diffusione del Covid fosse colpa di chi non si è ancora vaccinato! Ma il Covid c’era anche prima ed è indipendente dai soggetti vaccinati o non vaccinati. E’ una malattia che va curata, senza colpevolizzare continuamente una parte.

La polarizzazione è chiaramente cercata.
E porta alle fazioni, agli haters: chi non la vede in un certo modo è per forza un incosciente. Manca completamente la volontà di confrontarsi, di capire, che è basilare per portare avanti un lavoro costruttivo. Una situazione di emergenza richiede che, a livello istituzionale, non vengano foraggiati questi atteggiamenti, che vanno a discapito della risoluzione del problema. Di recente qualche facinoroso ha attaccato medici e scienziati, che spesso compaiono in televisione: è un atteggiamento chiaramente deprecabile, ma dobbiamo ricordare che nessuna figura istituzionale si è schierata per porre un freno alla situazione generale, ricordando che ci sono attacchi continui e pesanti soprattutto verso chi decide di non vaccinarsi o è contro il green-pass, o semplicemente osa esprimere delle perplessità.

Decisamente pesanti; per la cronaca, si va dal dare del terrorista (Paolo Guzzanti), al caso psichiatrico (Selvaggia Lucarelli), al criminale (Matteo Bassetti) fino ad auspicare addirittura il ritorno delle camere a gas (Marianna Rubino) e dei campi di sterminio (Giuseppe Gigantino).
Appunto. E nessuno ha detto nulla. Salvo poi smuovere le più alte cariche dello Stato per deprecare gli insulti (sbagliati) della parte ritenuta “no-vax”.

Nella breve “lista”, figurano anche dei medici. Questo fa pensare. Quando ci sono delle guerre, sono proprio medici e cappellani militari a dover essere super partes, chiamati dalla loro vocazione specifica a non discriminare chi gli capita sotto mano.
Evidentemente non è più un modo condiviso di intendere questi “ministeri”. Sono stato per alcuni anni in Africa come medico volontario: mai si chiedeva se un malato apparteneva ad un’etnia piuttosto che ad un’altra, se era un guerrigliero o un civile innocente: si curava e basta. Questo, per esempio, Emergency l’ha sempre sventolato come sua bandiera. Lo stesso qui in Italia: ho lavorato al Pronto Soccorso e non è che chiedevamo se uno era un bandito o piuttosto la vittima, se era il buono o il cattivo. Si cura e basta. Il ragionamento potrebbe essere esteso a chi fuma o a chi mangia male o in modo smodato. Che cosa dovremmo fare? Dire loro: sapevi che andavi incontro a un problema con questo tuo comportamento, hai fatto aumentare le spese della sanità pubblica e quindi adesso non ti curo? Qui si prospetta una sanità etica, perfettamente a suo agio in uno Stato etico. Il che sarebbe terribile.

Tutto il mondo del soccorso è così. Spesso ci sono alpinisti che si mettono in condizioni di pericolo con delle responsabilità personali: che si fa? Non li si soccorre?
Pensi anche agli incidenti automobilistici. Sarebbe la fine dell’essere medico, del concetto ippocratico di medicina. A livello istituzionale, ci dev’essere una presa di posizione netta contro questi medici, giornalisti, etc., che si permettono di esternare cose terribili. O almeno buttare acqua sul fuoco, non aizzare ed esasperare.

Poi c’è la proposta che chi non si vaccina si deve pagare le cure. Suggerimento che può far saltare per aria i principi alla base del Sistema Sanitario italiano.
E’ la fine del diritto alla salute, su cui si regge il nostro Sistema Sanitario. Se seguiamo quel ragionamento, ci troviamo proiettati nella modalità statunitense, che appartiene ad una visione neo-liberista della salute. Questa è la direzione verso cui da anni si sta spingendo, con dei tagli che ci hanno portato alla situazione che stiamo vivendo in questa emergenza. Chiudere presidi ospedalieri, accorpare reparti, non assumere un numero adeguato di operatori sanitari: è chiaro che il sopraggiungere di un’emergenza sanitaria avrebbe comportato problemi gravissimi. Il problema sta in questa politica di tagli: poi però si getta la colpa di questa situazione sulle scelte terapeutiche dei cittadini.

Da anni si sta spingendo anche verso la telemedicina. Di fatto, dall’inizio dell’attuale crisi sanitaria, i medici non li si è più visti…
La telemedicina può essere un aiuto e un supporto per alcune circostanze, ma non può e non deve diventare la norma. Perché l’arte medica è arte della diagnosi, della semeiotica, dell’ascolto; non a caso veniva chiamata da Ippocrate “l’arte lunga”, appunto perché richiedeva molto tempo. La medicina è fatta di fisicità, di presenza. Come l’arte educativa. E’ comprensibile la paura in un medico, ma ciononostante rimane un problema; non possiamo prenderlo come un dato di fatto.

Qui si riapre il dibattito sulla medicina: più scienza o più arte?
Possiamo dire, senza timore di errore, che la medicina non è una scienza, ma una pratica scientifica basata su scienze ed esercitata in un mondo di valori. Ogni persona è diversa, ha un mondo di esperienze e vissuti emozionali che non sono standardizzabili, l’essere umano non è un semplice insieme di organi e tessuti. Stiamo vivendo una deriva scientista, e perciò riduzionista, della medicina, relegandola ad applicazione di protocolli. Ecco perché – e torniamo al problema iniziale – l’empatia del medico è fondamentale.

 

Fonte: lanuovabq

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